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(Facciamo due chiacchere)
Lukas Moodysson
Il Moodysson di Fuking Amal e di Lilya 4-ever si può dire nasca da qui. Da questo piccolo punto
di partenza, che scatenerà quella reazione a catena che porterà a far conoscere l'autore svedese al grande pubblico. Ferocissima critica alla perfetta welfare society scandinava, dove tutti hanno il proprio posto e lo stile di vita è aiutato e coadiuvato dall'orologio perfettamente sincronizzato dello schema sociale, il corto vede come protagonista un uomo sulla sessantina. Non sappiamo se è stato licenziato o sta andando in pensione. Fatto sta che ci ritroviamo a fare i conti con la sua ossessione di cercare in tutti i modi di rimanere legato al posto di lavoro, prima, e di comunicare con qualcuno, poi. La solitudine agghiacciante nella quale è relegato, lo porta a sfogliare l'elenco telefonico, e a chiamare persone a caso. Fatale per una ragazza buddista sarà la vendita porta a porta del suo libro di spiritualità. Entrata nella casa del nostro, non ne uscirà più, uccisa dal terrore di vederla andare via.
Morta, sdraiata sul letto, il nostro protagonista le dirà, rispondendo a una domanda interiore "Come?....Ah, ti voglio bene anch'io"
Le batteur du Boléro
Patrice Leconte
Splendido esercizio di uno stile-non-stile da parte di Leconte. Un corto che viene racchiuso in un unico e semplicissimo piano sequenza. La macchina inquadra una piccola orchestra, che si accinge a suonare il Boléro di Ravel. Un lento movimento circolare a scendere, ci porta ad avere un'inquadratura fissa di tre quarti del "batteur", il suonatore di tamburo. Da qui, per oltre sette minuti. la macchina non si schioderà. Sorprendentemente, strizzando l'occhiolino al patrimonio francese della nouvelle vague, il suonatore si accorgerà dell'occhio indiscreto. Emozionato, in difficoltà, cercherà in tutti i modi di, come si dice, fare il vago, con pessimi risultati. Un film muto, quasi una dimostrazione di quanto al cinema basti un dosato connubio tra bravura degli interpreti e possente forza dell'immagine per essere pienamente sè stesso.
Charlotte et Véronique, ou tuous les garcons s'appellent Patrick
(Tutti i ragazzi si chiamano Patrick)
Jean-Luc Godard
Inconsueto esempio dei lavori iniziali del grande cineasta francese, l'unica occasione in cui lo si può vedere lavorare su una sceneggiatura non sua. E' Rohmer a scrivere quello che sembra quasi una messa alla prova in una commedia degli equivoci. Charlotte e Veronique, infatti, due studentesse coinquiline, vengono abbordate dallo stesso ragazzo nella stessa mattinata parigina. Spassosi i due colloqui, nei quali gli stessi elementi di discussione vengono ripresi e ribaltati a seconda dei "punti deboli" delle rispettive ragazze. Le quali tornate a casa, si prenderanno in giro raccontandosi le avventure, salvo poi cogliere in flagrante il bel Patrick in compagnia di un'altra fanciulla. Divertente esercizio di stile di quel che sembra quasi una prova, un materiale di studio e di lavoro, per dar vita di lì a poco alla concretizzazione sullo schermo del movimento dei giovani turchi. Già si notano un montaggio nervoso e tutt'altro che coerente, scelte d'inquadratura ancora legate ma già in contrasto con la tradizione "classica" del cinema. Un Godard in embrion, divertente e mai banale
Copy Shop
Virgil Widrich
Copy Shop è un film, per certi versi geniale. E' un film che non si può raccontare in nessun modo a livello d'impatto; va visto e basta. Un uomo, titolare della copisteria del titolo, inizia a riscoprirsi "fotocopiato" in tutti i momenti della sua giornata (giornate che, si badi bene, sono esattamente uguali l'una a l'altra). Questo lavoro di fotocopia lo coinvolge direttamente, andando a creare più e più copie reali di sè stesso, in una mescolanza tra mondo cartaceo e realtà senza soluzione di continuità. Quel che soprende del corto dell'austriaco Widrich, candidato agli Oscar 2001, è la perfetta coerenza di contenuto, messa in scena e tecnica che permea il suo lavoro. Tutto ruota in funzione delle fotocopie e, in ultima analisi, della ripetitività, della riproducibilità. Tutto concorre a questo. Le giornate che si ripetono tutte allo stesso modo, l'occupazione del protagonista, la messa in scena (vengono mantenuti e ripetuti gli stessi angoli di ripresa, gli stessi stacchi di montaggio), la fotografia, sporca e disturbata, il cui bianco e nero ricalca quello della macchina fotocopiatrice. Anche la realizzazione tecnica rispetta quest'assoluta unità d'intenti. Il film consiste effettivamente di più di 17.000 immagini digitali fotocopiate, animate e riprese attraverso una 35mm.

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