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Partiamo da una banalità. Il cinema horror è un cinema politico. Mai frase è stata più usata, in modi più o meno corretti e discutibili, per riempirsi la bocca con meta-letture di un genere, magari, o con l’intento di andare a definire una possibile modalità di fruizione di un qualche film. E mai definizione è stata più inflazionata nel tentare di d
escrivere il cinema di Romero, uno che in fondo nella vita non ha fatto altro, dopo esser partito con tre soldi in tasca e una macchina da presa nella mano. Ma la genesi de “La notte dei morti viventi” è nota ai più, non staremo di certo qui a soffermarci su questo. E’ proprio Romero a definire il suo nuovo film, che riprende dopo vent’anni la famosa, terribile, saga, come un film propriamente politico: “Faccio film politici, Per me è la loro dimensione politica ad essere importante”. E continua dicendo che il nuovo film analizzerà la situazione americana attuale.
Tutto verissimo, ma tutto anche sentito e risentito. Non crediamo più oramai che a questo tipo di cinema serva un’argomentazione di tal genere per rigenerarsi. Di storie su capitalismo, coscienza di classe e supermercati ne abbiamo sentite fin troppe.
Rimane interessante, tuttavia, un altro tipo di approccio. Su quale sia l’impostazione Politica, questa volta con la “P” maiuscola, di chi cerca di dare al genere una sua autorialità, non accontentandosi di lavorare col primo funambolo dell’effetto speciale che passa. La descrizione della società attaccata dagli zombi presenta due diversi aspetti inseriti in due ambiti diversi. Le due fasi sono quelle della lotta, prima, e della coabitazione, poi.
A sua volta la fase della lotta può evidenziare alcuni momenti caratterizzanti: la percezione dell’accadimento, il periodo di reazione, la difesa individuale, le prospettive future.
Interessante è il tema della percezione di ciò che sta accadendo. Emblematico, e mi richiamo all’incipit del recente “L’alba dei morti viventi”, di Zack Snyder, è la mancanza di reattività di un tessuto sociale che è impossibilitato fisiologicamente alla reazione a un pericolo, dando tutto per scontato o
distante. E’ tale l’abitudine a sentirsi bombardare da un determinato tipo di notizie che si stabilisce una barriera, un velo di Maya, che provvede inconsciamente all’impossibilità di definire un accadimento per quel che è. Tema che, ripreso con forza e irreversibile drammaticità, dall’horror, tuttavia viene fatto proprio di una gran parte della cinematografia attuale.
Strettamente consequenziale è la reazione al pericolo manifesto. L’organizzazione sociale crolla, non ci sono legami di vicinato o d’amicizia che tengano. L’unico legame che conta è la parentela, una parentela stretta. Lasciata allo sbando, dunque, l’impulso iniziale medio della società è quella di frazionarsi in una ricerca esclusivamente individualista del proprio benessere e della propria incolumità fisica. Un egoismo razionalista porta ben presto alla ricomposizione di aggregati micro-sociali in competizione tra loro, in quella che, nel momento stesso dell’attacco, non si riesce a codificare come una contrapposizione ferrea ad un qualcosa “altro da sé”, ma diventa un aggregarsi intorno ad una soluzione di comodo, una “razionalità limitata l’avrebbe chiamata il politologo Simon, volta alla difesa dell’interesse specifico.
Il genere, così come se lo immagina e lo realizza visivamente Romero alla fine degli anni ’60, porta in sé una forte sottotraccia di analisi (critica) socio-culturale, più che politica in senso stretto. L’indagine sui vuoti di potere, la derivazione della legittimità localizzata, le interazioni dei reticoli sociali di una comunità che subisce un attacco del quale non si può autoaccusare in nessun modo, del quale tanto meno non può né sa darsi spiegazioni, indirizzano così in un primo momento questo determinato piano di lettura verso un’impronta più “socialmente accattivante”.
