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M. N. Shyamalan. 
Che si legge M.(anoi) Night Shyamalan in inglese, ma anche Manoi Nellyattu Shyamalan nella sua lingua originale.
E’ dalla regione di Pondicherry, India del sud, che arriva il piccolo regista del “Sesto senso”. Ed è partendo dal proprio nome che ha iniziato ad esplorare tutta quell’infinita materia che la realtà gli poneva sotto le mani, così come poi ha fatto nelle sue pellicole, tanto dense di riferimenti a un reale doloroso, quanto intrise di una tensione al fantastico, all’emergere nel campo del visibile quei sentimenti, quelle gioie e quelle paure che, normalmente, rimarrebbero nel cuore dell’uomo.
Con l’ultimo e (mettiamo subito in chiaro le cose) bellissimo “Lady in the water” il piccolo regista indio/americano raggiunge, per ora, la sublimazione della sua opera, descrivendoci una realtà totalmente intrecciata con il fantastico. La dama nell’acqua viene presentata, e non a torto, come “una favola della buonanotte”. Tutto lo script, la descrizione visiva di un protagonista (Paul Giamatti) che è il personaggio insieme più tangibile e più favolistico del film, ruota intorno ad una completa assimilazione della realtà più banale alla favola più spettacolare.
E se Shyamalan arriva alle favole per la buonanotte, lo fa avendo alle spalle un percorso autoriale che della notte aveva fatto un rifugio di miti e superstizioni, spesso infondate, ma tanto più reali quanto lo erano i punti di vista di chi li viveva.
Già a partire dal “Sesto senso” il momento di buio corrispondeva alle visioni de “la gente morta”, identificandosi con le paure ancestrali del “ritorno” delle anime non pacificate
da una morte ambigua, in cerca di redenzione e di riscatto. E se non nel buio naturale della notte, le apparizioni ci venivano mostrate alla luce soffusa di crepuscolari ambienti chiusi, dualismo di situazioni che andava a riunificarsi nello scioglimento finale, all’accorgersi della propria, innaturale, condizione del personaggio interpretato da Willis. La notte del Sesto Senso, contrappuntata dagli inserti rosso sangue che il regista dissemina qua e là nelle inquadrature, è una notte di paure superstiziose, la cui zona d’ombra viene sciolta solamente da un presa coscienza, da una comprensione/possessione delle paure che la percorrono.
Lo stesso senso di inconscia inquietudine percorre l’assenza di luce nei campi di grano di “Signs”, sentimento che Shyamalan racchiude e circoscrive nella penombra della cantina nella quale la famiglia dell’(ex) pastore Mel Gibson si rifugia.
Così come nel “Sesto Senso” il pretesto narrativo – vera attrattiva per il grande pubblico – del ribaltamento del punto di vista dal “mondo reale” a quello ultraterreno era la condizione attraverso la quale si portavano avanti le vere tensioni del film, allo stesso modo in Signs si ribalta il punto di (non) vista, dall’ultraterreno (l’alieno) alla più banale normalità (?) di una famiglia di campagna.
Le linee di frattura, sociali e politiche, che emergono nel primo film veramente proprio del regista, vengono inserite e centrifugate nel geniale climax nar
rativo.
“Sono gli alieni” “No, sarebbe troppo facile” “Ma no, sono veramente gli alieni”.
Shyamalan riesce a rendere banali le figure degli alieni, che pur fa agognare per tutta la durata del film, giocando con le paure e le aspettative di un pubblico che non sa rassegnarsi ad una pur fantastica realtà, un pubblico la cui esigenza di satollazione del fantastico provoca un ingigantimento del cinismo e un restringimento del cuore. Shyamalan non ha fatto altro che inserire in un crescendo narrativo notevolmente più efficace ciò che aveva già raccontato Wells nelle sue guerre fra mondi, riportandone con vivida chiarezza e lucidità i sottotesti sociali, politici e antropologici di cui quel libro si faceva portatore. Mette così a nudo la debolezza di un pubblico che fino a qualche manciata di anni addietro si lasciava affascinare, spaventare e incantare da quel che oggi identifica e concepisce come una mezza delusione, come un di meno nel roboante mondo di lucisuonicolori dell’effetto speciale a tutti i costi.
E ancora (inquietantemente) più a fondo nel suo ragionamento si addentra “The village”, nel quale abbandona la pretesa di forza - intellettuale, lo psicologo del “Sesto senso”, fisica, il supereroe di “Umbreakable”, e morale, il pastore di “Signs” - dalla quale tentativamente partire nell’affrontare le sue storie, per affidarsi, nettamente, senza possibilità d’obiezio
ne alcuna, alla figura apparentemente più debole tra le maschere teatrali della comunità-villaggio che descrive, quella della ragazza cieca.
Ritorna, per l’ennesima volta nella cinematografia del regista, la notte, questa volta unica e sola creatrice di paure, una notte impercettibile, contenitore di inquietudini inafferrabili. Sarà in questo caso lo scardinamento del luogo (lo spazio filmico del villaggio) a spazzare via le paure del tempo (il tempo di una notte che, anche fisicamente, non si vuole attraversare). E, ancora una volta, l’andare oltre una convenzione socio/psicologica sarà atto volontaristico di un umano, questa volta quello fragile e candido della Howard, a rompere il terrore che ha l’uomo delle convenzioni/convinzioni imposte dai suoi simili.
“The Village”, nella filmografia di Shyamalan, corrisponde al punto estremo di (fantastico) realismo. Non c’è (quasi) nulla di vero nelle paure e nei mostri introiettati e proiettati dai villagiani, così come non c’è quasi nulla di comunemente quotidiano nella realtà che si trovano a vivere.
A questo proposito la sua dama marina, ribalta e conclude un percorso che, nel districarsi tra realtà e immaginazione, porta alle sue estreme conseguenze, dipingendo un mondo totalmente intriso di magia.
Il regista gioca con il suo pubblico non giocandoci. E cioè mette subito le cose in chiaro, introducendo la narrazione con immagini stilizzate e racconto
di una favola, manifestando fin da subito le proprie intenzioni narrative. E per l’ennesima volta lo spettatore si aspetterebbe qualcosa di diverso, un colpo di teatro che puntualmente non arriva. “Lady in the water” è una vera e propria favola, alimentata da una dolcezza potente d’un cinema d’altri tempi, che narra di un reale talmente edulcorato che verrebbe da domandarsi quali siano, veramente, gli elementi favolistici e fantastici.
Ed ancora, maestosa e spaventosa, incombe una notte dalla quale sfuggire, nella quale non sostare. Un buio che è, per l’ennesima volta, latore del “mostro”, dell’”altro” da cui fuggire. Ma che forse è anche, per la prima volta, luogo imprescindibile per giungere alla salvezza e in cui immergersi (la grande aquila arriva in un buio crepuscolare).
La notte di “Lady in the water” è anche la prima che non spaventa gli uomini, ma al contrario è frutto di paure per i non umani, per la dama in fuga dalle mostruose creature dagli occhi rossi.
Quello dell’ambiente notturno è solo uno dei tanti fili conduttori che si possono seguire nel ripercorrere la filmografia di Shyamalan, così densa di sfaccettature e sottotesti da richiedere sicuramente un maggiore approfondimento. Una traccia utile da seguire, andando a ripercorrere le gesta di un uomo che della notte ha fatto il proprio nome.
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