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visitato *loading* volte
C'erano una volta tre allegri amici, che si misero a parlare di un film. Non partorirono null'altro che qualche elucubrazione sparsa sul senso e significato di un certo tipo di cinema, che qui, co
munque, vi offro
Pietro Salvatori: In concomitanza con la presentazione a Cannes del nuovo lavoro di Lars von Trier, ci vogliamo soffermare un attimo su Dogville, prima che sorpassi la linea della attualità cinematografica e si vada a depositare nella monumentale storia del cinema.
L’aspetto principale sul quale mi piacerebbe soffermarmi e partire è quello di un presunto rifiuto del Dogma, inteso come il “Dogma95”, manifesto che ha preceduto la realizzazione di “Idioterne”. A mio avviso v’è una duplice considerazione da fare. In primo luogo è pretestuosa la leggenda che il Dogma95 sia una sorta di manifesto programmatico della filmografia di von Trier, e che di conseguenza sia stato man mano rinnegato. La considerazione, presa a sé stante, non regge per il semplice fatto che il danese volante è solito far precedere ogni suo film da una sorta di dichiarazione d’intenti, un manifesto esplicativo della sua poetica filmica (rimando, per una raccolta, quasi, completa a “Il cinema come Dogma, intervista a Lars von Trier” edizioni Mondadori). D’altra parte, però, è innegabile che il Dogma95 abbia condizionato profondamente la filmografia dello stesso Trier, arrivando a fare della Danimarca una sorta di grande laboratorio di un certo modo di fare cinema (pensiamo a Vitenberg, o al recente “Brodre” di susanne Bier).
Ecco, in sostanza affermare che Dogville sia un definitivo rifiuto del Dogma95 mi sembra sia concettualmente sbagliato, ma anche errato in sé. Tracce ed evoluzioni del Dogma mi paiono ben riscontrabili.
Mattia Matteucci: Il Dogma non è mai esistito. E nessuno ci ha mai creduto. È stato un gioco divertente, interessante e accentratore, ma nulla di più e forse già molto.
Prima della fantomatica dichiarazione d’intenti il Dogma esisteva già. O meglio si stavo formando un certo tipo di approccio al soggetto da riprendere (storia da raccontare + personaggio da seguire).
Con Idioti effettivamente nasce una nuova modalità di fare cinema, più esplicita e libera. Un nuovo approccio al cinema, quasi un ritorno al naturalismo e al naive. La regia diventa sempre più frammentata e isterica. Selvaggia e naturale. Quasi una rappresentazione della coscienza visiva. Costruita come si costruiscono i ricordi visivi pensati. Lars Von Trier è al massimo della sua sintesi.
In questo periodo si inserisce Vintnberg con Festen (primo film ufficiale di Dogma). Il linguaggio è ancora più estremo di Von Trier. Quasi davvero troppo ricercato, ma efficace. Tornano i temi drammatici de Le Onde del Destino che si erano perduti dopo e con The Kingdom.
Dogma sembra quindi rivolgersi a quegli aspetti della vita drammatici e paranoidi. Situazioni al limite. Vite spezzate e esistenze malate. Viene imboccata una strada precisa di ricerca fatta di un cinema che se comunque viene intaccato da quegli aspetti narrativi poco trattati nel cinema contemporaneo resta comunque un modo di fare cinema. Un cinema che segue le sue regole e i suoi dogmi di costruzione, ma cinema che si articola.
Il passaggio successivo segna un impoverimento irrimediabile. Tutto ciò che era stato pianificato e sempre vissuto come una passione libera e abilmente frivola viene improvvisamente a mancare. Dancer in the dark di Von Trier e Italian for begginers della danese Lone Scherfig portano Dogma su ‘nuovi’ propositi di ricerca. 
Eccezione fatta per le parti musicate di Dancer in the dark la costruzione cinematografica dello spazio viene abbandonata del tutto per privilegiare l'aspetto umano dei personaggi. Grandi e lunghi primi piani degli attori, dei loro visi, sono ciò che resta di questo cinema. Il centro, che era già stato scardinato, viene ad appiattirsi ai confini dei controcampi della macchina da presa. Il centro di equilibrio di questo cinema, distrutto ma portato lentamente in una concatenazione continua di inquadrature e salti visivi, di errori grammaticali viene ora a stabilizzarsi in un'involuzione verso il primo piano. Questa scelta registica diventa, o cerca di diventare, il punto di (in)stabilità di questo ennesimo nuovo tipo di cinema.
La sensazione è duplice infatti. Se da una parte abbiamo un inaridimento lessicale e quindi una perdita di volontà costruttiva, dall'altra invece ci viene presentata con insistenza una vaga sensazione di nausea attraverso l'uso di questa regia. Certo questa rimane una scelta volontaria e conscia, ma a mio avviso questo cinema si lascia cadere negligentemente verso una "teatralità" dove l'attore, il suo viso, il dramma interiore del suo personaggio diventano le uniche e sole risorse possibili.
È un cinema che cambia e che si muove rapidamente, è vero, ma i risultati dell'ora e dell'adesso, per me, non sono assolutamente soddisfacenti. E Dogville, lo dico subito, è un film insopportabile.
