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Una regina, un cacciatore di tesori, un matrimonio quasi naufragato, un’improvvisa scoperta e un riavvicinamento inaspettato. Questo il cocktail di ingredienti che mescola Andy Tennant, già regista del fortunato Hitch, nel suo Tutti pazzi per l’oro, che racconta dell’ossessione di Benjamin Finnegan per il tesore della regina Dowry, vissuta nel 1700. Ossessione che lo accomuna alla moglie Tess, ma che è anche causa dei loro frequenti litigi, fino ad una quasi sospirata separazione.

Enrico Pau, giovane regista emergente, con Jimmy della collina, sua seconda opera, conferma quanto già di buono aveva lasciato intravedere con Pesi leggeri, il suo primo film.
Utilizza una storia che poteva prestare il fianco al perdersi in una delle tanti correnti psico-sociologiche del cinema italiano,piena di attori non tutti professionisti, ma nonostante ciò riesce a rimandare l’idea di immediatezza e di tridimensionalità che si voleva conferire al girato, in particolar modo attraverso lo sguardo lucido e l’etica lineare e pulita con la quale il regista si approccia alla macchina da presa. Il processo di maturità messo in moto da Pau rispetto al suo film precedente è evidente, nonostante qualche passaggio a vuoto ed una perfettibile gestione degli attori (sopra tutti spicca per bravura e profondità la brava Valentina Carnelutti).
Così Jimmy della collina rifiuta di formulare qualsiasi sentenza nei confronti di un ragazzo introverso ma pieno di vita, che non accetta di vedersi confinato per un’intera esistenza in una fabbrica, e sfoga questo suo intimo senso di ribellione lungo la china del piccolo crimine organizzato. Una comunità di recupero adagiata su una delle brulle colline sarde, un sacerdote poco invasivo ma fermo, una ragazza, sono i punti di ripartenza per Jimmy, che fatica non poco a non ricadere nel vortice dal quale faticosamente tenta di uscire.
Se Pau prende con forza le distanze da un’impianto di analisi sociologica, certo qualche affinità con il cinema anglosassone di ribellione della fine degli anni ’60 (Ken Loach, per esempio, senza voler fare accostamenti forzati) la si nota.
La ribellione di Jimmy parte da dentro, è innanzitutto una non accettazione di sè, della propria rete di affetti, del luogo in cui nasce e vive. Una ribellione non contro un indefinito sistema, dunque, ma una ricerca, faticosa e a volte incoerente, di sè, del proprio destino.
In questo è evidente la mano di Massimo Carlotto, dal cui romanzo è stata tratta la sceneggiatura, di strutturare la pellicola, di indirizzarla in una ben precisa direzione, di rendere i passaggi narrativi funzionali al contenuto che si voleva trasmettere.
Al netto di tanta inesperienza e di qualche eccesso, Jimmy della collina è un film maturo, che ha qualcosa da dire sul mondo e sulla vita, portatore di uno sguardo mai banale, mai stereotipato, utile al cinema italiano.
Clubland, recita il titolo di questo piccolo film, ovviamente storpiato nell’italico “Il matrimonio è un affare di famiglia”.
E racconta una storia normale e travagliata di una famiglia media americana, travolta dagli eventi in una qualsiasi zona periferica di una qualsiasi città, che trova nella solida complessità dei propri rapporti il bastione al quale ancorarsi per non sfaldarsi a fronte dell’impetuosità della vita.
Il matrimonio di cui parla il titolo italiano è solamente il coronarsi del più classico dei finali americani - e ci sarebbe da domandarsi seriamente il perchè dell’inserire, a partire dal titolo, l’epilogo della storia, ma passeremo oltre - dal sapore dolce-amaro, non pacificato, ma abbastanza sereno da non guastare il tono generale da commedia (dis)impegnata del quale la pellicola è ammantata.
Chrie Nowlan costruisce un film strano, atipico, addentrandosi nelle vicende di una famigliola scombinata, piena di problemi, di delusioni mal somatizzate.
Jean è un’ex cantante di cabaret, che, lanciata negli anni ’70 verso una brillante carriera, è stata costretta ad interrompere per la nascita dei suoi due figli, e si arrabatta tra un lavoro in una mensa di operai e seratine qua e là in locali periferici. Tim, il suo figlio maggiore, si innamora perdutamente della bionda Jill, entrando per questo in contrasto con la madre, timorosa di vedere il figlio prendere il volo da casa prima di quanto aveva previsto. Infine ci sono Mark, il fratellino spastico, e John, il padre divorziato, anch’egli diviso fra la custodia di un supermarket e l’incisione di cd di cover di musicisti country.
La regista è brava a tenere insieme le fila di una storia che avrebbe potuto facilmente degradare nel melò, come anche perdersi in una malinconica e qualunquista analisi sociale. Un buon ritmo, mai sopra le righe e mai declinante verso un possibile pietismo, caratterizza tutta la durata del film, non lesinando chiaroscuri, non astenendosi dall’essere, all’occorrenza, amaro e pungente o lieve e frizzante.
