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Un'annata, quella del 2007, affatto eccezionale, lungo la quale i film di un certo valore non hanno fatto fatica a conquistare i primi posti di un'ideale, anche se parziale classifica. Si va dal classicismo di Eastwood, alla sperimentazione di Lynch e Van Sant, passando per la riscoperta del film di genere, dal mai scomparso action movie, con pellicole di ottimo livello quali Bourne Ultimatum e Transformers, al western, al quale il treno per Yuma di Mangold concede una fresca boccata d'aria. Scavando bene emerge qualche perla nascosta (si pensi al danese Gli Innocenti, o al piccolo e pazzo Crank), e presunti grandi flop da riscoprire: primo fra tutti De Niro con il suo The good shepherd.
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1. Lettere da Iwo Jima. |
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2. Inland Empire |
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3. Paranoid Park |
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4. La promessa dell’assassino |
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5. Apocalypto |
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6. Le vite degli altri |
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7. Gli innocenti |
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8. Quel treno per Yuma |
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9. Bourne Ultimatum |
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10. Transformers |
LE SORPRESE
Crank – Un film piccolo, passato quasi inosservato, che si fonda su una grande idea che lascia sviluppare in libertà nel corso dello svolgimento della trama. Un modo di far cinema semplice ed efficace. Probabilmente efficace perché semplice.
Smokin Aces – Penalizzato da una distribuzione incomprensibile, Smokin aces sfoggia un cast eccellente e rimanda ad echi tarantiniani. Sufficiente per meritare di essere recuperato.
I PIU’ SOTTOVALUTATI
The good shepherd – Demolito da critica e non premiato dal pubblico, il film di De Niro è sicuramente complesso e articolato ai limiti dell’indigeribile, ma è sorretto, se non da una grande regia, da una scrittura eccellente, che lavora in maniera sottilmente sotterranea, non sempre visibile. Gli si conceda una seconda chanche.
La vie en rose – Il film di Dahan è discontinuo, sporco, viaggia tra picchi di eccellenza e vere e proprie cadute di stile. Ma è un corpus unico che attrae, che lavora intelligentemente con il pubblico, che affascina perché denota, una volta tanto, una passione viscerale nel raccontare una storia.
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otto, per l’appunto, dalla sequenza iniziale, della provincia americana, dei paesi solitari, sommersi dal mare di campi, di steppe, e quello, creato dall’aspettativa del pubblico derivante dal titolo e dall’argomento, dell’ambiente salottiero e sofisticato in cui Capote viveva e si muoveva.
rigio, legato alla terra, di solidi e noiosi agricoltori.
are una situazione incerta, anomala.
di macchina che compare in questi tre minuti scarsi lo si scorge nel seguire la ragazza in cima alle scale (figura 13). E’ diventato improvvisamente importante seguirne il volto, le reazioni. Il regista ci ha fornito, tramite la messa in scena, le due informazioni necessarie al climax narrativo: l’inquietudine di una situazione anormale, e il suggerimento che il personaggio che ci viene presentato in questi primi attimi è solo un pretesto per condurci per mano dentro una situazione, un ambiente, un fatto che è accaduto.
va lo straccivendolo, una sorta di rigattiere, arrotino ante litteram. Avanza dondolando sul suo risciò sul lungomare di Ostia, urlando in un falso latino sgangherato: "Ecce bombo!", ovvero "ecco il bombo, lo straccivendolo". Sequenza minuta, quasi d'ambientazione, di contesto, completata da un controcampo sui soliti amici, quelli di sempre, la combriccola di Michele Apicella, svegliatisi al grido del vecchio e accortisi di aver atteso per tutta la notte l'alba dalla parte sbagliata. Tra tutte le "strisce" di cui si compone il primo film professionale di Nanni Moretti, il regista romano sceglie questa come paradigmatica di tutto il suo lavoro, fino al punto di onorarla concedendole il titolo.
futuro, ma, quel che al regista duole di più, senza nessuna speranza sul presente, che scorre via tra la rivoluzione che vorremmo per metterci in luce, il desiderio di una tranquilla e nascosta vita borghese, il terrore vacuo dello sprofondare nel nulla. Per cui i problemi esistenziali, le dinamiche dei rapporti, si riducono a un "mi si nota di più se non vengo, o se vengo e rimango in disparte?", o al celebre "ma che fai per vivere? Mah, faccio cose, vedo gente…" .Alcuni film, con il passare degli anni, vedono accumularsi sulle proprie spalle i segni del tempo e dell’usura, non riuscendo a distanza di tempo a rivelarsi efficaci e incalzanti come al momento dell’uscita. Non è questo il caso di Fronte del porto, che a distanza di oltre cinquant’anni mostra intatta tutta la sua forza e la sua accuratezza nella messa in scena.
