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oli dei film, riesce a provocare involontarie risate piuttosto che un'attonita perplessità, vuol dire che qualcosa nella localizzazione è andata veramente storta. Il materiale messo a disposizione per la stampa, infatti, reca come frontespizio la locandina del film, sulla quale è stampigliato per bene il titolo italico dell'ultima opera di Pierre-Paul Renders, L'uomo medio + medio, che non vuole fare il verso all'ormai celeberrimo Scemo e più Scemo (o forse sì?), ma che alluderebbe ad un uomo, il protagonista del film per l'appunto, che dovrebbe incarnare l'interprete delle abitudini, dei gusti e dei pensieri della popolazione intera. Ma, sfogliando le pagine dello stesso plico, ci si imbatte in un'intervista allo stesso regista, che inizia testualmente così:
Siamo ormai arrivati al quinto episodio della saga di Harry Potter, il giovane mago alle prese con misteriosi passati, oscuri cattivi, babbani, ed esami della particolarissima scuola di Hogwarts. E il gomitolo delle varie vicende intrecciato magistralmente dalla Rowling si fa sempre più intricato e complesso. Bel problema per qualunque trasposizione cinematografica, che si trova a fare i conti tra una storia che ha bisogno della sua autonomia e dei nessi esplicativi che rendano fruibile l'intreccio anche ai non appassionati.
Il novello Yates succede ad illustri predecessori, quali Columbus, Cuarón (autore del terzo e meglio riuscito capitolo della saga) e Newell, e decide di risolvere il rebus narrativo puntando sulla semplicità. La contrapposizione, dunque, tra Harry e Silente da una parte e il Ministro Caramell e la sua fedele servitrice, la professoressa Dolores Umbridge dall'altra: gli uni che tentano di convincere il mondo del ritorno di Lord Voldemort, gli altri che leggono dietro questa notizia delle improbabili macchinazioni volte a sollevarli dal proprio potere. Tutta la storia è appiattita su questo scontro (più che altro verbale) senza trovare ulteriori spiragli d'interesse. Lo stesso Ordine della Fenice del titolo viene relegato ad una posizione di contorno o poco più.
Il vantaggio è sicuramente quello di consolidare intorno alla linearità del corpus narrativo una fruibilità della storia altrimenti non raggiungibile. Ma il rovescio de
lla medaglia è l'impossibilità di rapportarsi a 360° con un'opera che pur mette sul tavolo una miriade di riferimenti più o meno palesi con le vicende dalle quali trae linfa. Ne esce fuori così un film bidimensionale, che contrappone buoni e cattivi in un contesto accattivante, ma anche fumoso quanto basta per far notare che forse di 137 minuti qualcosina si poteva tagliare. Yates viene sopraffatto dall'impegno a cui è stato chiamato, e non riesce a gestire tutto il materiale che si ritrova tra le mani. Cade spesso in scene incomplete, fatica spessissimo nei raccordi di montaggio, che si rivelano scombinati a più riprese, e nella gestione delle scene d'azione.
Il duello finale, forse la parte più carica di pathos di tutto il film, viene depotenziato da una pessima gestione del climax narrativo, come anche da una messa in scena nervosa e confusa che non mira di certo al coinvolgimento, tutt'altro. Interessante è l'omaggio a Tim Burton (la moglie del quale, Helena Bonham Carter, si aggiunge ad un cast già ricco), citato nella scena finale, nella quale vengono riprese le scarpe appese per i lacci alla maniera di Big Fish (in una sequenza, ci dispiace dirlo, che, priva di questo riferimento per palati fini, perde gran parte del proprio significato).
Speriamo che Yates, al quale è stato affidata anche la direzione del sesto capitolo della saga, impari dai propri errori, o ci dovremmo preparare ad una conclusione della serie cinematografica del maghetto più famoso del mondo in netto calando, rispetto, per esempio, alla bellezza del terzo episodio di Cuaròn.
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Giornata densa di appuntamenti qu
ella inaugurale del Roma Fiction Fest, incorniciato in uno sfavillante Cinema Adriano in una tiepida Roma di mezz'estate. Piatto forte della giornata sicuramente la presentazione della minifiction prodotta dalla Rai sulla vita dell'indimenticabile cantautore Rino Gaetano che, sotto la pulita regia di un veterano del genere quale Marco Turco, annovera un cast eccezionale, nel quale spiccano attori del calibro di Claudio Santamaria (uno splendido Gaetano, per movenze e - perdonateci l'eresia - per mimica da palcoscenico), Giorgio Colangeli (miglior attore alla Festa del Cinema) e Ninetto Davoli, come anche, nei ruoli femminili, una sempre più lanciata Laura Chiatti e la bella Kasia Smuntiak.
Buono il riscontro di pubblico, singolare l'incontro stampa, durante il quale Santamaria ha accennato, con esiti discreti, alcuni passi di brani del giovane cantante prematuramente scomparso, che riprenderà in forma più estesa in serata insieme alla Chiatti - nella fiction prima groupie, poi manager - alla fine della proiezione serale.
Il lavoro è già nel bel mezzo di una bufera di polemiche, dopo la presa di distanze di Anna Gaetano, la sorella di Rino, che si era schierata contro la figura che lo sceneggiato restituisce del fratello.
Agostino Saccà, direttore di Rai Fiction, ha preso le distanze dalla visione della Gaetano, sostenendo che "nella fiction forse non c'è la realtà del cantante, ma la sua verità. Non abbiamo tradito il personaggio storico, ma si è semplicemente lavorato sulla drammaturgia della sua storia".
Da segnalare anche, nel corso della mattinata, l'incontro con Andrea Camilleri, che si è
destreggiato con la solita sorniona sapienza nel raccontare il proprio personalissimo rapporto di scrittore con la fiction televisiva, trascinato quasi suo malgrado nell'avventura dallo strepitoso successo che il suo personaggio per eccellenza, il commissario Montalbano, ha raccolto nel prime time della rete ammiraglia della Rai nel corso degli ultimi anni.
"Scrissi il primo romanzo del commissario per mettere ordine, con un giallo, che necessita di uno schema preciso e ordinato, al mio metodo impreciso e disordinato. Poi l'affetto del pubblico e il ricatto dell'editore mi hanno obbligato a continuare" racconta sogghignando l'autore, pur sottolineando le perplessità sulla "testa calva di Zingaretti, perché il mio personaggio ha tanti baffi e capelli. Ma d'altronde quando lo vedo in tv divento uno spettatore e mi diverto come tutti!".
Toccante l'omaggio offerto in mattinata alla regista Margarethe von Trotta, con la proiezione del suo lavoro per la tv Winterkind, un po' trascurato dagli organizzatori come anche, in buona parte, da pubblico e addetti ai lavori.
Attesissima in serata la presentazione in serata della serie Life on Mars, costruita sulla falsariga dei successi di Lost e di Heroes.
In concorso tra la fiction italiana, degna di menzione è la miniserie su Marco Pantani, sicuramente da tenere d'occhio per la vittoria finale.
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