Le pecche di una storia per alcuni versi forzata, che non riesce a cogliere come vorrebbe alcune sfumature psicologiche e caratteriali che pur si sarebbero dimostrate opportune per evitare un’eccessiva semplificazione di una storia complicata, non incidono sull’ossatura di un film atipico, coraggioso per molti versi, che racconta in modo al contempo lieve e sofferto una storia tra le tante storie difficili del nostro tempo.
“Il mio regno per una donna”. Si potrebbe così parafrasare la celebre frase di Riccardo III d’Inghilterra (“Il mio regno per un cavallo”) per raccontare la storia di un altro re, quell’Enrico VIII Tudor che ripudiò la sua prima moglie, Caterina d’Aragona, dopo essersi infatuato di una sua bellissima e provocante dama di compagnia, Ann Boleyn.
O almeno questo è quello che ci racconta L’altra donna del re, film di Justin Chadwick ambientato nell’Inghilterra del XVI secolo.
La storia, lo sappiamo, è più complessa, e fu determinata dall’impossibilità del sovrano di avere un erede maschio dalla propria consorte e non poter così assicurare una successione solida e priva di ombre al proprio regno, ossessione che lo condusse
addirittura, con l’Atto di Supremazia del 1534, ad allontanarsi dalla Chiesa cattolica e a autoproclamarsi primate della Chiesa riformata d’Inghilterra per potersi risposare.
Ma, al di là di una coerenza storica, importante laddove si voglia offrire una particolare visione dei fatti, ma marginale qualora la si prenda a pretesto per raccontare una storia come un’altra, la pellicola si mette in luce soprattutto perchè funge da magnificente passerella per tre grandi attori, del calibro di Scarlett Johansson, Natalie Portman ed Eric Bana.
Sulla prova attoriale delle tre grandi star si fonda l’impalcatura di tutto il film. La Johansson è la dolce e delicata Mary Boleyn, amante del re ripudiata dal sovrano, invaghitosi della sorella maggiore Ann. Quest’ultima, interpretata dalla Portman, ambiziosa e calcolatrice, sfrutta tutto il suo charme per entrare nelle grazie di Enrico, fino al punto di pretenderne il divorzio dalla prima moglie per poter diventare la regina d’Inghilterra.
Bana è il cinico e freddo Enrico, sovrano che più di ogni altro fece pesare alla propria corte e a tutto i suoi sudditi l’immenso potere concesso al re d’Inghilterra.
Il triangolo che si instaura tra i tre interpreti è denso e corposo, e dà sostanza a tutta la messa in scena. La mano di Chadwick è infatti debole e insicura, e non riesce a dare una propria impronta alle immagini.
Il film così rischia sovente di perdersi e sciogliersi in puro esibizionismo costumistico e scenografico, e solo a tratti il regista riesce a riprendere le fila di un discorso che rischia di sfarinarsi in un ozioso esercizio di stile.
A salvarlo e a renderlo godibile è dunque principalmente la prova di un cast d’eccezione e ben assortito, vero punto di forza di uno schema altrimenti traballante.
Dopo anni trascorsi unicamente a dedicarsi a ruoli seri e drammatici, in una carriera probabilmente segnata da un importante e faticoso esordio - quello scorsesiano di Taxi Driver - Jodie Foster si lancia inaspettatamente nella commedia, scegliendo un target giovane, e facendosi affiancare da quel Gerard Butler che viene ricordato per l’ostentata esibizione muscolare del Leonida di 300.
Alla ricerca dell’isola di Nim (o più semplicemente Nim’s island, come nell’originale), trae origine dalla più classica letteratura per l’adolescenza, se non per l’infanzia, a metà tra l’avventura, il fantasy e la commedia. Il libricino da cui è tratto è infatti un’agile romanzo da non più di duecento pagine, con tanto di disegni ad abbellirne il contenuto.
Trasformare l’esilità e la freschezza del libro in un lungometraggio fruibile da un pubblico eterogeneo era sicuramente un rischio.
La storia è quella di una ragazzina che vive con il padre biologo marino in un’isola deserta, all’ombra di un vulcano. Quando il padre risulta disperso in mare, l’unica speranza alla quale si aggrappa è Alex Rover, un eroe di romanzi di avventura, dietro al quale si cela una scrittrice agorafobica, terrorizzata dal mondo, che non esce da oltre quattro mesi da casa. Si convincerà solo per compassione della bimba, rimasta sola sull’isola a combattere dei pittoreschi bucanieri. E dopo un’iniziale diffidenza, sboccerà l’amore...
La storia tiene, scivola via leggera, anche grazie alla piccola protagonista Abigail Breslin, lanciata l’anno scorso da Little Miss Sunshine, che dà vita ad una sorta di “mamma ho perso l’aereo” in salsa tropicale.
