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Due opinioni a confronto

Pro
Pietro Salvatori
"Non desiderare la donna d'altri" ("Brodre", nel titolo originale, distribuito un po' ovunque come "Brothers") si presenta al pubblico italiano come il classico film di nicchia proveniente dai festival.
Il film della danese Susanne Bier, pur connotandosi effettivamente come opera più da kermesse che da grande distribuzione rivela sottotraccia un ampio respiro e una ricerca di senso che lo sgancia da una pura ottica d'essai per rendere il film qualcosa di più.
La Bier fonda l'architettura del suo lavoro sul classico triangolo amoroso, un gioco di relazioni e passioni tutto sussurrato, pudico. Quando Michael (Ulrich Thomsen) sarà dato per morto in Iraq, lo scapestrato fratello Jannik riuscirà sorprendentemente a dimostrare di saper star vicino alla famiglia di lui, avvicinandosi in modo timido, quasi infantile, a Sarah (Conie Nielsen), la presunta vedova. Il ritorno di Michael segnerà un profondo cambiamento nei rapporti familiari.
Il quadro intimo e circoscritto come quello della famiglia del soldato danese viene disegnato con tratti secchi e decisi, non lasciando nulla al caso, ma valorizzando con sottile bravura gli aspetti caratterizzanti di ogni personaggio, senza per questo farli ricadere in scialbi stereotipi.
La tematica dei rapporti familiari, ben radicata in un certo tipo di cinema danese (basti pensare al "Festen" di Vitenberg) viene contaminata e compenetrata dal riflesso che su di essa ha la guerra. Un riflesso indiretto eppur tangibilissimo, concreto come è concreta la cucina che viene distrutta, scena madre sommessa e garbata nei modi, quanto urlata e disturbante nei toni. Ed è proprio in questa scena che s'incardina tutta la ricerca del film, teso e rimpallato tra costruzione e distruzione, tra affetto e ribrezzo, tentativi e rinunce. La fotografia tende molto al naturale, a smorzare i toni in un misto di beige e seppia tipici di un ultimo periodo del cinema danese. E tipicamente derivante dalla "scuola del Dogma" è l'uso della macchina a spalla per buona parte del film, in una ricerca continua ma non ossessiva di andare a stringere sull'attore, sul particolare. Un film estremamente in linea con una tendenza di cinema che segue le orme già ricalcate da Lars von Trier, ma che se ne distingue in modo sommesso ma fermo, facendoci percepire quel tocco di personalità femmin
ile inconfondibile.
Un film che trasforma la potenza in atto con una maestria e un tatto sorprendenti
Contro
Sandro Lozzi
Parte il film e sembra interessante, con un incipit molto breve ma che sa di messinscena. Non ricordo in che ordine, si succedono queste inquadrature (spero di non dimenticare nulla): un corso d'acqua su cui vento, corrente e riflessi luminosi disegnano una specie di labirinto cromatico; un occhio azzurro; una dissolvenza unita ad uno zoom avanti permette di "entrare" nell'occhio e si passa su un campo con delle spighe di grano mosse dal vento, ripreso con la mdp ad altezza delle spighe e presumibilmente poco dopo il tramonto, montato in dissolvenza incrociata con il dettaglio dell'occhio di un uomo (si presume, e sarà, il protagonista, cui appartiene anche la voce over) secondo lo schema spighe-occhio-spighe; la stessa dissolvenza-zoomata di prima, all'inverso, fa tornare ("uscire") sull'occhio azzurro; un panorama desertico, composto solo da una sabbia rossastra e un cielo blu acceso.
Bene, la materia grigia comincia a mettersi in moto, ci si chiede cosa la Bier possa voler comunicare attraverso queste immagini. Si rimarrà senza risposta fino alla fine.
Sì, perché la logica dell'incipit non è quella del montaggio concettuale ("ejzensteiniano", tanto per capirci), le immagini sono lì semplicemente per un espediente diegetico che, personalmente, non mi ha quasi mai convinto più di tanto. Mi riferisco alla scelta di (ri-)proporre all'inizio di un film immagini che nella storia saranno significative, in modo da aumentarne poi il peso in fase di narrazione attraverso il senso di deja-vu.
L'occhio, come già detto, è quello del protagonista, che assisterà, nel campo di prigionia, a tragedie indicibili che lo segneranno per sempre. Il labirinto disegnato sull'acqua potrebbe essere in questo senso proprio una metafora della mente di Michael, ma la citazione kubrickiana, ammesso che tale fosse, risulta decisamente fuori contesto.
Il film è di una piattezza sconfortante. Come dicevo già nell'altro topic, non c'è, o almeno non mi è parso di riscontrare, un accenno di senso o di motivazione dietro una qualsiasi delle scelte di ripresa.
La scelta della macchina a spalla può essere c
ondivisibile nelle scene "belliche", ma appare decisamente fuori luogo nelle scene danesi, nella descrizione del contesto familiare e in particolare nelle scene in interni.
Proprio negli interni la pellicola mostra tutti i limiti derivanti dall'autoimposizione quasi coatta di un mezzo linguistico come la macchina a spalla (ma qualcuno gliel'avrà spiegato, alla Bier, che il Dogma 95 è morto?), che si muove a destra e a manca senza direttrici specifiche e fa fatica a destreggiarsi tra gli attori e gli oggetti, ritrovandoseli spesso goffamente davanti, dietro, di fianco, in campo, fuori campo, senza che la presenza o l'assenza di tali elementi nel campo stesso rimandino ad un qualsiasi significante.
In questo senso dicevo che il film è immorale, nel senso "godardiano" del termine: la mdp si muove, include ed esclude oggetti e persone, ma questi movimenti non hanno mai o quasi mai ragion d'essere.

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