Ambientato nello spazio circoscritto di qualche docks nel porto di New York, Elia Kazan ci racconta una storia di riscatto e di redenzione che si snoda tra pub, malavita e duro lavoro, costruendo una storia che sfugge da qualsiasi tipo di pietismo e di consolazione. Nel farlo, il regista scopre un attore straordinario, quel Marlon Brando che verrà consacrato proprio da questa storia, vincendo l’Oscar come migliore attore, una delle sei statuette, tra le quali miglior film e miglior regia, aggiudicatesi dall’opera di Kazan. Uno strepitoso Brando, dunque, forse il migliore di sempre, duetta in scene d'altri tempi, con un arcigno Karl Malden e con un'incantevole Eva Marie Saint, in un trio di passione, di vigore e di sentimento, che scuotono e fanno vibrare quella nota che si ha dentro, ma che non ci si è mai accorti di avere. Ed anche il lato malvagio è splendidamente affascinante. Il personaggio che è di Pat Henning non è da meno per tensione e vigore degli altri ruoli ed interpreti.
Un film che fa piangere, fa ridere, ci fa entrare nelle viscere dei docks, ma anche nel cuore, nel profondo del cuore di una gente dalla pelle dura. E la dinamica dell'"uscita dal bozzolo" è strepitosa.
Un incontro, un volto nella folla. Segno tangibile che tutto parte da un umanità che si scopre, da un'altro che ti completa e ti eleva a ciò che da solo non saresti.
Strepitosa la scena della morte del fratello del protagonista. L'amore, la dolcezza con la quale Brando tira su quel fratello che riteneva causa di tutti i suoi mali, e la cura con la quale posa a terra quel corpo senza vita, sono segno tangibile del profondo cambiamento che è avvenuto nell'uomo grazie a quell'incontro. Catarsi che si completerà con il calvario della camminata finale, in quell'offrire la propria sofferenza così, gratuitamente, per la possibilità di speranza intravista in uno sguardo.
Si parla di un grande cinema, di un cinema che parlava di amore, di amore nell'essere fatto e nell'essere visto. Perchè mai sbagliò tanto Godard quando disse:"La creazione artistica non sta nel dipingere la propria anima nelle cose, essa sta nel dipingere l'anima delle cose".
Perchè senza una pennellata di chi ama un lavoro come questo, è tutto inutile.
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rginazione, stringendo l'inquadratura su un microcosmo, ma restituendole un senso globale grazie al luogo scelto, Lampedusa, l'isola delle migliaia di sbarchi clandestini l'anno, l'isola emblema del diverso, del rifiutato. La realtà descritta è consona alle strettezze di vita in cui Grazia è costretta, ma i rimandi e le metafore che vi si applicano rimandano a qualcos'altro, allargandone l'orizzonte.Un film in
due parole: A ciascuno il suo destino
Mitchell Leisen dirige senza infamia e senza lode un film di cassetta, che strizza furbescamente l’occhio al melodramma traendo dalla facile lacrima tutti i vantaggi possibili. Un film che si potrebbe definire quasi “falso”, intriso di una retorica dell’abbandono e dello struggimento che strideva già nella non poco ovattata cinematografia anni ’40.
La pellicola trova un suo labile perché nell’interpretazione di Olivia de Havilland, che, diretta magnificamente, si aggiudicò l’Oscar come migliore attrice - ne vincerà un secondo con L’Ereditiera di Wyler - e passerà alla storia per il suo emozionantissimo ringraziamento a ben 27 (ventisette!!) persone.
Madre addolorata, straziata e distrutta, ma anche coraggiosa e testarda, la de Havilland “è” il film. Sulla sua interpretazione strappalacrime si fonda tutto il disegno di Leisen, che si limita ad assecondare la bravura (ma anche l’istrionismo) della sua attrice.
Tutto sommato un film monocorde e monotematico, che, giustamente, non ha segnato un passo decisivo nella storia dei film del genere.
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Un film in due parole: Agostino
Grandissimo insuccesso, sia di critica che di pubblico, Agostino fu uno dei tanti classici contemporanei della letteratura ai quali Bolognini attinse per i suoi film.
Una brava Ingrid Thulin, musa di Bergman (con lui miglior attrice a Cannes ’57) e attrice di Resnais eVisconti, è la madre vanesia del giovane Mario Bartoletti, alla sua prima e unica apparizione sul grande schermo.
Ricalcando fedelmente il libro di Moravia, Bolognini mette in scena uno dei suoi film più duri e scomodi, che non lascia spazio a sequenze consolatorie e rassicuranti, anche se rivela una cifra sicuramente più pudica e sfumata di quella che emergerebbe pedissequamente dalle pagine scritte.
La pellicola è oggi quasi introvabile, e non ci risulta sia mai passata per cineforum o retrospettive, come d’altronde non se ne ricorda un passaggio sul piccolo schermo.
