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"Carissimo Leonard.
Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi, faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare.
Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so... Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe...
Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi. Guardare la vita in faccia sempre, guardare la vita... e conoscerla per quello che è, al fine conoscerla, amarla, per quello che è. E poi, metterla da parte. Leonard, per sempre gli anni che abbiamo trascorso. Per sempre, gli anni. Per sempre, l'amore. Per sempre, le ore."
Virginia Woolf, 28-3-1941
Buon Natale
Jerry S
einfeld, cabarettista e comico di grido della televisione statunitense, è la vera anima di questo "Bee Movie", pellicola di Natale sfornata dalla Dreamworks, palese risposta al "Ratatouille" di casa Pixar. Ebbene, la sfida, sia su un livello puramente narrativo, cinematografico, sia sotto il profilo tecnico, è persa su tutti i fronti. C'è da dire che entrambi i film cercano di svincolarsi da un pubblico strettamente infantile, o comunque di età media poco elevata. Pur mantenendo una forma ed un'estetica che ammicca ai giovanissimi, sia la Pixar che, in questo caso, la Dreamworks costruiscono film che puntano non tanto allo sfruttamento spettacolarizzante della tecnica digitale per voli pindarici fini a se stessi, ma mettono la bellezza delle immagini al servizio di una storia solida, per molti versi 'adulta', pur veicolata da un contenitore colorato e giocoso.
Così, sotto la mano accorta e navigata di Seinfeld, anche "Bee Movie", al contrario di quello che le apparenze potrebbero indicare, è un film molto più adulto di quello che non sembri. Ma mentre "Ratatouille" era un film maturo a 360°, la maturità del film della Dreamworks si limita al contesto dialogico-narrativo: le battute puntano a divertire un target non di certo giovane, e le gag destinate ad una risata più semplice e meccanica si contano sulla punta delle dita di una mano. Per il resto "Bee Movie" scivola via, con qualche ammiccamento ad una facile critica della società consumistica, piuttosto che alla soddisfazione tipicamente 'riformata' dell'accettazione del proprio ruolo in società.
Ma Bee Movie non scava più a fondo, limitandosi a fornire momenti di buona commedia, dai ritmi scelti con cura e ponderati con attenzione dal bravo Seinfeld, che però mal si sposano con la confezione e con l'intento generale della pellicola, che per battage pubblicitario e scelte distributive punta su un pubblico molto giovane. D'altra parte l'estrema 'piccioleria' dei protagonisti e degli scenari non riesce a catturare l'attenzione di un pubblico più attento e più in avanti con gli anni. Forse la Dreamworks dovrebbe maggiormente diversificare la propria offerta da quella dei rivali della Pixar. Se si inseguono i rivali sullo stesso terreno tecnico e sulle stesse dinamiche, senza poi ottenere risultati all'altezza, si rischia di uscirne con le ossa rotte.
Mike Newell non è uno che va tanto per il sottile. Molto arrosto e poco fumo nei suoi film. Vale a dire molta sostanza narrativa, personaggi solidi e quadrati, e poca introspezione, poca empatia con caratteri e sfumature. Si pensi solamente all'episodio della saga di Harry Potter da lui diretto, Il calice di fuoco, il più sgrezzato, diretto, per certi versi spigoloso. Un curriculum di tutto rispetto quello del regista inglese, ma privo di quelle corde melliflue, sensuali e profonde che invece caratterizzano la latinità propria di Gabriel García Márquez.
"Prima di pronunciare quel ‘È stata tutta un'illusione', l'autore nel libro scrive oltre dieci pagine introduttive, e solo per spiegare quella frase lì", ha detto Giovanna Mezzogiorno spiegando una delle difficoltà del personaggio di Fermina, la vera protagonista della storia. A Newell manca proprio quel qualcosa in più per poter riassumere una narrazione di dieci pagine in dieci fugaci secondi di immagine in movimento. Rispetta la storia, la fa sua, la coccola e la cura con l'attenzione dovuta, ma la svuota, la priva di quella magia che ha reso Marquez uno degli scrittori più amati nel mondo.
