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Il variopinto mondo del giornalismo cinematografico nell’Italia contemporanea, tra uffici stampa, mail, telefonate, querele e articoli.... “strappalacrime”.
“E’ la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente”. 
Era il lontano 1952 quando il mitico Ed Hutchinson, al quale prestava per l’occasione volto e corpo Humphrey Bogart, pronunciava la celebre battuta ne L’ultima minaccia, di Richard Brooks.
Un film che coglieva nel segno nel denunciare e nel mettere sotto osservazione il potere e le debolezze del giornalismo, ma che fondamentalmente sbagliava in una cosa: la minaccia di cui al titolo non sarebbe stata affatto l’ultima.
Restringendo il campo, e affrontando i travagliati lidi del giornalismo e della critica cinematografica, i margini di manovra si fanno stretti, i riscontri dei temi del film di Brooks diventano evidenti, in un universo che si riduce ben presto a microcosmo, molto meno ampio e aperto di quel che si crede, che acquisisce da subito delle coordinate ben definite e definibili.
Un microcosmo popolato sostanzialmente sempre dagli stessi volti: da una parte della barricata i giornalisti, dall’altra non tanto gli attori o il regista di turno, quanto piuttosto gli uffici stampa.
Si perchè la cura del rapporto tra il film e chi ne dovrà poi scrivere o parlare, fatto salvo il momento stesso della visione, è demandata interamente a coloro i quali hanno in affidamento la gestione della pellicola in quello strano e liquido limbo che fa da contorno alla proiezione in sala.
A chi farlo vedere, in che modo, con che tempistiche. E ancora a chi far incontrare regista e cast, se insieme o separati, se a tutti o solo ad alcuni. Di tutto questo è incaricato l’ufficio stampa che si è visto affidare la pellicola, sia esso interno alla distribuzione (Warner, Universal, ma anche 01, Fandango ecc...) o uno studio creato ad hoc da liberi professionisti proprio per occuparsi di questo versante del mondo del cinema (il più famoso è senz’altro lo storico LuceriniPignatelli, ma ricordiamo fra i tanti anche Sottocorno, Punto&Virgola, NobileScarafoni ecc...).
Tutto il variopinto mondo del giornalismo che si occupa della settima arte si fonda, in buona sostanza, su un gentlemen agreement: quello che intercorre tra gli uffici stampa ed i colleghi della carta stampata, delle radio-tv o del web, che dir si voglia.
Tra preferenze più o meno ostentate, cortesie a volte esibite, quella che si svolge tutti i giorni è una piccola e cordiale guerra di posizione, ognuno alla ricerca del modo migliore di fare il proprio lavoro, al di là di simpatie o antipatie, che pur spesso condizionano le relazioni di lavoro.
Ovviamente ci si può bene immaginare come questa ricerca della miglior performance possibile nell’esercizio delle proprie funzioni spesso determini conflitti di interesse a volte insanabili.
Cosa succede se quel regista o quell’attore, al quale avevi promesso protezione e buona stampa, viene trattato a pesci in faccia da quel giornale, piuttosto che ricevere una stroncatura da quel sito? O se il film sul quale la distribuzione puntava per risollevare le proprie sorti diviene improvvisamente oggetto di una critica negativa potenzialmente nociva?
Succede, per esempio che una giornalista di uno dei più diffusi free-press italiani venga apostrofata in malo modo da un dipendente di uno dei già citati uffici stampa perchè ha trattato a male parole Cemento Armato, trascurabile film di Martani del 2007. Ma perchè proprio lei e non, per esempio, il redattore di uno dei più grandi siti di cinema italiano, che definisce la pellicola “ uno slalom tra stereotipi e cliché in sequenza”?
Perchè, a dire del prode accusatore, avrebbe “fatto piangere” (sic.) Nicolas Vaporidis, rampante e lanciato protagonista del film, la cui fragile autostima deve aver messo notevole pressione su chi si è immolato in una accusa tanto feroce quanto surreale. Tant’è che la malcapitata è stata fatta oggetto di una pesante reprimenda riguardante il suo libero esercizio di critica, non avendo lei espresso altro che concetti inquadrabili come “opinioni”, e non come fatti oggettivamente passibili di falsità.