Il vero difetto della pellicola risiede nella totale mancanza dei tempi comici della Foster, impegnata nella vera parte “comica” del film, che finisce per rimanere in scena per oltre un’ora urlando ad ogni piè sospinto.
In questo non aiuta una sceneggiatura spesso troppo didascalica ed appiattita sui personaggi, ed un contrappunto di colonna sonora che diventa ben presto invasivo e fastidioso.
Alla ricerca dell’isola di Nim intrigherà e farà sicuramente sorridere un pubblico di giovanissimi, immergendolo in un mondo da vecchia favola, solidamente legato al reale, ma anche pieno di avventura, isole, pirati ed eroi.
Non lo stesso effetto sortirà su una platea di spettatori appena più maturi e smaliziati, sui quali, temiamo, sortirà effetti soporiferi.
Incontriamo Jodie Foster
Preceduta dalla raccomandazione della distribuzione di non fare domande sul recente outing omosessuale dell’attrice, si svolge a Roma l’incontro di presentazione di Alla ricerca dell’isola di Nim, alla presenza di Jodie Foster, che in giornata ha anche partecipato ad un evento con le scuole legato alla sezione “Alice nella città”, organizzato dalla Festa del Cinema di Roma
E’ divertente, dopo tanti thriller e film drammatici, vederla fare della commedia.
Foster: E’ tanto tempo che cerco di fare un film più leggero, ma finora non avevo trovato nulla che mi piacesse. Quando ho trovato questa sceneggiatura ho iniziato a bussare a molte porte per farlo realizzare. I ruoli drammatici sono una parte importante della mia vita. Per questo mi è piaciuto aver lavorato con Butler, siamo entrambi noti per i nostri ruoli drammatici. Ci è dunque piaciuto prenderci un pò in giro con questa commedia
I suoi figli hanno potuto finalmente vederla sullo schermo?
Foster: I miei figli hanno potuto vedermi per la prima volta in questo film, hanno partecipato per la prima volta alle riprese sul set, è stato un momento fantastico per noi. Abbiamo letto insieme il libro prima che interpretassi il film, per cui hanno potuto immedesimarsi e abituarsi a vedermi nel personaggio. Rispetto al personaggio io non amo molto i serpenti, ma a parte quello non ho fobie particolari.
I tempi della paura e tempi della commedia sono diversi.
Foster: Un talento è un talento, in qualsiasi circostanza, anche se i tempi sono ben diversi. I tempi della commedia sono circolari, non rettilinei. Io mi muovo seguendo l’istinto, se ci pensi troppo a quello che reciti non sei abbastanza credibile.
Qual’è stato il suo rapporto con la bambina?
Foster: E’ una bimba eccezionale, per me è divertentissimo lavorare con bambini, è sempre molto bello. Mi ricordano me quando ero ragazzina e lavoravo sui set. I nostri percorsi nel film sono speculari, sono molto solitarie, ma non sole, e c’è sempre una parte di noi che ha bisogno di qualcuno che se ne prenda cura.
Il Festival del cinema gay di Torino presenta un doc su di lei. Lo sapeva?
Foster: Non ne so nulla...
Abbiamo letto una sua dichiarazione in cui lei ha detto che passerà molto tempo prima di fare un nuovo film, perchè non ha stimoli...
Foster: Negli ultimi 15 anni ho deciso di far passare del tempo tra un film e un altro. Lavorare ad un film mi prende molte energie. Quest’anno ho fatto già due film, per cui voglio prendermi un pò di tempo. Probabilmente il prossimo progetto sarà da regista, su Leni Riefensthal
Ha visto un cambiamento ad Hollywood negli ultimi anni?
Foster: Sono 42 anni che recito, che sono presente nel settore. Più che di cambiamento si può parlare di fasi, legate all’aspetto finanziario, rispetto ai soldi a disposizione . E’ il clima finanziario a dettare le regole. Ci sono anni di grande abbondanza di ruoli femminili e anni in cui non ce n’è nemmeno uno. Si riduce tutto a questo alla fine. Negli ultimi 3 anni le major hanno finanziato molti film indipendenti, ma solo perchè hanno capito di poterne trarre profitto, tipo Babel o Children of man.
Clooney voterà Obama. Lei è democratica, chi voterà?
Foster: Io sono democratica, non è un segreto. Ma non è il mio stile esprimermi apertamente su uno o sull’altro. Apprezzo che altri lo facciano, ma per me non funziona così.
Per affrontare All’amore assente bisogna avere in mente determinate coordinate. Si debbono scomodare, senza pretesa di paragoni, ma con l’intento di offrire dei termini di riferimento senza i quali il film di Adriatico risulta illeggibile, nella sua etica della messa in scena, nei suoi riferimenti visivi e anche nella sua linearità di scrittura.
Adriatico costruisce, dunque, un film partendo da categorie lynchiane. Il suo protagonista si chiude in una automobile, il rumore d’ambiente sfuma, una dissolvenza nera circonda il suo ripetere meccanico di alcune parole. Ne riuscirà solamente nelle battute finali, stordito, frastornato, ma in qualche modo più consapevole.