E così l'amore impossibile di Florentino Ariza per i grandi occhi di Fermina Daza, frustrato dalla lontananza e dal di lei matrimonio con l'avvenente dottor Urbino, si limita ad essere il motore trainante di un grande affresco in costume, invece che la linfa vitale di un coinvolgimento appassionato e di una straziante partecipazione al dramma di un uomo. I 51 anni, 9 mesi e 4 giorni che passa Fiorentino ad aspettare la sua bella diventano un più o meno interessante ripercorrere le vicende di un paese, la Colombia, attraverso i suoi cambiamenti di abitudini e stili, e attraverso la guerra e le epidemie di colera (queste ultime, a dispetto del titolo, assolutamente marginali nell'economia della storia) che lo devastarono. 
L'amore ai tempi del colera vive dello schiacciante paragone con il romanzo dal quale si ispira. Facendo uno sforzo di astrazione, si ritrova comunque una lunga piece teatrale, i cui tre personaggi principali sono tanto bravi, quanto inseriti in una struttura freddina, che tende a mantenere le distanze, a rimanere alla larga da una costruzione esclusivamente sentimentale, preferendo una strada più rigorosa, più formale.
Così, dell'amore ai tempi del colera sapremmo dare un'abbozzata spiegazione teorica, ma non potremmo mai dire di averlo, anche in minima parte, anche illusoriamente, vissuto.
Conferenza stampa
La bella Giovanna Mezzogiorno (nella foto) guarda con occhi pieni di ammirazione Mike Newell. "È grazie alla possibilità incredibile che mi ha dato Mike che ho potuto prendere parte ad un progetto tanto importante. Fino all'ultimo non sapevo se avrei interpretato o no il personaggio, ed entrare nella sua vita pur per un breve periodo è stata un'avventura". È stato infatti il regista di Donnie Brasco e del quarto capitolo della saga di Harry Potter a volere fortemente l'attrice italiana nell'adattamento de L'amore ai tempi del colera, bestseller di Gabriel García Márquez. 
"Ho scelto Giovanna per la sua grandissima professionalità - ha detto - perchè è cresciuta fin da piccola recitando, vivendo in mezzo agli attori. E' un cavallo di razza da questo punto di vista. Poi per i suoi fantastici occhi azzurri, che colpiscono e catturano, in una terra come quella colombiana dove il 99% delle donne ha occhi e carnagione scura, ambrata".
Nessun paragone tra il riadattamento del libro di Márquez e quello della Rowling: "Harry Potter è stato facilissimo da scrivere; è bastato prendere il libro e tagliarlo con l'accetta, eliminarne parti intere. Questo è stato invece il film più difficile che abbia mai fatto. Márquez racconta una grande storia, una storia umana, e ogni cosa che toglievo era un dolore, me ne pentivo subito dopo".
Un film tanto difficile che la paura era tanta, confessa la Mezzogiorno: "C'era il terrore di non riuscire bene, di sbagliare le battute, la scena. In più bisognava affrontare la complessità del crescere del personaggio, del suo evolversi negli anni. Anche se la mia non era assolutamente una paura di vedermi invecchiata negli anni, no, quello non mi spaventava per nulla. Il mio, quello di Fermina, è un personaggio veramente complesso, molto moderno, e che per questo non vive una vita facile, si priva di tutto il romanticismo, il sentimentalismo che la vita le può offrire. Ma ha una grande determinazione, una grande costanza, è per questo che la ammiro moltissimo".
Newell rifiuta l'idea che quella raccontata da Márquez, e dal film, sia un po' una favola, un qualcosa d'impossibile nella realtà: "Quella che descrive il libro è una realtà, è vera, io lo so bene. D'altronde Márquez scrive solo di cose concrete. Lo stesso libro ha qualcosa di autobiografico in fondo, lo si evince anche dal fatto che lo dedichi alla moglie". Tale è la complessità dell'opera, e probabilmente l'inadeguatezza della pellicola, che viene sintetizzata felicemente da una battuta della Mezzogiorno: "Non so proprio come hanno fatto a non fare un film lungo sei ore".
Il giudizio finale lo lasciamo al pubblico pagante.

Redford, quando decide di portare nelle sale un nuovo film, suscita sempre confronto e dibattito tra pubblico e critica. Nel caso di Leoni per Agnelli, ha addirittura coinvolto politici, giornalisti e politologi a discutere su politica, informazione e guerra. Attorno al tavolo, all’interno di una sala del Palazzo delle Esposizioni di Roma, si sono radunati il professor Ricolfi, l’inviata di guerra Fiamma Nierestein, Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, e Piero Fassino, attualmente inviato dell’UE per la Birmania.
