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Avvertenze per l’uso
Il lettore più attento e più smaliziato ci perdoni in partenza. Il nuovo film di Brian De Palma, al di là del suo lato più semplicemente narrativo del quale tenderemo a occuparci in prevalenza in queste righe (che è solo uno degli aspetti di una pellicola importante da sviscerare per l’utilizzo sorprendente che fa del linguaggio cinematografico), meriterebbe un’attenzione sicuramente diversa da quella che gli potremmo dedicare in questo spazio.

Un film di denuncia
La vicenda che si delinea sotto gli occhi dello spettatore è molto semplice da descrivere.
Siamo a Samarra, cittadina di un Iraq presidiato dalle truppe Usa. Un gruppo di soldati, fra la noia e lo sballo da droghe locali, fa irruzione nella casa di un presunto terrorista e ne stermina la famiglia intera, non prima di avere stuprato la figlia quindicenne, dando poi la casa alle fiamme.

“Non aspettatevi un film d’azione hollywoodiano”
Fin qui un “normalissimo” (ci si passi il termine) film di denuncia sociale e civile, ispirato a fatti realmente accaduti. La particolarità che rende la pellicola così complessa e indigesta al pubblico delle sale, almeno secondo il parere dei produttori che hanno optato direttamente per la programmazione sul piccolo schermo, è che si compone di un collage di immagini “di seconda mano”, immagini di immagini. Quelle della telecamera di un marines con il pallino della regia cinematografica, quelle dei reporter d’assalto dei network in lingua araba, quelle di un gruppo di documentaristi francesi, quelle di supporti quali Youtube, o, ancora, quelli dei siti che diffondono i filmati del jiad islamico.
“Non aspettatevi un film d’azione hollywoodiano”, avverte il regista tramite uno dei suoi personaggi, né “una trama logica che dia un senso compiuto alle immagini”.
Quella di De Palma è un’ossessiva ricerca della verità: la verità di una vicenda come, purtroppo, tante ne accadono in un teatro di guerra. Ma anche la verità su una guerra che viene palesemente condannata dal fluire delle immagini sullo schermo. E infine la verità che può essere comunicata dalle immagini, dal pericoloso crinale fra parzialità e oggettività dell’immagine stessa: il tutto attraverso un fluire che è insieme proprio ed estraneo allo spettatore, a una storia che è anche cronaca, a un realismo che, allo stesso tempo, emerge prepotentemente in quanto finzione.
“Sei uno sciacallo che strappa la carne dalla carcassa”, dice uno dei marines al suo commilitone con il pallino del reporter.
Accusa che si auto-rivolge il regista stesso, che allo stesso tempo parla alla società occidentale e alla sua bulimia di immagini che passano per un istante sullo schermo senza lasciare traccia alcuna, tema affrontato anche in altri termini da La guerra di Charlie Wilson, che sempre di un conflitto mediorientale parlava.
Una pellicola dunque destinata a palati fini, che si rivela da un lato partigiana e tendenziosa nella mercificazione che opera di un sentimento delle cose, più che di un fatto affrontato a 360°, ma che dall’altro si rivela importante nello spesso confuso fluire del cinema contemporaneo.

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