Tutto quello che avviene tra questi due momenti, che si collocano all’inizio e alla fine della pellicola, è un (brutto) sogno, un trip che si avviluppa nella mente del protagonista, tra desideri e ossessioni. Una modalità di approccio all’onirico che ricorda quella del maestro Lynch, fatte ovviamente le dovute proporzioni, e che lascia spiazzati, soprattutto rispetto ad un finale non immediatamente decodificabile.
Ovviamente il tutto condito in salsa italica, a partire dal mondo del marketing politico, e con l’ulteriore sottotesto del ghost-writer, ombra non solo del frontman, ma anche di sè stesso, in un gioco ad inseguirsi e a rispecchiarsi in modo deformato e problematico.
Un sottotesto socio-antropologico che è del tutto assente, e non a torto, nella filmografia del regista di Inland Empire. Il film di Adriatico si lascia prendere la mano da questo voler scardinare le zone d’ombra che affronta la vita di un uomo in un momento di passaggio, la difficoltà di inserirsi in una società che tende sempre di più a respingere, a gaurdare con sospetto, le sensibilità spiccate e le eccellenze.
Il regista unisce tutto con l’elemento dell’acqua, onnipresente, estremamente invasivo, che funge da vero collante di una serie di sequenze altrimenti prive di una solida coerenza interna.
Buona l’idea, coraggiosa, insolita per il cinema italiano, che viene però sviluppata male da una sceneggiatura praticamente assente, rabberciata, priva di un intreccio appassionante e di un ritmo perlomeno accettabile.
Il film così fatica, naufraga spesso nel grottesco, e non inciderà per come avrebbe potuto in quanto a efficacia e innovazione nel nostro stantio panorama nazionale.
Incontro con il regista
Un livello personale ed un livello politico: questi sono i due piani sottolineati da Adriatico per inquadrare il suo ultimo film, Anders and me - All’amore assente, una storia dai tratti lynchani ambientata in una qualunque città italiana del giorno d’oggi.
“Ho un senso di disagio e di inappartenenza nei confronti del convivere sociale - dice il regista - La politica è qualcosa che deve accompagnare e migliorare la vita di un uomo. C’è il bisogno di evidenziare la perdita del valore di presenza che soffre un uomo nei confronti di sè e della politica. Il risultato è un film che ha una dimensione di evocazione ampia, che non si ferma ad una realtà tangibile”.
E che la pellicola non persegua una traccia realistica lo si evince dal finale enigmatico, che Adriatico spiega così: “Il film vuole essere una storia che parla di un uomo in un momento di spaesamento personale. La storia avviene totalmente nella macchina che si vede all’inizio del film, tra l’aprirsi e il chiudersi di quello sportello. Io ho fatto il ghost writer per diverso tempo nella mia vita, sono meccanismi che conosco. Lo ripeto, non potrei fare un film sulla realtà verificabile, ma mi interessa raccontare come oggi ci sia difficoltà a sentirsi persona nella società d’oggi”.
Il filo rosso che lega tutte le sequenze è quello dell’acqua: un contino lavarsi le mani, immergere panni in bacinelle, camminare sotto la pioggia scrosciante: “Mi fa piacere che si legga la questione dell’acqua. Ci sono persone che si lavano insistentemente. C’è un livello di intimità che è quasi un stare insieme con se stessi in quei momenti. La pioggia sottolinea un unità di tempo di spazio e di azione, assicura una continuity. La cosa più importante è che lavarsi con cura, con gusto, oggi non capita quasi più, c’è un bisogno di pulizia, di pulizia interiore per un personaggio come il mio che è colto come in una linea d’ombra”.
Un altro aspetto interessante è che i riferimenti politici di cui si serve il film sono alti, aulici, propri del registro e del bagalio oratorio, per esempio, del candidato afroamericano alla Casa Bianca, Barak Obama. Adriatico spiega che “quando ho scritto il film non sapevo chi fosse Obama, ma whitman riprende esattamente quel che è Obama oggi, uno che aggancia la popolazione attraverso l’efficacia della parola. Da fuori abbiamo l’immagine di un paese che non è più capace di far dialogare le persone, cosa che invece auspico nel mio film e che cerca di fare uno come Obama in America”.
Clooney atto terzo.
Dopo aver scandagliato un pezzo di storia segreta della Cia, la commistione tra informazione e politica, il bell’attore americano si ripresenta nella doppia veste di attore e regista per la terza volta, cambiando genere narrativo, ma mantenendo un minimo comun denominatore. Clooney si trova infatti ancora una volta a fare i conti con il passato della propria nazione, andando a pescare nel vissuto del grande paese yankee, come se fosse un atto liberatorio per un cinema, quello odierno, che non riesce a comunicare più come in passato.
La ricerca del regista non sembra però frutto di un rifiuto dell’attualità cinematografica, quanto un appello a sfruttare appieno le potenzialità dell’immagine tecnologizzata di oggi per ritornare a comunicare con la stessa coerente semplicità e pregnanza del cinema classico americano.
Operazione che gli riesce solo a metà.
Clooney costruisce un film pulito, preciso, girato secondo i canoni più classici di un buon manuale di regia, quasi ai limiti del banale.
E racconta con un pizzico di nostalgia di un mondo che non c’è più, quello degli anni del proibizionismo, pieno di cappellini, di giornalisti dall’immancabile fiaschetta di “acqua allegra”, di uomini capaci di riconoscersi e di abbracciarsi fraternamente nel bel mezzo di una rissa.
Il pretesto è quello di seguire nelle sue peripezie una squadra di football, quando ancora questo sport non conosceva sponsor milionari, majorettes, contratti da far impallidire. Gli anni in cui ancora la parola “super bowl” non richiamava un brivido su per la schiena, e in cui i soldi erano talmente pochi che le docce si facevano con le magliette ancora indosso, in modo da risparmiare acqua, e da poterle poi asciugare appendendole fuori dai finestrini del treno che riportava tutti verso casa.
Lo scontro che si dipana sullo schermo, quello tra Dodge Connolly - interpretato dallo stesso Clooney - veterano ultraquarantenne degli infangati campi di una lega professionistica allora snobbata dal grande pubblico e il giovane Carter Rutheford, rampante asso della lega universitaria, è così uno scontro generazionale, ma è anche il confrontarsi tra l’attaccamento alle proprie radici di una generazione che faticava a riconoscere una modernità della quale pur astutamente si serviva, e quella totalmente proiettata nel futuro, incurante di un presente che correva a velocità folle e totalmente dimentica del proprio passato.
Ma Clooney non vuole tanto porre l’accento sull’aspetto sociologico dell’affare, quanto sulla diversità affettiva, sentimentale, che vivono i due personaggi. Così il vero trait d’union della storia diventa Lexie Littleron - interpretata da una tecnicissima, e per questo spesso poco naturale, Renèe Zellweger - giornalista d’assalto che fa sciogliere i cuori di entrambi.
La pellicola di Clooney è così perfetta, geometrica. Ma ad un livello per il quale tutti gli angoli vengono smussati, tutte le incertezze (di storia e di messa in scena) eliminate. La perfezione simmetrica della sceneggiatura e della messa in scena si tramuta così, dopo una buona prima ora, in una sostanziale piattezza della storia e del girato.
Il triangolo sentimentale che viene inscenato è così privo di phatos, così come la pur allegra e simpatica avventura degli Duluth Bulldogs, ingabbiati in un film costruito con tecniche ultramoderne, con un cast attualissimo, ma che pare già datato, che sembra aver già sofferto alla prova del tempo.
Incontro con George Clooney e Renèe Zellweger
“Veltroni parla di speranza ai giovani”
“Clooney, sbarcato a Roma per presentare il suo terzo film da regista, parla poco della sua pellicola, e molto di politica, assecondando le curiosità della stampa romana. E regala, a quattro giorni dalle elezioni, un importante endorsement al leader del Partito Democratico”.
Un Clooney criptico e indecifrabile, prodigo di battute ed ironie ma restio a dare delucidazioni nel merito della sua terza pellicola, sembra divertirsi moltissimo a palleggiare con la stampa italiana, cosa che non sembra reciproca, insieme alla bella Renèe Zellweger, sua coprotagonista.
Niente di nuovo dunque, nè sui motivi che lo hanno spinto a fare, per la terza volta consecutiva, un film sulla storia americana, nè su un suo futuro matrimonio, del quale qua e là si vocifera, nè sulle motivazioni delle sue dimissioni dall’associazione americana sceneggiatori.
“Il genere della commedia è qualcosa che volevo assolutamente fare - si limita a dire - Avevo fatto film molto seri negli ultimi anni, volevo assolutamente usare la commedia come genere e divertirmi, anche perchè le persone con cui abbiamo lavorato erano divertentissime. Il glamour di quel tempo è veramente.”, schernendosi poi su un suo accostamento con Clarke Gable: “Beh, Gable forse avrebbe qualcosa da obiettare su questo paragone! Ma è sempre un gran complimento per me. Il film E’ successo una sera, con lui, è simile per alcuni versi al mio, anche se non abbiamo preso molto spunto da questa commedia, pur avendo visto tanti film di quell’epoca, di cui io sono un grande fan”.
Nessun problema per quanto riguarda la doppia veste di attore e regista: “ La parte più difficile è essere il regista di me stesso, si lavora molto di più, ma i miei colleghi erano di vero talento, per cui non ho avuto particolari difficoltà”.
Tanta politica invece, anche per una forte caratterizzazione in questa direzione di molte domande. Si spazia per cui tra Darfur, tematica sulla quale Clooney è estremamente sensibile, Tibet, presidenziali americane ed elezioni italiane.