Se Ricolfi e Fassino sfumano la propria posizione, quella della Nierestein e di Ostellino è un’appassionata difesa del Senatore Irving, il falco repubblicano interpretato nel film da Tom Cruise. Va sul tecnico la Nierestein, sottolinenando però in qualche modo come la pellicola, che sta per uscire nelle sale, sia in qualche modo già datata: “Se il film fosse stato girato oggi, dopo che il generale Petraeus ha inaugurato una nuova stagione nella guerra irachena, il dialogo tra Irving e la giornalista progressista sarebbe stato del tutto diverso. Quella descritta in modo critico dal film è oggi una tecnica del tutto ammissibile e che ha prodotto anche qualche risultato non trascurabile”. Ma non si limita a questo la Nierestein, portando un duro affondo alla propria categoria e a una qual certa idealizzazione che ne fa Redford: “L’obiezione di coscienza di un giornalista, il non far uscire o condannare, una notizia che dà un politico non è sempre e per forza positiva, ma anzi, spesso è dettata da pregiudizi. L’atteggiamento “anti” della giornalista nel film mi è parso davvero eccessivo”.
Ostellino, dal canto suo, mette in guardia l’agone politico-mediatico italiano dallo strumentalizzare il film: “Quel che emerge dalla pellicola è l’estrema complessità della società americana. Irving è uno che in qualche modo rischia, difende l’autonomia morale della politica, la morale delle responsabilità che si contrappone alla morale dei principi. Se disaggreghiamo il film c’è pane per i denti di tutti, destra e sinistra, ma va affrontato insieme, nel suo complesso”.
Nel merito delle scelte sui conflitti afgano e iracheno non ha dubbi: “Quelli che erano e che sono oggi pregiudizialmente contrari alla guerra in Iraq, si chiedono se era meglio Saddam ieri o i civili che mostrano le dita con cui hanno votato oggi? Il quieto vivere internazionale valeva la pelle di un popolo tiranneggiato da un satrapo e ucciso ogni giorno? Da questo punto, e lo dico da non credente, la battaglia sul relativismo di Papa Ratzinger non è del tutto sbagliata. Ci battiamo tanto per i diritti civili di noi occidentali, e ce ne infischiamo degli altri nascondendoci dietro il fatto che è la loro cultura ad esser fatta così”.
Più cauto Fassino, che si concentra in particolare sul messaggio etico del film: “La frase chiave mi pare quella che il professore dice al ragazzo, ‘è meglio provare e non riuscire che non riuscire a provare’. Il ragazzo fa infatti una facile tirata contro i politici. Noi in Italia ne sappiamo qualcosa, si veda La casta. E il prof gli chiede se abbia mai incollato una busta per una manifestazione politica. Credere e impegnarsi, questo il forte messaggio etico, quello per cui vi è la certezza che il mondo dipende anche da quello che ogni singolo fa”.
Della figura di Irving sottolinea aspetti più critici: “Irving sembra in assoluta buona fede, tutto fa pensare che dica delle cose perché ci crede. Ma poi c’è il dramma concreto della guerra, nel suo vissuto, con due ragazzi esposti ai rischi imputabili a quella strategia. C’è dentro il tema del rapporto tra fini e mezzi. Mi pare questo il bello del film, e cioè che ci obbliga a riflettere sulla dimensione etica delle nostre scelte”.
Un film che farà riflettere, dunque, ma anche discutere. Ci si augura sempre nei modi e nella densità di contenuti con la quale i relatori del convegno romano si sono intrattenuti

Come ogni natale che si rispetti, è in arrivo anche quest'anno la favola delle feste, genere del tutto particolare, che ha negli anni acquisito una sua peculiarità, arrivando, nell'ultimo periodo, a sconfinare nel riadattamento del fantasy d'autore. Dopo Le cronache di Narnia, solo per citarne uno, quest'anno è toccato a La bussola d'oro, primo libro di una trilogia di Philip Pullman, essere trasposto sul grande schermo per la gioia (?) di grandi e piccini.
