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Quando il cinema di frontiera viene interpretato da chi ha contribuito a formarlo, e, in un certo senso, a farlo morire, nascono film come Gli Spietati. 
Film che rivelò Eastwood dietro la macchina da presa, e servì a sdoganarlo da una certa idea di interprete sotto certi aspetti monomane e monolitico, idea trasportata per osmosi all'Eastwood di dietro la macchina da presa.
The Unforgiven ha in embrione tutte le idee di senso di cinema che Eastwood ha coerentemente trasportato in due suoi ultimi, grandi film, Mystic River e Million Dollar Baby. Si muove su un terreno a lui amico, a lui congeniale, seppur ma così stravolto nei topoi e nelle forme quanto fatto da lui.
Cade la forza espressiva della categorizzazione del west, che tanta forza aveva dato a un certo tipo di cinema western, il cinema delle origini, della trasparenza. Basti pensare solamente alla diligenza di Ombre Rosse, all'esercito de Il massacro di fort Apache, per avere un'idea di quanto il west, come caratterizzazione leggendaria, aveva fatto gioco nell'immaginario filmico.
Chi, prima di Eastwood, aveva cercato di scardinare le trame diligenti di quel tipo di west, ormai logoro dopo i fasti abbaglianti degli anni '40 e primi '50, era stato quell'indimenticabile Sam Peckinpah, autore dei memorabili "Mucchio Selvaggio" o "Pat Garret e Billy the Kid", solo per citarne un paio. E proprio quest'ultimo è sintomatico di una patologia/cura che lo porta ad abbandonare il mondo dei pellerossa, che lo porta ad abbandonare finanche i suoi eroi, uno ammazzato, l'altro ormai arrivato ad incarnare, seppur con uno stile inconfondibile, l'antieroe per eccellenza.
Peckimpah, l'immenso Peckimpah, lavora e giostra ancora in un mondo rassicurante, seppur dia la spinta necessaria, e forse conclusiva, per lo scardinamento di quel mondo. Poste queste basi, a oltre dieci anni di distanza irrompe Eastwood, con un film che scavalca la nozione filmica di Peckinpah, scavalca il suo "senso" di west.
La differenza fondamentale sta nella contestualizzazione dei fatti. Il west per Eastwood è solo un pretesto (termine da non leggere nella sua accezione negativa) per raccontare una storia, la sua storia. Per Peckinpah il west è imprescindibile dai suoi lavori. Provate a mettere Billy the Kid in un contesto che non sia il suo, perderebbe tutta la potenza espressiva che mantien
e sullo schermo se ben contestualizzato.
Eastwood sgancia la storia dal contesto, rendendo l'ambiente della frontiera la degna cornice di un gran quadro. Ma la demitizzazione che compie va al di là del contesto in cui si muove. Si parlava di epicità. Ecco, non c'è nulla di epico nei personaggi che il regista mette sulla scena. La loro umanità è un vissuto talmente contrastato e poco lineare che la percezione di chi si ha davvero di fronte varia in continuazione. E così scopriamo il brutale sceriffo ad avere gli occhi lucidi, e a mormorare "..mi stavo costruendo una casa..." e al mite Bill Munny scappa di assentire ad un invito di incontro all'inferno in quella che è la scena chiave, forse, di tutto il film.
Eastwood scorda il phatos, scorda le musiche incalzanti, le percussioni rimbombanti. Scorda perfino un montaggio più dinamico che, in certe occasioni, servirebbe ad aumentare l'impatto emotivo di determinate sequenze. Il regista e attore si limita a seguire con gli stacchi il naturale dipanarsi della storia, non esimendosi tuttavia dal dare un giudizio morale alle sue inquadrature. Non ci dice dove guardare, si potrebbe dire, ma ce lo consiglia caldamente.
Eccezionale a mio avviso una fotografia che sottolinea la naturalità di un mondo vasto e incontaminato come poteva essere quello del west tanto caro a Eastwood.
E sotto sotto, vien da pensare alla sporca periferia delle sponde del Mystic.

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