Il fatto qui riportato è senz’altro sporadico e singolare, ma denota il fatto di come, là dove serve, le pressioni su una stampa comunque libera, se non che per le direttive editoriali delle testate, possono arrivare, e in modo preciso e pungente.
Se il caso della collega vedeva tra i protagonisti uno di quegli studi creati ad hoc per sostenere e diffondere il verbo della pellicola di turno, ma soprattutto del suo distributore/editore, è con uno degli uffici stampa “interni” che proprio il sottoscritto ha
avuto a che fare.
Scrivendo anche lui all’epoca per uno dei più noti (e ben indicizzati su Google) portali di cinema del web, Filmup.com osò non criticare benissimo uno dei pochi film distribuiti dalla fu DNC Cinema, Transamerica, pur mantenendosi nei limiti del garbo e dell’opinione personale.
Ma periodi del tipo “un film che cade nella tentazione della lacrima a tutti i costi” o “si cerca così di calcare la mano su aspetti tentativamente drammatici, ma che finiscono per rivelarsi grotteschi” non erano evidentemente in alcun modo compensati dai riconoscimenti che “in parte ovviano gli attori con delle performance mai sopra le righe, misurate e credibili”. Ma soprattutto, orrore!, nella recensione compariva la considerazione che “forse il Golden Globe alla Huffman sembra esagerato”. Un’affermazione non passibile di possibile condivisione o contestazione, a seconda dell’opinione o del gusto di ognuno, ma addirittura “oggettivamente sbagliata”, tanto che “tutti ne hanno parlato solo che bene, da Rolling Stones a Variety”. Buon per loro, diremmo noi, che solo un sito italiano si era azzardato a porre dei dubbi sulla bontà dell’opera.
Morale? Minaccia di querela, termine della telefonata e improvviso benservito da parte del sito di lì ad un paio di settimane.
Se il primo era un campanello d’allarme, la gestione di una critica negativa come un attentato all’integrità del cast tecnico e artistico di una pellicola appare allarmante.
Citando di striscio Matteo Rovere, che, al contrario di tanti altri, ha cercato un serio confronto sul suo pur bruttino Un gioco da ragazze, disseminando mail su mail con richieste di spiegazioni e di approfondimenti in merito alle (tante) stroncature ricevute, arriviamo ad un caso più recente, che testimonia ancora una volta come il pur saltuario irrigidirsi della controparte sia notevolmente pericoloso per il malcapitato giornalista.
Stiamo parlando di Daniele Vicari, infastidito dai tanti pareri negativi sul suo recente Il passato è una terra straniera, che ha diviso le critiche con rare mezze misure, rispetto al quale è semplicemente stato fortunato chi scrive a trovarsi dal lato giusto della barricata.
Si perchè, in questo caso il regista si è mosso in prima persona, da un lato telefonando ad una nota collega che lavora per uno dei canali televisivi nazionali, rea di non essersi fatta piacere il film al punto di essere uscita prima della fine della proiezione (e avendo l’onestà intellettuale di dirlo, aggiungiamo noi) per lamentarsene, poi scrivendo di proprio pugno una vibrata protesta contro la redattrice di uno dei più noti e clikkati siti italiani di cinema, accusata questa volta di essersi vista il film con acrimonia per averne osato dire che il rigesta non avrebbe ben restituito lo spirito del romanzo da cui si è ispirato, o altre cose simili, tutte facilmente rientrabili nelle categorie delle “opinioni” e delle “buone argomentazioni”.
Non abbiamo ancora saputo di produttori che, come il Kane di Quarto Potere, si comprassero qualche giornale per poter scrivere bene dei propri protetti, ma non ci stupiremmo se dovesse accadere, prima o poi.
Fino a quel momento rimarremo nel limbo di piccoli editori liberi, degli uffici stampa più o meno collaborativi, e delle saltuarie ma preoccupanti reprimende senza fondamento che piombano inaspettatamente sul groppone di chi cerca di esercitare serenamente il proprio diritto di critica.
Ma dopotutto, domani è (per fortuna?) un altro giorno...

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