L'architettura interna alla favola si richiama per grandi linee alla base su cui si fonda la celeberrima saga di Harry Potter: un'adolescente (questa volta si tratta di una bambina, la brava Dakota Blue Richards) scopre che le leggende del mondo in cui vive la destinano a svincolarsi dalla propria semplice realtà per andare incontro ad inaspettati incontri e straordinarie avventure. Un mondo appena verosimile, quello raccontato da Pullman e ripreso abbastanza fedelmente dal regista Chris Weitz nel quale, a dispetto di una conformazione morfologico - geografica che rispecchia quella reale, scopriamo che ogni ess ere umano possiede una sorta di animale custode, chiamato daimon, si viaggia in strambi palloni aerostatici, ed è popolato da orsi polari e streghe volanti. A condire una confezione di tutto rispetto, la presenza di star del calibro di Nicole Kidman e Daniel Craig, entrambi già visti nel recente Invasion, ulteriormente impreziosita dall'apparizione della sempre più lanciata Eva Green, e dall'etichetta New Line Cinema (quella, per intenderci, della trilogia jacksoniana del Signore degli Anelli). Si fa dunque presto ad identificare nell'economia del film, sostenuto da una massiccia operazione di marketing, tutte le caratteristiche del grande blockbuster da alta stagione. 
Lontani, nella versione cinematografica, gli echi della violenta polemica che ha investito l'anticattolicità del romanzo ("La genesi vista dal punto di vista di Satana", l'ha definito Edoardo Rialti, ricercatore di letteratura medievale all'università di Firenze), quel che non permette alla pellicola di scivolare via indenne da critiche è l'estrema discontinuità di narrazione con la quale la sceneggiatura ha trasposto l'estrema ricchezza di dettagli del libro; un utilizzo confuso e irregolare delle ellissi e delle ripetizione, e una descrizione dei caratteri dei personaggi appena abbozzata, rendono così il fluire della storia estremamente faticoso.
Si perde il gusto e la magia di una favola destinata al pubblico più eterogeneo, e a poco serve un utilizzo cromatico della colonna sonora per recuperare un'attenzione che man mano viene meno, nonostante l'innegabile suggestività di alcune sequenze. E il finale, stroncato da un banale e privo di pathos "continua...", contribuisce ancor di più a rilanciare un'idea di generale irresoluzione delle idee di partenza.

Paranoid Park.
Tracciato dal solco pesante e lieve di una matita sul foglio, il titolo del film risuona in un divenire, grave e leggero al contempo, su un qualsiasi foglio di carta.
La macchina da presa stringe sul primo piano della matita che si muove incerta, a scatti, e che delinea su un quaderno un nome che è anche una filosofia di vita, un richiamo ancestrale dai contorni indefiniti.
“Non so se mi sento pronto per Paranoid Park”.
“Nessuno è mai pronto per Paranoid Park”.
Dopo Elephant e Last days, Gus van Sant ritorna ancora al suo stile straniante, al suo modello narrativo complesso eppur inafferrabilmente semplice, per raccontare una storia che è la storia di un umanità, di un dramma umano. Scava, dissotterra quel che, agli occhi del mondo, viene coperto dall’inesorabile banalità socio-psicologica dei mezzi di comunicazione, del pensiero del vicino, che diventa il pensiero del quartiere, della massa, della televisione, per compiere infine il percorso inverso, in un’inarrestabile circolo vizioso che tutto porta alla luce ma che tutto, in fondo, nasconde.
Se in Elephant al centro erano i due baby killer della Columbine, tratteggiati con un’asciutta essenzialità, forse macchiata appena dalla scelta del mostrare un timido bacio omosex, leggibile quale velato tentativo di “suggerimento”, di chiave, seppur vaga di lettura, in Last days lo sfacelo, fisico-psichico e morale di un cantante (un Kurt Cobain sotto altre spoglie) che, un secondo dopo aver esalato l’ultimo respiro, verrà ricordato come un’icona o come un idolo di deprecabile depravazione, Paranoid Park si concentra sulla vicenda umana di un ragazzino come tanti, innamorato della vita e dello skateboard, con il cuore gonfio di una strana tristezza e gli occhi sempre in cerca di qualcosa da ammirare, di qualcuno da amare.
Ancora una volta van Sant scava nel “prima” del clamore mediatico, in quel divenire che racchiude tutta una vita che implode, prima della (definitiva?) deflagrazione.
“Sapevo solo che avevo una voglia matta di salire su un treno in corsa”.
Alex balza sul treno, con il vento in faccia, innocuamente. Viene sorpreso da un’altrettanto innocua guardia, che lo insegue, lo vuol far scendere. Alex lo allontana quel tanto che basta a fargli perdere l’equilibrio, al farlo cadere sotto la mannaia delle ruote del treno in corsa.