Agostino non è di sicuro l’opera più riuscita del cineasta toscano, morto cinque anni fa a Roma, ma è di sicuro uno spaccato asciutto e sincero del modo di pensare del primo dopoguerra, attraverso la sensibilità di un bravo cineasta e la dura grandezza di un gigante della letteratura del ‘900.
Come lo stesso Moravia disse, offrendo uno scorcio esaustivo sulla dinamica del rapporto tra il ragazzo e le proprie (cattive) compagnie, ma anche del sistema di rapporti teorizzato dal libro e dal film: “I ragazzi gli fanno scoprire, con dolore e lacerazione, ciò che Marx e Freud dimostrano nei loro libri: che in fondo ai rapporti sociali e ai rapporti familiari non c’è innocenza”.
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Un film in due parole: Amore folle Ultimo degli otto film diretti dal celebre direttore della fotografia di Lang e Murnau, Amore Folle è uno dei classici del genere horror. Relegato un po’ nell’ombra di classici immortali come Nosferatu o Dracula di Tod Browning, ma anche dalla Mummia, dello stesso regista tuttavia Amore Folle si connota per un bianco e nero sfolgorante, a sostegno di una storia serrata e incalzante. Si potrebbe, a ragione, definire una versione hoolliwoodyana del patrimonio espressionista tedesco.
Tratto dal romanzo “Le mani d’Orlac” di Maurice Renard, già trasposto sul grande schermo negli anni ’20, il film viene riadattato splendidamente per il cinema da Karl Freund, sostenuto nel suo intento dalla splendida interpretazione di Peter Lorre, che cela dietro ad un aspetto impacciato e timido la vera natura del suo personaggio.
Film che resiste al passare del tempo, e che mantiene anche oggi spunti interessantissimi per il dibattito attuale, come sottolinea Deniele Brolli in un suo recente scritto: “…anche se questa storia ha recentemente trovato conferma nella cronaca (ricordate l'uomo ossessionato dalle sue nuove mani e desideroso di ritornare monco?), nella nostra società del trapianto la fobia del rigetto non è ormai più ammessa”.

Un film in due parole: Addio Mr. Harris
Addio Mr. Harris (The browning version, nell’originale) è un solido film di formazione, che ha posto le basi per tutto il genere, pur essendo, oggi, quasi dimenticato. Asquith è amaro e preciso nel delineare la vita di un uomo, un insegnante, profondamente disilluso nei confronti del suo mestiere, di tutto il suo sistema di riferimento. “…Mi dispiace perché non vi ho dato quello che avevate il diritto di domandarmi come vostro maestro: simpatia, conforto morale, umanità… Ho avvilito la vocazione più nobile che un uomo possa seguire: la cura e la formazione dei giovani…” dirà nel suo discorso d’addio alla classe. In mezzo a questo mare d’ombra, uno squarcio di luce abbaglia la parte centrale della pellicola, l’incontro/scontro tra il maestro, un perfetto Michael Redgrave, e un suo alunno, sull’interpretazione dell’Agamennone di Eschilo. Subita come una sconfitta, sarà la vera, unica, vittoria del Mr. Harris professore, suggellata dal dono che il suo alunno gli offre della rara traduzione di Browning della tragedia (ecco spiegato il titolo originale).
Pilastro del genere, un film assolutamente non manicheo, nel quale emerge, per usare le parole di Ezio Leoni, “…la vera, lacerante anatomia delle ipocrisie dei ruoli docenti e della missione educativa.”
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Un
film in due parole: Ambra
Preminger, al suo quinto film, dirige un imponente pellicola in costume, come imponeva la moda di quegli anni. Non cade nel facile errore dell’eccesso di fasto e nella spettacolarizzazione del girato, ma organizza il molto materiale in maniera originale e fresca.
Un’epopea d’amore che vede una discreta Linda Darnell impersonare Ambra, eroina sorprendentemente disinibita (per l’epoca), di un romanzo di Kathleen Winsor, spigliatamente amante di almeno quattro uomini diversi nel corso del film. Preminger azzardò un kolossal dalle tematiche non ortodosse, creando una perfetta corrispondenza tra lo stile di ripresa e montaggio, e le tematiche messe sulla scena.
Forse per questo azzardo, forse perché non sostenuto di certo da una buona prova attoriale, il film non ottenne sicuramente il successo che i produttori si aspettavano, risultando, anzi, un mezzo flop. Fu tuttavia importantissimo nel delineare un abbozzo di quello che fu poi uno dei temi fondamentali della cinematografia di Preminger: la libertà, il suo anelito vitale, le sue potenzialità, ma anche i suoi tragici, inestirpabili, limiti.
David Raskin si conquistò una nomination per l’Oscar per la colonna sonora.
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Il treno per Darjeeling
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