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Paolo Mereghetti risponde all'editoriale di Galli della Loggia
Si può far cinema anche senza «buoni» e «cattivi»
Con la foga del polemista, Ernesto Galli della Loggia è intervenuto senza troppe sfumature sul tema del cinema come
strumento capace di raccontare anche l’identità storica di una nazione. Di fronte a una Europa «mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo», e quindi incapace di ripensare al proprio passato in termini epico-identitari, vede in Hollywood «la sola, incontrastata depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta». Si potrebbero avanzare molti distinguo di fronte a questa tesi: per esempio che per raccontare la storia dell'impero romano o delle crociate cristiane, Hollywood abbia dovuto ricorrere a un regista inglese come Ridley Scott, o che per finanziare il film su Alessandro Magno un regista statunitense come Oliver Stone abbia dovuto ricorrere a cospicui finanziamenti francesi, o, ancora, che a voltare le spalle al progetto di Mel Gibson sulla Passio
ne di Cristo siano state proprio le major hollywoodiane, costringendo il regista-attore australiano a finanziarsi da solo il film (e poi a incassare sempre da solo quello che un insperato successo planetario gli ha portato).
Così come il privilegio per l’America di avere un passato «pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva», senza «avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa» sembra essere una caratteristica tutta nuova, post 11 settembre: sicuramente non è stato così per molti decenni, anche recenti, quando i temi laceranti del massacro dei pellerossa o della schiavitù avevano trovato sullo schermo molte e convincenti rappresentazioni.
Ma l’intervento di Galli della Loggia non vuole essere una lezione di storia del cinema. Vuole, mi sembra, farci riflettere sull’abbandono, anche da parte del cinema, di quell’ideale identitario e di quella capacità di ripensare al passato sotto le forme dell’epicità con cui ci troviamo a dover fare i conti, quasi quotidianamente.
Perché, in altre parole, il cinema europeo, per non parlare di quello italiano, non è più capace di «inventare» personaggi appassionanti come il gladiatore Maximus? Oppure, ci permettiamo di aggiungere agli esempi fatti nell’articolo pubblicato ieri dal «Corriere», quando vuole raccontare la Francia rivoluzionaria e bonapartista, non sceglie le gesta marinaresche raccontate da Peter Weir in «Master and Commander» ma le riflessioni morali che Rohmer affida a «La nobildonna e il duca»? Se per rispondere dovessimo affidarci a una frase fatta diremmo che gli europei tendono a riflettere sulla forma e invece i più pragmatici americani puntano tutto sul contenuto. Nel senso che ripensando al modo di raccontare del cinema europeo, viene da notare che i suoi registi semb
rano preoccupati soprattutto di trovare un equivalente espressivo capace di riflettere i mutamenti che sono avvenuti nella sensibilità contemporanea.
Non solo una questione di stile, dunque, ma una riflessione più generale sui cambiamenti di prospettiva e sui modi per poterli raccontare al meglio. Con tutte le conseguenze che ne derivano e che possono portare, come nel caso citato di Rohmer, a ricostruire la Rivoluzione francese attraverso «stampe che si animano», per meglio sottolineare la scollatura tra il panorama storico e i personaggi che lo abitano.
Il cinema popolare hollywoodiano problemi di questo tipo, para epistemologici, non vuole neppure prenderli in considerazione. Tutto deve essere finalizzato a dare quella impressione di realismo che sappia favorire l’identificazione tra spettatore e protagonista, che sappia cancellare dalla mente di chi guarda ogni dubbio che non sia pertinente alla domanda fatidica: vinceranno i buoni?
Con tutto quello che significa rispetto all’identità dei «cattivi», ma anche alla capacità di trovare sullo schermo la molla capace di far scattare l’orgoglio di una rinnovata identità.

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