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Riporto, come già qualche volta ho fatto, un articolo tratto dalla carta stampata. Sul Corsera, Aldo Cazzullo affronta il rapporto Monicelli/Moretti, incontrando il grande vecchio del cinema italiano in concomitanza con l'uscita da "Il Caimano"
"NOI PARLAVAMO A TUTTI. LUI SOLO AI SUOI SIMILI"
Ma è possibile che induca altri a schierarsi con lui. Tante volte mi è stato chiesto perché non ho fatto un film sul Cavaliere. Ma la tentazione non mi è mai venuta: perché quello, di cui io penso tutto il male possibile, è comunque sempre davanti a noi. Nel mentre si gira il film, quello ha già detto e fatto cose più sorprendenti, divertenti, inquietanti, incredibili. Non lo becchi mai. E ho il timore che Moretti non l’abbia beccato ». Mario Monicelli, 92 splendidi anni a maggio, vive al rione Monti, a un passo dall’antica Suburra, in un bilocale da studente con divano letto. È in partenza per la Tunisia, dove girerà il suo prossimo lavoro, tratto da Il deserto della Libia di Tobino. «Anch’io ho fatto film esplicitamente politici, come I compagni. Ma vengono meglio, e hanno più influenza, quelli che la politica non la trattano direttamente.
Perché si rivolgono a tutti, non solo a gente di sinistra e abitanti di Monteverde vecchio. Un regista o un attore, così come un pittore o un romanziere, non deve temere che non si capisca cos’ha dentro, cosa pensa
di Berlusconi o del mondo; se ha alle spalle una formazione seria e idee salde, anche se parla d’altro lo si capirà benissimo. Non credo che Moretti abbia un grande potere di condizionamento. È un autore raffinato, colto, elitario. I suoi tormentoni, compreso il più riuscito, quel "di’ una cosa di sinistra" rivolto a D’Alema, ce li ripetiamo tra di noi; ma l’80 per cento degli italiani non sa cosa significhino. Moretti si rivolge ai suoi simili, non ai borgatari. Noi giravamo pensando a tutti, a cominciare dai borgatari. Per questo Sordi e i nostri film a Nanni non sono mai piaciuti ». Il primo scontro tra Monicelli e Moretti avvenne in tv. Arbitro, Alberto Arbasino. «Era circa la metà degli anni Settanta, la trasmissione si chiamava Match - ricorda Arbasino -. Quello tra il regista affermato e il regista sperimentale fu tra i più riuscit i , insieme con Suni Agnelli-Lidia Ravera, Montanelli-Bocca, Prodi- Francesco Forte e Adriana Asti-Pampanini ». «Ma il nostro match fu particolarmente agguerrito—racconta Monicelli —. Nanni attaccava, diceva che io avevo tutti i soldi, il tempo, gli attori e la pubblicità che volevo, e lui no. Io ero in difesa, non dissi nulla contro di lui, anche perché facevo la parte del barone. Vedo che ora il barone è Nanni, e me ne rallegro». Dice Monicelli di averlo sempre apprezzato: «Mi piace la sua forte personalità. In quegli stessi anni noi baroni andammo a una settimana del cinema a Salerno. Lui non era invitato, venne lo stesso, si alzò a urlare improperi contro di noi e il pubblico, e se ne andò. Apprezzo il suo spirito di ribellione, quando fa cinema come quando fa politica. Però si prende troppo sul serio. Il cinema è la settima arte; cioè l’ultima.
È un’arte applicata, senza l’industria non esisterebbe. Non è la bottega di Caravaggio. L’arte è semplicità, mentre da quanto leggo mi pare che Il Caimano affastelli un po’ troppe cose. Non voglio dare un giudizio estetico su un film non ancora visto, ma ho un timore: c’è cinema? O c’è soltanto Moretti? Mi dicono siano molto belle le immagini della separazione tra Orlando e la Buy. Però insomma, un po’ di coraggio: spezziamoli, questi legami! Nanni in questo è conservatore, familista, abitudinario. Io ho fatto un solo film sulla famiglia, e si chiamava "Parenti serpenti"». Come tutti i grandi, riconosce Monicelli, Moretti invecchiando migliora. «Come autore. Come attore, no: rimane modesto. È bello, impostato, intelligente; anche troppo. È un moralista, non ha il dono luciferino di carpire l’anima dei personaggi.
Per questo degli attori si è sempre diffidato: secondo il Corano non potevano rendere testimonianza in tribunale, anche da noi venivano sepolti fuori dai cimiteri. Moretti no, tra cent’anni potrà essere sepolto tranquillamente al Verano.Aproposito, conoscendo Veltroni gli rinnovo il mio appello: per me niente salma in Campidoglio ed esequie solenni; cose semplici, se possibile divertenti». Nel film i Berlusconi sono quattro: il sosia, quello vero, Placido e Moretti. «Capisco la difficoltà — dice Monicelli —. Interpretare Berlusconi è impossibile. È lui stesso un grande attore. Qualcosa di più e di peggio di una macchietta. Non ci sarebbe riuscito neppure Sordi, che invece sarebbe stato uno strepitoso Bossi; ho sempre sognato di fare un film su Bossi, ma ora non sarebbe rispettoso. Forse soltanto Totò avrebbe potuto impersonare Berlusconi: il Totò futurista del teatro, che in pubblico si atteggia a cialtrone e in casa si muove da principe».
La vera
differenza tra il vecchio maestro e il giovane è che «io, come Risi e Germi, raffiguravo l’Italia com’era e com’è, con i suoi vizi. L’Italia, Moretti la rifiuta. Per luiBerlusconi ha già vinto, perché ha cambiato il Paese a sua immagine. In questo Nanni si muove come avrebbe fatto Pasolini.Ma il ritratto dell’Italia degradata c’è già, è "Salò", che non viene mai trasmesso ma resta insuperabile ». Il Moretti politico di questi anni a Monicelli è piaciuto: «L’urlo di piazza Navona era giusto ed è stato salutare. Nanni ha dimostrato di avere cose da dire e di sapere come dirle. Econdivido anche il giudizio su Berlusconi. Per me il premier è Mammona, il dio denaro, la razza padrona. Capisco il finale del film. Non c’è contrasto tra il Berlusconi torvo delle ultime scene del Caimano e quello sorridente cui siamo abituati: proprio in quanto sorride è pericoloso. Berlusconi è davvero capace di tutto, e lo sta già dimostrando in campagna elettorale. Proprio per questo, dubito lo si batta con un film a tesi». |

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