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Come la "saga dei padri" si lega all'epopea dei figli
Leggevo un’intervista rilasciata da Lucas al festival del cinema americano di Deauville. Mi pare interessante notare come Lucas definisca la sua saga “una confezione di popcorn movies”. L’analisi della mitologia cinematografica di Star wars, che va ben al di là del valore intrinseco di quest’ultimo episodio, ma anche di questa seconda saga conclusiva/iniziale, verte sul valore postumo di un’operazione del genere. La prima trilogia aveva il pregio di non raccontare una storia di fantascienza, ma di dipingere un vero e proprio “universo” autonomo e indipendente, inserendo le proprie storie in un contesto ampio, riconoscibile e col quale era facile immedesimarsi, agevole prendere posizione. Lucas veicolava quest’affezione ad un quadro ampio, disegnato con mano ferma, ad una serie di personaggi carismatici e predisposti naturalmente a fissarsi nell’immaginario comune. Non a caso Peter Jackson, che, seguendo una stessa metodologia (presa in questo caso a prestito dalla letteratura) ha dipinto il mondo della “terra di mezzo”, descrive “Luke Skywalker come quel che siamo, Han Solo come quel che vorremmo essere”. La forza della prima saga, dunque, si fondava su tre cardini.
Innanzitutto il mondo descritto, che, lungi dall’essere un semplice “luogo”, una cornice per incastonare gli eventi, imprime agli eventi una valenza del tutto particolare e affine al contesto in cui si svolgono, arrivando a condizionare atteggiamenti e rapporti dietetici a seconda del contesto in cui si ambienta.
Inseriti in questo contesto, ampio, in un certo senso nuovo (ma vecchio) per la fantascienza, c’erano storie che s’imperniavano su personaggi profondi e profondamente legati al proprio mondo, portatori di storie che nascondevano al pubblico lati oscuri, che in parte sarann
o svelati al pubblico, in parte rimarranno nell’ombra, ombra fugata in gran parte da questo prequel triadico.
Fondamentale, e siamo al terzo punto, il mezzo con cui questo mondo veniva descritto. Il grandissimo sforzo tecnologico che stava dietro allo Star Wars di due decenni fa, aiutò non poco le fortune del film di Lucas. I primi due (fondamentali) elementi si andavano a fondere in una realizzazione tecnica per l’epoca straordinaria e immaginifica.
Questo mix sapiente, e l’estrema fruibilità favolistica, scevra da contenuti e dietrologie intellettualistiche, ha reso Guerre stellari un punto fermo nel mondo della science-fiction, ma anche dell’universo cinematografico tutto.
Su queste basi s’innesta tutto ciò che concerne il fenomeno mediatico e idolatrico legato alla saga, che si lega profondamente alla descrizione di un mondo, più che alle vicende in sé, che pur hanno avuto, e hanno, una valenza del tutto particolare.
La seconda saga, questo gigantesco prequel, va a imbattersi con un contesto del genere. Non ci si può (sarebbe intellettualmente scorretto) fermare alla semplice analisi filmica senza fare i conti con un retroterra così radicato.
La progettualità nello svolgersi di questa avventura mi pare da Lucas bene disegnata. Si parte con un episodio alquanto soft, divertente e divertito, come è “La minaccia fantasma”. Approccio che mi ha lasciato un po’ perplesso, nell’eccessiva infantilità di una certa descrizione di ambienti e personaggi. Il secondo sviluppa meglio i temi del primo, ne rappresenta un’evoluzione in senso maturo ma caotico, caos rispecchiato dal carattere del protagonista, Anakin Skywalker, ma anche da una messa in scena che affastella e sovrappone suggestioni ed immagini. La conclusione, questo “episodio III”, chiude il ciclo, si pone in maniera cupamente brutale rispetto alle annunciate risoluzioni della trama. Del tutto “p
olitico”, tutto giocato “di testa”, poco col cuore.
Uno sviluppo quindi disegnato con attenzione, con solchi che progressivamente vanno a definire (ed inquadrare) ogni singola pellicola, ma che la rendono omogenea all’interno di un disegno progettuale.
La trilogia del nuovo millennio deve fare i conti (in positivo e in negativo) su ciò che è già stato, al di là del suo andamento armonico.
Innanzitutto si deve considerare il presupposto che il tutto sia costruito su un morboso aspetto vouyeristico del “vedere” quel che già è stato raccontato. Le vicende messe sullo schermo, gli snodi narrativi su cui s’imperniano, sono stati già tutti svelati, o per lo meno sono facilmente intuibili. Si riproponeva così il problema, la cui soluzione, per quel che abbiamo detto, era già pronta in partenza, di ricontestualizzare la narrazione.
Sostanzialmente, dunque, il successo di questo grande popcorn pictures era, ed è, legato alla sua magnificenza immaginifica, unita alla tensione di vedere quel che già si conosceva per sentito dire. Operazione, dunque, non così scontata, né facile. Ma, da questo punto di vista, la promozione è piena. Ed il successo, almeno per metà, è dovuto al profondo radicamento della saga nell’immaginario del comune fruitore di sala cinematografica.
Il problema, o meglio, la problematica, nasce da un confronto del tutto cinematografico con la saga “dei figli”. Il contenuto, la valenza corporale della vicenda, è la stessa. Si veicola, questo sì, tramite modalità qua e là differenti (ma non troppo). Ma sostanzialmente resta quell’approccio favolistico e, per certi versi, moraleggiante della prima avventura. L’esigenza di stupire attraverso la forza delle immagini o, meglio, degli effetti speciali, per raccontare una vicenda priva di colpi di scena che non siano quelli che s’esauriscono nell’arco di una sequenza, condiziona tutta la saga “dei padri”, e ne riduce un po’ la portata. L’unico appiglio per fondare una serie di film sulla potenza delle immagini era quello di richiamare proprio quel “già visto” su cui si fondava tutta l’operazione. Cosa che avviene in pochissimi punti, in pochissime sequenze (che poi sono anche le migliori). I punti identitari, il suscitamento di sentimenti già di per sé radicati nell’immaginario collettivo si riducono all’osso. E mentre ne “L’attacco dei cloni” l’impianto filmico regge la botta di una trama lasciata a sé (concludendo, tra l’altro, con quella visionaria e tremendamente bella inquadratura sulla parata delle truppe del nuovo esercito), gli altri due capitoli non riescono a sfruttare una propria, cercata, indipendenza, finendo, per motivi opposti, per annoiare.
In sostanza la scelta, quasi obbligata, di f
ondare la seconda saga sulla potenza e bellezza delle immagini, fallisce laddove le immagini vengono lasciate a sé, senza un effettivo richiamo ad un livello percettivo già conosciuto, e senza lo stimolo ad un ricordo affettivo ormai radicato.
La saga “dei padri”, dunque, sembra zoppicante in misura di due parametri. Il primo secondo un’ottica prettamente legata al dipanarsi del film stesso, inserito nella logica di un rapporto triadico, che mostra pecche, indecisioni e debolezza di script soprattutto nel primo e nel terzo.
In secondo luogo nel rapporto/confronto con la saga madre, per tutta una serie di motivi che abbiamo sopra esposto.
Detto questo, non si può non considerare che a tal punto l’epopea di Star Wars ha segnato intere generazioni di spettatori, che non si può liquidare un’operazione del genere in modo tranquillamente sbrigativo. Al contrario, va soppesata in ogni suo aspetto e declinazione. Perché in fondo vale la regola aurea che “c’è una cosa peggiore del fatto che si parli male di me.E’ che non se ne parli affatto”.
E nel cinema, appare una regola imprescindibile.

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