Fino ad arrivare ad un vero e proprio endorsement nei confronti del candidato del Pd, Walter Veltroni: “Io sono un ottimo amico sia di Obama che di Veltroni, ma anche della Clinton e di McCain, ho lavorato con loro in molte occasioni. Obama è un grandissimo oratore, sono un suo grande amico. Ma anche la Clinton potrebbe essere un bravo presidente, ma Obama lo sostengo da sempre. Credo però che sia raro avere una persona con l’arte oratoria di Barak, lo stesso potere di far convergere su un’idea la gente. La stessa forza ha Veltroni, che parla ai giovani e parla di speranza. Ha una grande capacità e vivacità intellettuale, per questo mi appassionano molto le elezioni in Italia”.
Sulla stessa linea si pone la Zellweger:” McCain è stato un eroe, secondo me potrebbe essere un leader molto forte, ed è bravo. Ma per le relazioni internazionali è importante allontanarci dagli orientamenti degli ultimi anni, per cui spero che ci sia un democratico alla Casa Bianca”.
Per quanto riguarda il suo impegno nei confronti del Darfur e dei diritti civili Clooney si mostra abbastanza ottimista: “Ieri ho incontrato Brown, e pare che stiamo riuscendo a riunire tutti i leader ribelli del Darfur, avendo la possibilità di metterli al tavolo del negoziato. Bisogna continuare a parlarne incessantemente. Noi speriamo che tutti i governi mettano a disposizione fondi per proteggere le forze Onu in quei luoghi. In Darfur ci battiamo per questo, ma l’unico governo che si è realmente mosso è stato quello etiope. Veltroni ha un interesse comune con me sull’Africa, mi auguro che sia giunto il momento che si risolva il problema, anche insieme a lui”.
Per quanto riguarda le Olimpiadi “noi non vogliamo minacciare nessuno, non vogliamo boicottare i giochi, ma è assolutamente legittimo e necessario protestare pubblicamente contro le politiche cinesi”.
Per quanto riguarda il suo ruolo di giornalista, la Zellweger si dimostra molto affascinata dal mondo della stampa:” Io non vorrei fare il vostro lavoro, non vorrei avere la responsabilità di negoziare il modo di porre le informazioni sui media. Come lavoro mi affascina, anche se molte volte bisogna scendere a compromessi. E non vorrei avere la responsabilità di prendere decisioni a livello personale sulla vita di quelli su cui scrivo. Voi dovete porre domande difficili, vi ammiro, non dovete avere paura e dovete sempre svolgere onestamente il vostro lavoro”.
Qualche news sul suo prossimo film Clooney la offre:” Inizierò un film il prossimo anno basato su un’opera teatrale che andrà in scena fra poco a Brodway, sarà probabilmente sul mondo delle elezioni, aspetto interessante per indagare su quello che succede dietro i candidati, ma non vi voglio dire altro”.
Non pensarci. A guardare bene, un titolo fuorviante.
Si perchè Stefano, il musicista trentacinquenne protagonista dell’ultimo film di Gianni Zanasi, ci pensa eccome.
Pensa alla sua vita, su e giù per un pub, passando per palchi da cinquanta spettatori a serata, per sale di incisione, per una ragazza che c’era ed un attimo dopo non c’è più.
Ci pensa a tal punto che la vita metropolitana arriva a stargli stretta. Roma, capitale del mondo, città dai mille angoli nascosti, non soddisfa più l’esigenza concreta di stare alle cose, di impastarsi con la realtà.
Così Stefano si rifugia nella paterna casa romagnola, sparsa su una campagna dai tratti rivieraschi, e si immerge nella complicata realtà familiare. Un padre infartuato che ha dovuto mollare la professione di una vita, l’imbottigliamento di gustosi sciroppi di fragole e ciliegie, una sorella che ha mollato l’università per buttarsi anima e corpo in un lavoro al delfinario del paese, un fratello in via di divorzio, che tenta maldestramente di celare la disperata situazione economico-finanziaria nella quale ha cacciato la fabbrica di famiglia, e una madre, impegnata con scarso successo a tenere le redini di un’unità familiare che sempre più di sovente mostra segni di cedimento.
Una fuga al contrario quella di Stefano, interpretato da un Valerio Mastrandrea assolutamente in forma, densa del recupero di una concretezza di volti e di situazioni all’interno delle quali può non sentirsi estraneo. “Sono tornato perchè in fondo avevo bisogno di voi”.
Passa, attraverso il garbato e godibile film di Zanasi, il recupero di una famiglia non più drammaturgicamente vista in una mucciniana ottica di tomba del naturale ed elementare livello di affettività che viene permesso all’uomo, ma fautrice prima della coesione personale e sociale dell’individuo.
Una pellicola densa di uno strano conservatorismo compassionevole, tutt’altro che frequente nella cinematografia italiana contemporanea, ma affatto retrogrado, attestato su pregiudiziali posizioni di retroguardia, di difesa di sterili “valori” bisognosi di trincee nelle quali rintanarsi.