Non bisogna scordare, in effetti, che la genesi dell’horror moderno avviene in un periodo di pulsioni e tensioni che investono il mondo politico solo in seconda battuta, per rivolgersi direttamente alla società civile, per andare a colpire i network di raccordo che fungevano da sfogo e rivoluzionarli.
In un secondo periodo che, sempre per seguire la grande linea guida del “genere zombi” posta dalla quadrilogia romeriana, coincide con il terzo episodio “La notte degli zombi”, pone le basi per uno spostamento del baricentro dell’analisi. Esaurita la carica di dirompente e lucidissima indagine di tipo sociologico per la coincidenza del crollo di un immenso movimento di pensiero come quello generato dal ’68, il tipo di approccio e le sottotracce che si vanno a delinear
e nel cinema di genere si rivolgono ad un aspetto più prettamente politologico.
Parlavamo prima di una seconda fase, quella coabitativa. La traccia filmica di cui si appropria il genere esaurite le potenzialità iniziali, è quella di una sostanziale sconfitta, una rassegnazione delle strutture sociopolitiche a rispondere in modo definitivo alla minaccia dei non morti, per cercare una soluzione che consenta una navigazione a vista in una realtà che più non si possiede più appieno.
Al di là di quella che potrebbe essere una facile lettura pragmatica di uno scenario da tarda guerra fredda negli anni ’80, per giungere poi fino a oggi a uno schema di base della politica interna ed estera statunitense nel recentissimo Land of the dead, gli orizzonti che schiude questa seconda fase interpretativa sono ampissimi.
La descrizione di un tentativo riorganizzativo a tutto tondo di un modello simil-capitalistico come quello che poteva essere uno schema socio-politico pre-apocalisse, accentua in modo drastico una lettura della società che sembra attingere molto ad una lettura elitista del sistema politico. Il riassetto sociale di stampo piramidale che si va a ricostruire nel mondo in coabitazione sembra infatti paradigmatico di una naturale tendenza, accentuata in una scala ridotta, del sistema ad adagiarsi su un sistema politico che pare avere come assunto fondamentale quella che in scienza politica viene definita la “legge ferrea dell’oligarchia”.
Una visione di stampo comportamentista dunque, tesa alla riproduzione di un unico modello inevitabile (e inevitabilmente criticato) che lascia spazio ad un unico possibile schema interpretativo. La risoluzione presa dai sopravvissuti dell’ultimo Romero di partire verso un ignoto, non può risultare una scelta interpretativa o razionale, ma più che altro il rivolgersi ad una utopistica speranza di un mondo migliore; il che ,ad un osservatore esterno, pare sostanzialmente impossibile.
Appurata una lettura della società che pare riprendere un approccio elitista, l’ultimissimo periodo apre anche una problematica altrettanto interessante, legata alla capacità di apprendimento come nuova, cruciale, caratteristica dei non morti. L’apertura alla possibilità di abbozzo di organizzazione sociale da parte degli zombi, e quindi alla strutturazione a livello elementare di un tipo di comunità basata su una legittimità di tipo carismatico, richiama fortemente le teorizzazioni di un vero e proprio cozzare tra mondi socio-culturali estremamente diversi tra loro, e, in fin dei conti, rispecchianti le caratteristiche (semplificate) dei modelli portati sullo schermo di recente.
Come si può capire dunque, l’imprinting socio-politico opera
to su una cinematografia di questo tipo, è condizionato e risponde fortemente alle problematiche che il sistema politico in cui si va a sviluppare pone di volta in volta. Al di là di facili letture strumentali, si scopre una polisemia di senso che varrebbe la pena approfondire al di là di questo breve schema che ci viene qui offerto.
Certo è che un tentativo interpretativo di questo genere non può che rendere più affascinante ed aperto un tipo cinema che, per tanti motivi, rischierebbe altrimenti di rimanere di nicchia.

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