Giuseppe Mariani: Da spettatore assai poco entusiasta delle pellicole di Lars Von Trier fin qui visionate, proverò a parlare di Dogville senza tener conto di Dogma 95 che non ho mai cercato di approfondire, per noia, data l’artificiosità vanamente provocatoria di suoi precetti, a prima vista riscontrata. Che tale “manifesto” programmatico sia nato con intenzioni serie oppure facete, e che data una regola se
ne possa fare cibo per porci, mi lascia del tutto indifferente. Nella fattispecie. L’arte cinematografica non ha bisogno di ricorrere alla provocazione scorretta, al limite antipatica, modaiola, quindi priva di futuro, per rinascere a se stessa. Sta di fatto che, abbandonate, o tradite, o superate (sia quel che sia, lo trovo ininfluente ai fini del risultato) le regole dogmatiche, Lars Von Trier realizza un’opera sostanzialmente scontata ed irrisolta, dove le buone intenzioni e le ambizioni tradiscono un’autorialità affatto manierata e fintamente innovativa, a riprova che l’esperienza Dogma sia servita a poco. Citando Mattia: “Dogma sembra quindi rivolgersi a quegli aspetti della vita drammatici e paranoidi. Situazioni al limite. Vite spezzate e esistenze malate.”. A me sembra che lo stesso cinema di Lars Von Trier che si prefigge di rappresentare tutto ciò, contenga in sé il seme di una malattia che corrode estetiche e contenuti. Ho detestato Le onde del destino, Dancer in the dark; trovato propriamente idiota, irritante, di un intellettualismo artefatto e snervante Idioti. Aldilà della studiata insincerità dello stile e dei contenuti, della messinscena che ha pretese di originalità, L’Elemento del crimine mi ricorda troppo gli “acquitrini” di Stalker di Tarkoswskij (ma ora sto parlando di un genio del cinema). Caso a parte, The Kingdom l’ho trovato divertente.
Dogville. In sintesi. La spoglia scenografia di tipo teatrale, teatro brechtiano, che ricorda inoltre le prime sequenze di Le valigie di Tulse Luper di Peter Greenaway (case senza muri e dentro/fuori un’umanità affastellatala e promiscua, nascosta/scoperta), ed anche gli allestimenti spesso in voga nei teatri dell’opera musicale, avrà anche il suo fascino al primo impatto, e comunque fino a quando non ci accorgiamo di trovarci non esattamente di fronte ad un allestimento originale. Dogville è un riproporre lo stesso modulo narrativo/figurativo, senza soluzione di continuità, in assenza di significativi sviluppi della messinscena . Tarato il suo obiettivo su tre o quattro tecniche di ripresa (zoom, macchina a mano, inquadrature dall’alto, primi e primissimi piani), il regista da lì non schioda e tira la corda ostentando per circa 180 minuti circa la stessa inquadratura. La noia è sempre in agguato. La drammaturgia ha infine la meglio sul cinema; il teatro filmato sull’inquadratura fotogenica. E si tratta di cattiva drammaturgia che ripropone l’idea fissa, ricattatoria/provocatoria, quaquero-bigotta, la misoginia endemica, l’idea oramai consunta e davvero irritante della donna sfigata, suffragetta, vittima sacrificale da “tutti” (?) maltrattata, di un regista che regredisce attingendo direttamente alle tematiche di Le Onde e Dancer. C’è però da dire che la macchina a mano viene stavolta utilizzata in modo più discreto del solito, senza provocare quel fastidioso mal di mare che costringeva lo spettatore ad assumere una pastiglia di Xamamina prima di intrapre
ndere il viaggio…
Pietro Salvatori: Un’analisi del dogma, però, a mio avviso non può essere condotta se non guardando, come fine ultimo, al valore metaforico e contenutistico del Dogma stesso. Illuminante è, a questo proposito, la visione di “The five obstructions”, noto al pubblico italiano come “Le cinque variazioni”, piccolo documentario di von Trier girato a quattro mani con Jorgen Leth. Questo piccolo film, potrebbe essere considerato, sotto molti aspetti, il vero manifesto del “fare cinema” di von Trier. Il concetto da cui parte il danese, concetto su cui fonda tutta la sua poetica registica, è quello di privazione. Interessante notare come, alla base di una cinematografia, ci sia, caso più unico che raro, un filosofia del cinema. Fatto di per sé non condivisibile, ma comunque ammirabile. Dicevamo della privazione. E’ il limite il cardine della messa in scena di Lars. Il limite, la privazione di spazi, filtri, bracci meccanici o scenografie, è la tara (temporanea) su cui si fonda la messa in scena di qualsiasi film del danese (fatte salve le primissime esperienze). Proprio per questa visione della privazione come strumento utile per incanalare il genio dell’artista, ci è utile per inquadrare il filo rosso che lega Idioti (film che anche io ritengo tra i peggiori del regista, ma emblematico) e Dogville. Il limite cambia, ma non scompare. Non viene rinnegata quindi un’idea di fondo, quell’idea che è il seme di tutti i film di von Trier, così come si sente dire spesso. Anzi. Dogville è il rafforzamento di quell’idea che, scaturita dal Dogma, si è evoluta, alla faccia dell’ottusità di una certa critica che parla ancora di rinnegamenti e terremoti. No, non è così. Tutt’altro. Una visione contraria dovrebbe essere eliminata in un’analisi della cinematografia von trieriana. Che poi piaccia o no, è un altro paio di maniche.

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