Stefano, al contrario, necessita solo di un bagno di semplicità, che gli consenta di recuperare un nesso con la totalità della propria persona, con le cose concrete (a partire da una birra con gli amici di sempre), che gli consenta di rituffarsi nel mondo con un’inaspettata dose di buonumore e di ragionevole vitalità. E non trova luogo migliore che la pur sgangherata alcova dei propri cari.
Come testimonia l’ultimo volo dal palco, concreto e felice, non più disincantato ma pieno di speranza.
Avanti il prossimo. Che importa se sia un killer, un sorvegliante di uno dei mille casinò di Las Vegas, una bella ragazza bisognosa di aiuto od un intero plotone di agenti dell’Fbi in tenuta da combattimento?
Per Cris la differenza è minima. Perchè madre natura gli ha fatto dono di poter vedere la sua vita nei due minuti successivi all’istante presente. Si, Cris può vedere il proprio futuro e, di conseguenza, cambiarlo. Così schivare un proiettile, capire dove andrà a cadere un macigno, sapere quale sarà la prossima mano vincente alla roulette, sono tutti giochetti da ragazzi.
La vita va avanti così più o meno pacifica tra piccoli espedienti ed un lavoretto in un teatro di quarta categoria nel quale Cris riesce a mescolare piccoli trucchetti di magia con la propria innata capacità di leggere quel che sta per accadere.
Ma la situazione si complica quando un’ispettrice della polizia mette gli occhi su questa dote e decide di sfruttarla per tentare di sventare una minaccia nucleare che sta investendo la west coast. E diventa ancora più ingarbugliata se questo accade proprio nel giorno in cui Cris incontra Liz, quella che è convinto sarà la donna della sua vita, e se i terroristi, accortisi delle sue pericolose potenzialità, decidono di farlo fuori prima che possa sventare il loro piano.
Next va avanti a sussulti, alternando sequenze di ottimo artigianato hollywoodiano - su tutte la sincopata rincorsa tra le slot machines dei primi minuti di pellicola - con pause riempiti da dialoghi ai limiti del qualunquismo più becero.
Ma possiede il grande pregio di essere incalzante, esagerato al punto giusto, senza strafare, e di costruire un impianto di action allo stato puro capace di non annoiare il pubblico, nè per povertà di messa in scena, nè per saturazione di effetti e situazioni paradossali.
Lee Tamahori, neozelandese già cimentatosi con la serie di 007, padroneggia la situazione confezionando un onesto thriller che punta sull’immediatezza della storia, sul classico colpo di scena finale, e sui propri personaggi.
Un purtroppo statico Nicolas Cage - che nelle serrate battute arriva letteralmente a passeggiare mentre intorno a lui si scatena uno dei più classici “inferni” da scena madre di matrice yankee - la più classica delle poliziotte in carriera alla quale presta il volto Julianne Moore, e la bella e innamorata Jessica Biel compongono il cast di richiamo che completa l’operazione Next, e ne fa un classico prodotto di sano e spensierato intrattenimento nel quale Hollywood si mostra da sempre maestra.
Massacrato dalla critica a Venezia, arriva sugli schermi Nessuna qualità agli eroi, film ermetico, fin dal variamente interpretabile titolo, di Paolo Franchi, regista complesso e complicato, laureato in Critica Psicoanalitica dell’Arte, che ha messo in scena una piece, per sua stessa ammissione, disperata e nichilista.
Una disperazione ed un nichilismo che sono il sale di una storia nella quale si incrociano due depressioni, che si declinano in tempi e in modi differenti, ma che sono il sale e l’ossatura di tutta la riflessione, dai tratti intellettualisticamente desueti, che viene portata avanti dalla pellicola.
Bruno è un affermato broker assicurativo, sposato alla avvenente Anne - interpretata dalla splendida Irène Jacob - ha contratto un debito da un facoltoso usuraio. Quando quest’ultimo muore, il pensiero di aver risolto tutti i propri problemi viene fugato dall’incontro con l’inquietante personalità di Luca - al quale presta viso e corpo Elio Germano - ragazzo introverso, che manifesta fin da subito di avere parecchi scheletri nell’armadio.

Franchi lavora intensamente sulla polisemia di significati, portando avanti quella che è una vera e propria ricerca psicanalitica, introspettiva, mascherata da opera narrativa.
La storia è quasi secondaria, accessoria, rispetto allo scandagliare in profondità l’animo e le pulsioni di due uomini, differenti per età, per trascorsi, per cultura ed indole, ma accomunati da un profondo disagio nei confronti della vita.
Franchi sceglie una tecnica classica, lineare, densa di silenzi e di accenni, scevra da scivolamenti in facili commozioni o compatimenti. Prevalgono i colori atoni, il grigio, il nero, il verde, il marrone, e tutta la costruzione della messa in scena richiama fastidiosamente la profonda inadeguatezza rispetto alla realtà che viene provata dai due protagonisti. Il vortice in cui pian piano sprofondano è così una lenta e irritante degradazione dei suoni e dei colori del girato, che accompagnano la fine morale, e forse anche fisica, dei due uomini.
