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Di The Strangers e di qualche altra piccola cosa
Il ritardo cronico con il quale alcuni film arrivano nelle sale italiane è ormai un fattore da tenere in conto quando ci si incuriosisce sentendo parlare di una qualche nuova uscita sugli schermi americani.
The Strangers è paradigmatico di questa tendenza.
Il 13 agosto il botteghino USA vedeva al quinto posto Sex and the city, e al terzo Cloverfield, due pellicole già ampiamente “invecchiate” anche in Italia, tanto da aver ormai raggiunto una distribuzione in dvd.
Ma, sorprendentemente, al secondo posto si collocava l’opera prima di un certo Bryan Bertino, vero fenomeno del momento, piccolo horror estivo che aveva staccato avversari ben più blasonati.
Un fenomeno cinematografico a tutti gli effetti, che ha impiegato quasi cinque mesi a convincere i distributori che, forse, sarebbe valsa la pena far buttare un occhio al film anche al pubblico italiano. Dovremo aspettare infatti il 2 di gennaio per vedere una pellicola che ha stregato l’America, incassando in sala oltre cinquanta milioni di dollari, contro gli appena nove spesi per produrlo.
Un fenomeno cinematografico, si diceva, tale fin dalla genesi. Il poco più che trentenne Bertino, texano classe ’77, ha steso una bozza di sceneggiatura nei ritagli di tempo del suo lavoro da elettricista per gli studios hollywoodiani, riuscendo poi a convincere una grande major, la Universal, della bontà del progetto. Il film è stato dunque affidato a Mark Romanek, affermato regista in campo musicale con alle spalle una certa esperienza cinematografica (suo One hour photo, con Robin Williams), che ha però rotto immediatamente le trattative dopo essersi visto rifiutare la poco modesta richiesta di 40 milioni di dollari come compenso.
La produzione ha deciso di affidare così il film allo stesso Bertino, che dal pannello luci si è trovato catapultato alla sua prima regia in modo rocambolesco.
Il film si inserisce nel filone “d’assedio”, codificato cinematograficamente dal western, basti pensare al celebre Rio Bravo - Un dollaro d’onore, di Howard Hawks, e ampiamente ripreso dall’horror (proprio ispirandosi al film di Hawks Carpenter costruì uno dei suoi capolavori, Distretto 13 - Le brigate della morte). Un genere le cui storie sono di facile lettura, descrivendo tutti le vicende di un gruppo di persone asserragliate in un luogo
chiuso, che tentano di difendersi dall’aggressione di un nemico esterno. In particolar modo, The Strangers pesca nell’universo dell’assedio domestico, identificando nella violazione della privacy personale uno degli aspetti più inquietanti della società contemporanea, e che quindi più si prestano alla costruzione di una storia dell’orrore.
La pellicola si caratterizza così come epigono di altri film che recentemente hanno affascinato il mondo degli appassionati e non, quali Funny Games, dell’austriaco Haneke, o il francese Them, pellicola simile a tal punto al film di Bertino che è occorsa una smentita ufficiale alle corpose voci che identificavano in The Strangers il remake americano della pellicola di David Moreau.
Certo è che, al pari di Them, anche se non con la stessa astuta sottigliezza, l’utilizzo dell’orrore presente in The Strangers non è quello tipicamente splatter presente in pellicole come Saw o Hostel.
Al contrario la regia punta al fuoricampo, alla non padronanza di quello che realmente accade come vero elemento di terrore per il proprio pubblico.
Un “fuoricampo” anche di senso, di motivazione. Sono lontane le machiavelliche elucubrazioni dell’Enigmista, intento a punire dolorosamente persone che, a suo modo di vedere, hanno rifiutato il dono della vita, o i macabri divertimenti dei ricchi borghesi che pagano per torturare ed uccidere sfortunati turisti capitati nell’ostello sbagliato al momento sbagliato.
Tre figure mascherate (una di loro assomiglia sorprendentemente allo Spaventapasseri del Batman di Nolan, un caso?), delle quali non vedremo mai il volto, piombano nel bel mezzo della notte in una casa abitata da due fidanzati in crisi, James e Kristen, interpretati da Scott Speedman e Liv Tyler, che proveranno (inutilmente?) a difendersi.
“Why are you doing this to us?”
“Because you were home.”
Così suona nell’originale la battuta che conclude anche il trailer: “Perchè ci state facendo tutto questo?”. “Perchè eravate in casa”. Il non senso della violenza che carica claustrofobicamente una situazione dalla quale non si intravede una, pur teorica, via di uscita. Non c’è una motivazione alla quale ovviare, un risentimento del quale scusarsi, un riscatto da poter pagare. Non esiste un’apparente via di uscita. Questo il limite, ma anche la forza di un horror che ha diviso la critica statunitense, tra chi ha considerato ottimo lo spunto iniziale e la successiva gestione dello sviluppo della trama, e chi ha giustamente fatto rilevare come, esauritasi la sorpresa iniziale, il film risulti tutto sommato un contenitore vuoto, che replica un pò stancamente gli stereotipi del genere.

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