Contatore

visitato *loading* volte

sabato, 12 marzo 2005
Apologia di un attore


Jamie Foxx incontra Ray Charles

Ray Charles Robinson è di recente apparso sullo schermo nelle sembianze di Jamie Foxx, anche insignito dell’Oscar per la sua performance nel film di Taylor Hackford.
E forse proprio quest’Oscar ha sollevato una strisciante polemica sulle reali capacità interpretative di Foxx. Una larga frangia di addetti ai lavori ha ritenuto l’Oscar, previsto e prevedibilissimo, totalmente fuori luogo. La tesi è semplice e abbastanza logica. Foxx si sarebbe limitato a impersonare Ray Charles, a prestargli un corpo. Sullo schermo si “vede” il cantante afroamericano, non un attore che lo interpreta. D’altra parte questo eccezionale mimetismo ha fatto gridare al miracolo ai sostenitori del progetto di Hackford.
La discussione si incardina dunque su un attore, su un personaggio e sulla sua interpretazione, scavalcando il reale valore espressivo e contenutistico del film. E’ questo rapporto quasi hegeliano di tesi-antitesi-sintesi che va oltre il girato per incanalarsi su un piano sicuramente diverso, ma non per questo meno importante.
Il film è una variopinta e variegata cornice, nella quale va a incastonarsi il binomio duale tra attore e personaggio. E’ indubbio che Foxx incarni Ray Charles, lo viva dal di dentro, diventi il grande musicista. L’operazione d’immedesimazione dell’attore ha, secondo me, finalità ben precise. Lo scopo del film è far rivivere Ray sullo schermo il più realisticamente possibile, e non quella di “leggere” la vita di questa star della musica. E se è l’economia del film a dettare la linea recitativa, Foxx travalica questa linea, per imprimersi come in un calco nella maschera di Ray Charles. E i risultati sono sorprendenti.
Non c’è interpretazione, solo immedesimazione. Questa a mio avviso la critica forse più pertinente, ideologicamente corretta a tal punto che su queste basi si riesce anche a mettere in dubbio un Oscar (per quel che vale) aspettato e conclamato. Il periodo sul quale si focalizza il film è tra l’altro relativamente breve, consentendo anche all’attore di non dover modificare a fondo il suo aspetto per stare al passo col tempo filmico. Tutto questo, unito alla straordinaria somiglianza Foxx/Charles, contribuisce a suffragare una critica di tal genere.
Uguali sono le movenze, uguali i piccoli tic, uguale, ovviamente, l’aspetto. Effettivamente da un certo punto di vista l’attore premio Oscar si “limita” a dar vita alla figura di Charles, ad assumerne le sembianze e gli atteggiamenti. Ma anche qui il lavorìo attento e accorto di un attore, non imitatore si badi bene, è tanto sotterraneo quanto evidente. Foxx non si limita a stereotipare un determinati atteggiamento o determinato frasario, ma cerca di permeare il modo e il mondo di Charles. L’andatura, il sorriso, la verve scaturiscono direttamente dal vissuto interiore dell’artista, aiutato in questo da un uso per una volta non tradizionalmente enfatizzato del flashback.
La critica della mancanza d’interpretazione viene così a cadere, o perlomeno viene a trovare un solido contraddittorio. Il tentativo è quello di ricreare un personaggio pubblico partendo dal suo vissuto, ricreare un’immagine che fosse coerente al Ray Charles non da palco. E Foxx centra l’obbiettivo. Il suo Ray nasce per la strada, vive nei pub e nelle stanze d’albergo, cambia casa ogni poco. E dal suo vissuto trae linfa per riportare dietro al piano quella straordinaria (qui si!) immedesimazione del cantante divenuto leggendario.
Anche la coerenza interna del film, dopotutto, lo impone. Ad Hackford serve Ray Charles, proprio lui, per la sua scadenza rapida ma non riduttiva di anni e date. La sovrimpressione aiuta, ma era necessario avere un punto di riferimento solidamente e potentemente visivo. Un Ray Charles il più possibile vicino al Charles realmente vissuto è funzionale allo script per com’è costruito.
Ci sentiamo così di legittimare, da un certo punto di vista, l’attribuzione di un riconoscimento così importante per un attore hollywoodiano com’è l’Oscar a questo interprete. La sua non è semplice immedesimazione, anche se è fondamentale ai fini del ruolo, ma è anche potente interpretazione di un carattere non facile, di una continuità pubblico/privato sorprendente.
E con tutti i limiti (perché ci sono) di un film come “Ray”, lo sguardo travalica la pellicola, e si ferma sul confronto tra il cinema e la realtà, tra la fictio e il vissuto.
E questo probabilmente, è quel che di realmente positivo c’è nel film su Ray C. Robinson.


Pubblicato da: Xanadu |alle 22:24 | link | commenti |
approfondimenti


Commenti


Eccomi

Blogger: Bonekamp

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami