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domenica, 11 giugno 2006
Traiettorie (e derive) del documentario

L'uscita dell'ultimo docu-film di Werner Herzog, Il diamante bianco, ennMichel Mooreesimo passo di un ormai consolidato percorso di documentarista del regista tedesco (ricordiamo qui solo il recente Grizzly man e Kinski, il mio nemico più caro) si pone come buon imprinting per riflettere sul mondo del documentarismo cinematografico, che, grazie anche allo sforzo investitivo di produttori come Fandango e LuckyRed nel cinema, e Real Feltrinelli nell'home-video, sta conoscendo un periodo di inaspettata visibilità.
Apristrada di questo strano fermento è stato sicuramente il "caso" generato da Michael Moore con Bowling for Colombine, prima, e con Fahrenheit 9/11 poi.
Moore ha costruito un documentario che ha avuto successo in quanto non tale, in quanto talmente sbilanciato nell'affanno di dimostrare le proprie tesi, e non di "documentare" dei fatti, da sfiorare il limite con il film di fiction, creandosi addosso vere e proprie trame ed intricati intrecci che, resi sullo schermo, mostrano un'infima rigorosità documentale per privilegiare una forte carica emotiva.
E' curioso osservare come Herzog si ponga rispetto a questa tentata deriva del genere.
Assistendo ad uno dei suoi primi lavori, l'ormai affermato Reitz, autore della celebre serie di Heimat, criticò ferocemente il regista di origine slovena, denunciando che dopo le follie naziste alla Germania sarebbe occorso un cinema razionale, rigoroso. Herzog risalì sempre la corrente razionalista del cinema tedesco ( che, successivamente, si troverà a scontrarsi anche con Fassbinder), mettendo in scena sempre riferimenti spaesanti, utopie e sogni dall'imprWerner Herzogobabile realizzazione.
Cifra che è rimasta intatta anche nei suoi lavori non di narrativa, e che ne Il diamante bianco emerge con chiarezza.
Chiara quindi la contrapposizione con un modo di fare film che della limpidità del cinema non ha nulla, ennesimo segno di una ribellione fisiologica di chi i documentari li sa veramente fare, li ama. Basta dare un'occhiata a lavori come Il muro, splendido lavoro di Simon Bier, o La storia del cammello che piange, della coppia Falorni/Byambasuren, per capire di cosa stiamo parlando
Sarebbe interessante riportare la critica di Reitz all'oggi, di fronte al forzato razionalismo di Moore e al sognante realismo di Herzog, e chiedersi di che cosa il cinema abbia bisogno oggi.
Noi una risposta ce l'avremmo…

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Pubblicato da: Xanadu |alle 16:13 | link | commenti (3) |
approfondimenti, castlerock


Commenti
#1   12 Giugno 2006 - 12:51
 
Quello che dici di Moore è vero più che altro per Farenheit 9/11 e Roer And Me che infatti hanno più una struttura televisiva (da cui Moore viene).
Mentre Bowling for Columbine vive di un delicato equilibrio, tra documentazione di una realtà sotterranea. Farenheit 9/11 e Roger And Me se si va a vedere bene non documentano nulla se non cifre e dati, mentre il documentario sulle armi parla di un sottobosco conosciuto ma mai esplorato a fondo, quello delle guardie nazionali, degli stati più conservatori, quello dei barbieri che vendono munizioni e del Canada dove tutti hanno la porta aperta.
In più Bowling For Columbine propone una forma diversa al documentario, più personale (certo anche faziosa) in grado nel migliore dei casi di trasmettere la tesi dell'autore assieme ad altre tesi, sullo stesso piano, comunicando certezze e perplessità.
Sinceramente non credo in Michael Moore e non credo che riuscirà mai ad eguagliare quest'opera.
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#2   14 Giugno 2006 - 13:57
 
Vero, bowling è tre spanne sopra gli atlri due.

Ma Herzog, come xanadu stesso dice, è davvero un'altra cosa! Il documentario su Kinksy è meraviglioso e finalmente è disponibile su DVD anche in Italia!

Yours

MAURO
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#3   02 Gennaio 2008 - 20:55
 
Ti dirò, Herzog è il mio regista preferito in assoluto, ho visto tutti i suoi film e per me non ci sono paragoni con nessuno... ma ho comunque apprezzato anche i lavori di Moore, sebbene significativamente differenti da quelli del grande cineasta tedesco. Credo si tratti di due approcci differenti, due discorsi che puntano in direzioni diverse, due "modi di vedere" (e di restituire il reale) del tutto altri. Ad ogni modo, ho trovato motivi di interesse anche nell'opera di Moore, come già detto.

Detto ciò, Herzog per me resta il più grande.
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