Il film è una discontinua summa del flusso di coscienza che segue i giorni
immediatamente successivi alla disgrazia, sospesi tra la voglia di rimuovere, di scordare, di continuare a vivere come l’istante prima, e la profonda, incancellabile coscienza che, indipendentemente dal corso degli eventi, dall’operare della giustizia, nulla potrà mai più tornare come prima.
E così Alex scrive e scrive. Scrive una lettera che non verrà mai inviata, con la solida e fragile mina di una matita, scrive per liberarsi da demoni ormai improvvisamente parte di una vita, quella di prima dell’attimo fatale, che tanto sembrava scorrere via inutilmente, quanto ora si ripercorre come preziosa, gravida unicamente di una serena tranquillità ormai perduta.
Il regista spiazza, mescola gli elementi, mischia le carte al montaggio, nella scrittura, e nella fotografia, esaspera il registro atono già utilizzato in Elephant, rendendolo al contempo più digeribile, più”narrativo”.
Il finale, aperto ma contemporaneamente chiuso su un lento, ineluttabile, scorrere delle cose, ci risparmia la gogna mediatica, i collegamenti in diretta, lo scandalo nazionale.
Il genio di van Sant è quello di farci sembrare del tutto ragionevole, nonostante i tragici e macabri occhi disperanti del moribondo, tifare per un piccolo, timido, assassino.
Ma dopotutto “nessuno è mai pronto per Paranoid Park”.
Il dolore della ricerca
Il Filisteo Golia gridò a Davide: "Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche"
Un giovane marines torna dopo più di un anno dall’Iraq, ma non si presenta all’appello dopo la breve licenza concessagli, né tantomeno dà notizie a casa. A mettersi sulle sue tracce sono - con motivazioni e interessi diversi - la polizia militare, una giovane detective e il padre: ma quando ne ritrovano il cadavere il mistero s'infittisce, e solo l’ostinazione e la premura del vecchio genitore sveleranno la tragica verità...

Thriller e impegno politico
Davide rispose al Filisteo: "Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e staccherò la testa dal tuo corpo e getterò i cadaveri dell'esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele"
Dopo aver aperto una riflessione sui veterani della seconda guerra mondiale con Flags of our Fathers, sceneggiato per l’amico Eastwood, Haggis torna a parlare in prima persona di reduci di guerra, questa volta quella irachena, mettendosi dietro la macchina da presa per dirigere Nella valle di Elah.
Il titolo esprime la metafora, anzi, la molteplicità di metafore dalle quali emerge il senso dell’opera: è nella valle di Elah, infatti, che avviene lo scontro biblico fra il campione dei Filistei, il gigantesco Golia, e quello che sarà in seguito re d’Israele, il giovane Davide, che abbatté il guerriero nemico con il solo uso di una fionda. Le speculazioni intellettuali a partire da una metafora del genere - per un film che tratta di politica internazionale (ma in modo garbato, partendo da ragazzi comuni) - sono infinite, così come sono molteplici i piani di lettura che si presentano all'attenzione del pubblico; ma Haggis ha il merito di non procedere con una tirata retorica (tentazione che, considerando i presupposti su cui è basata la pellicola, era difficile da evitare), e costruisce invece un thriller, un giallo con risvolti noir che apre a una riflessione complessiva sugli effetti della guerra negli strati più semplici e nascosti della società statunitense.
Così, l’affannarsi di Tommy Lee Jones, solido e arcigno padre alla ricerca di giustizia per il proprio figlio, è da una parte il vero motore narrativo dell’opera, ma dall’altro solo lo specchio dell’assurdità di un conflitto che stritola coscienze, distrugge corpi e menti, annulla quel solido senso della realtà, degli affetti, della terra così radicato soprattutto in una certa provincia americana, la stessa in cui si muove la macchina da presa del regista. Se viene evitato il rischio di un canovaccio politicamente retorico, Haggis non riesce del tutto a far parlare da sé la storia, ma infila qua e là critiche e duri attacchi all’amministrazione e all’esercito, dei quali risulta emblematica l’inquadratura finale: ne risulta quindi un film militante, che non si trattiene dal voler strizzare l’occhio all’impegno politico dichiarato e ostentato, pur avendo una storia che potrebbe benissimo parlare da sola, senza nessun suggerimento che la indirizzi in maniera didascalica verso l’apprezzamento del pubblico.