Franchi, nel suo rigorismo che non scende a compromessi, non usa mezze misure nemmeno nella rappresentazione di una certa morbosità che ottunde la mente e investe i corpi, attraverso alcune sequenze che hanno destato al Lido scalpore e fastidio.
Ma, dopo la sonora bocciatura del tritacarne del Lido, Nessuna qualità agli eroi è un film che, a parer nostro, dovrebbe essere valutato più serenamente come una pellicola sì controversa e per alcuni tratti intellettualisticamente evanescente, ma pur sempre solida e qualitativamente sopra la mediocritas di buona parte del cinema italiano contemporaneo.

Conferenza stampa
Germano, lei subisce un fascino dai personaggi più complicati, spesso insanguinati. Virzì ha detto per esempio di lei che può interpretare qualunque volto..
Elio Germano: Un personaggio complesso che deve affrontare una crisi è più bello di una persona a cui non succede nulla. In questo caso il personaggio si rifà alla storia del teatro e della narrativa, è uno di quei personaggi che si confronta duramente con sè stesso. Dall’Edipo re a Dostojevskij a Shakespeare, sono personaggi molto teatrali, che però al cinema si vedono poco. Mi auguro che mi capitino sempre più spesso personaggi così perchè affrontare queste tematiche è una benedizione, dà senso a questo mestiere.
C’è stata qualche difficoltà a illustrare la psiche umana, con dei tempi d’interiorità inattuali nel cinema italiano?
Paolo Franchi: Si, in effetti è molto difficile fare un cinema così, sia in Italia che in altri paesi. Il gesto della masturbazione davanti l’autorità del potere dell’arte era un gesto anarchico, per esempio, che non è stato compreso da molti. Nessun gesto nel film è liberatorio, sono gesti del tutto inutili, mi rendo conto che sia di un nichilismo folle.
Todeschini, il suo modo di recitare non ricorda un poco la nouvelle vague?
Bruno Todeschini: La cosa che più mi interessa nel mio lavoro è entrare nell’universo del regista, pur conservando le mie emozioni. Forse il riferimento alla nouvelle vague viene da qualcosa che ho di istintivo e che si trasforma nell’approccio con il regista.
Avevate dei riferimenti nell’approcciarvi all’arte di cui parlate nel film?
Paolo Franchi : Avevamo in mente la pittura dell’informale materico, la disgregazione della materia perchè è sofferenza pura, i personaggi si lacerano. L’immagine deve far pensare, deve sovrapporsi a ciò che è fuori campo, non decrittabile immediatamente.
Bruno Todeschini : E’ un aspetto che in effetti ha fatto parte della discussione, ma è legato alla regia più che ai personaggi. L’arte centra ma non è il punto di riferimento per il mio personaggio, è il padre il vero punto di riferimento..
Come nasce progetto del genere?
Caschetto: Non è stato facile realizzarlo, è stato un progetto complesso. Eravamo molto colpiti da quella storia, e il percorso produttivo è stato molto complesso. E’ nato come un piccolo film e poi ha assunto un costo cospicuo, importante. Siamo riusciti a mettere assieme due competitor come Rai e Mediaset. Volevamo realizzare un progetto che non fosse di marca strettamente italiana, ma che avesse un respiro più ampio. Il film è stato ingiustamente bastonato a Venezia, ma anche perchè Franchi è estremamente esigente e onesto intellettualmente.
Irène, ci può parlare del suo personaggio complesso?
Irène Jacob: La sceneggiatura è complessa e profonda, mi ha fatto pensare a Dostojevskij e Kafka, perchè non è estremamente realistica ma sfocia nell’inconscio. Avevo paura di essere solo la spettatrice di un uomo che cade in depressione. Ma invece ho trovato una profondità che mi ha molto interessato. Franchi voleva andare nel buio e nelle cose complesse, ed era un piacere lavorare con lui.
Qual’è secondo lei la funzione della critica? Ha abdicato il proprio ruolo formativo?
Paolo Franchi: Quindici anni fa sui giornali leggevamo la critica del film. Ora c’è un giornalismo di colore che parla di tutto quello che ruota intorno al film, ma non del film. Non sto dicendo che non debba esserci il giornalismo cinematografico, ma dico che la critica ha sempre meno spazio. Non voglio attaccare la critica, dico che le linee editoriali sono molto cambiate, tutto qui.
Trova affinità tra il suo cinema e quello di Bellocchio?
Franchi: Non sento affinità elettive con Marco Bellocchio, al massimo con Fagioli, uno psicanalista che amo molto. Non mi è piaciuto quasi nessun film di Bellocchio, ho amato moltissimo solamente Diavolo in corpo. Mi sento vicino piuttosto ad artisti come Haneke e Dumont.
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