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Mike Nichols è, per molti, sinonimo di garanzia. Anche chi non lo digerisce bene non può fare a meno di riconoscergli uno stile e un'autorialità che rimangono bene impresse in ogni sua pellicola. E questo anche se Nichols ha il pallino della verbosità, della mancanza assoluta di silenzi ed ellissi. Mette la propria macchina da presa al servizio della sceneggiatura, facendo prevalere il parlato, il discorso, la battuta, su tutto il resto dell'impalcatura scenica. Una premessa necessaria per inquadrare un film complesso e controverso come La guerra di Charlie Wilson, che si appropria del canovaccio della Guerra Fredda anni Ottanta per permettere all'eclettico regista di dipingere un quadro pietoso e al tempo stesso grottesco dell'indole umana. La storia è quella di un membro del Congresso, Charlie Wilson per l'appunto, che per caso, per convinzione e per convenienza si trovò a battersi nel piccolo universo politico e salottiero della Washington bene per incrementare a dismisura i finanziamenti che la Cia stanziava in favore della resistenza islamica.
Al di là della credibilità o meno del plot - su cui qualcosa ci sarebbe da ridire, ma che lasceremo alla curiosità di chi si volesse recuperare il libro di Crile da cui è tratto, che pur non risolve del tutto la faccenda - la pellicola si destreggia discretamente nel mondo dell'alta borghesia e della politica americana, liberando una serie di talenti davanti alla macchina da presa del calibro di Philip Seymour Hoffman e Julia Roberts. Ma è Tom Hanks, che riveste i panni del deputato Wilson, a dare spessore e credibilità ad un personaggio tutt'altro che facile. Il contesto serioso è smorzato dalla scelta di campo del regista di giocare in modo anche scorretto sull'indole bonariamente godereccia e donnaiola del proprio protagonista. La scena iniziale è quella che dà la cifra di tutto il film, sospesa tra la frivolezza di un mondo che ha perso un solido contatto con la realtà e la capacità di fermarsi un attimo, di ascoltare che c'è qualcosa d’altro, di diverso. La comicità della pellicola, che si può definire senza ombra di dubbio una commedia, sale e scende. A battute popolari come “gli puoi insegnare a battere a macchina, ma non a farsi crescere le tette” riferite alle segretarie di turno, si alterna il situazionismo sofisticato della richiesta di un buon whisky di malto ad un capo di Stato di religione islamica. Il film, come tutte le opere di Nichols, è senz'altro verboso, molti snodi narrativi sono risolti semplicisticamente, e i personaggi, specialmente quelli di secondo piano, sono tratteggiati in modo caricaturale.
Nonostante queste pecche, che non consentono al film di elevarsi tanto quanto un cast così di talento gli avrebbe potenzialmente permesso, La guerra di Charlie Wilson rimane comunque un'opera godibile, a tratti un po' presuntuosamente sofisticata, ma nel complesso ben costruita, solida e garbata.

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