I momenti migliori restano i duetti fra Tommy Lee Jones e Susan Sarandon, due grandi attori, due grandi genitori che con estrema dignità si pongono di fronte alla morte del figlio (splendida la sequenza in cui si allontanano nell’asettico corridoio dopo il riconoscimento del corpo), e che riescono a conferire al film, insieme all'ottima regia, la dignità di un buon prodotto, nonostante una certa ruffianeria che, purtroppo, traspare da alcune scelte dell'autore.

INCONTRO CON IL REGISTA PAUL HAGGIS
Come mai ha deciso di utilizzare, a differenza di quanto aveva fatto con Crash, un impianto classico per raccontare la sua storia?
Era molto difficile raccontare questo film. Ero molto infastidito da quello che si vedeva, e non si vedeva, sulla guerra. Ho così iniziato a cercare una storia da raccontare, e ho cercato di mettermi nei panni di un soldato che investe un bambino. A me non piacciono i film dove si denigra senza pensarci su. La scelta che ha il soldato è di andare avanti e investire un bambino innocente o di fermarsi e di rischiare che muoiano tutti i suoi compagni. Ecco quello che stiamo facendo. Stiamo chiedendo ai nostri ragazzi di perdere l'anima in Iraq.
E dunque perchè il ragazzo, il giovane marines, viene ucciso al suo ritorno?
Non è mai facile uccidere, ma quando torni dall'Iraq rischi facilmente di perdere la prospettiva dalla quale guardare la realtà. Questo un pò spiega il perchè del titolo: i soldati americani partono credendosi dei giovani e coraggiosi Davide, ma si ritrovano lì ad essere visti come dei Golia, dei giganti cattivi. Le persone che vanno in guerra sono fondamentalmente di animo buono, ma quel che succede lì in qualche modo le trasforma.

Questa perdita del confine tra bene e male è propria di tutte le guerre o è peculiare di questa guerra?
Mah, io non volevo fare un film sulla perdita dell'anima degli americani. L'unica differenza, credo, è che questa è una guerra urbana, combattuta nelle città e nei villaggi. I reduci della seconda guerra mondiale si ritrovavano ad uccidere prevalentemente militari. In Iraq ti ritrovi ad aver ucciso civili senza nemmeno rendertene conto. E' evidente che c'è un problema, noi americani abbiamo un problema, e cioè che chiunque detiene il potere per così tanto tempo, finisce inevitabilmente per gestirlo in maniera errata prima o poi.
Che impatto ha avuto il film in America?
Il film non è andato benissimo. Nemmeno male, ma non benissimo. Ha avuto molto successo nel sud e nel mid-west. Ovviamente non ha avuto molto impatto sull'opinione pubblica, ma spero che abbia posto le basi per un lento processo di consapevolezza sull'argomento.
Che somiglianze ci sono tra questo film e Crash?
Quando scrivo cerco di trarre dalle cose e dalle persone il meglio, che nasce dalle contraddizioni. Sono le contraddizioni che ci rendono umani, basta che mi guardo attorno, che parto da me stesso, per coglierle. Per cui io, scrivendo di esseri umani e di contraddizioni, ritrovo in questo la continuità.
In questo film è diversa la forma, perchè è il contenuto a dettarla. Per raccontare questa grande tragedia americana occorreva una forma classica, differente da quella usata in Crash.
Sappiamo che lei, oltre a dirigere i suoi film, ultimamente ha anche scritto le sceneggiature degli ultimi due 007...
Adoro scrivere su James Bond, è una cosa un pò folle. Ero in vacanza qui in Italia, in Umbria, quando mi contattarono per propormelo. Io gli dissi "Ma siete matti? Avete mai visto i miei film? Potrei distruggere per sempre Bond!". Mi sono da subito posto in modo da trattare il personaggio come una persona vera, reale, e non come l'eroe di un fumetto che solamente spara e corre in macchina.
Quell'immagine della bandiera rovesciata, che chiude il film, ha dato fastidio nel suo paese?
Ha dato moltissimo fastidio. Anche se preferirei che non si parlasse molto della fine del film. Ha dato fastidio a molti, ma sono degli idioti. Io stesso sono un patriota, non era un attacco al patriottismo. La grandezza dell'America non sta forse proprio nella possibilità di poter criticare i propri leader? Volevo fare sì un film politico, ma non un film di parte. Non ho però fatto questo film per i critici alla guerra, ma soprattutto per chi pensa che questa guerra sia giusta.
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