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domenica, 27 maggio 2007
Le ferie di Licu

Arriva nei (pochi) cinema la seconda produzione della Myself, casa di produzione messa su dal regista Vittorio Moroni che poggia interamente su un'azionariato popolare, rendendo così i possessori delle quote veri e propri proprietari di un pezzetto del film e dei suoi introiti.
Così, a sorpresa, nasceva e veniva distribuito
Tu devi essere il lupo, che divenne in breve un piccolo cult, arrivando a sommare più di 25.000 spettatori nelle sale e aggiudicandosi un posto tra i nominati ai David di Donatello e tra i Nastri d'Argento.
E' con queste premesse che Moroni porta sullo schermo il personaggio di Licu, per il quale ha cercato una produzione 'ufficiale' con scarsi esiti.
"Moretti non mi ha nemmeno ricevuto, con Luckyred non se ne è più fatto nulla. La Bim per un po' mi aveva illuso, ma poi è sfumata pure quella opportunità".
Così il regista è ripartito con la scommessa della Myself, che ha finanziato e prodotto interamente
Le ferie di Licu.
Il film è in realtà un documentario, nato quasi per caso da un lavoro di indagine di Moroni su un soggetto che stava vagliando, che racconta uno spaccato di due anni e mezzo della vita di Licu, un bengalese emigrato in Italia in cerca di lavoro, incentrandosi sul mese di ferie che prende per tornare nel suo paese, in vista del matrimonio combinato per lui dalla famiglia.
La vita di Licu, e la pazienza e la bravura del regista di coglierne i momenti salienti, più coinvolgenti e descrittivi di una normalità ordinaria, offrono l'impressione di trovarci in un'opera di finzione, e il dubbio permane a lungo durante quello che è lo svolgimento di quello che sembra un vero e proprio plot pensato a tavolino.
In questa storia per molti aspetti avvincente di un faticoso ma gioioso ritorno a casa, si innesta una moltitudine di tematiche interessanti: il confronto tra culture di diversa origine, la condizione degli immigrati, la condizione della donna, il concetto di famiglia. Colpisce soprattutto osservare come l'istituto del 'matrimonio combinato' è talmente radicato negli usi e nelle tradizioni della cultura bengalese, che la reazione del protagonista mette in crisi con un semplice sguardo di gioia malcelata il cliché cinematografico del matrimonio combinato come aberrazione sociale (si faccia la tara su quel che comporta tale istituzione in un contesto socioculturale così diverso dal nostro).
Moroni ha il pregio di mantenersi a distanza dal suo protagonista, pur non perdendo in partecipazione e coinvolgimento, atteggiamento che alla lunga diventa in qualche modo il tallone d'achille del film. Fino a che gli avvenimenti nella vita di Licu scivolano via lietamente ci si limita a guardare quel che succede, a seguire il tutto come una normale storia di finzione. Alle prime difficoltà (come l'estrema gelosia che costringe la moglie a rinchiudersi in casa) emerge il lato reale della vicenda, e l'immedesimazione del pubblico sale, così come anche il senso di fastidio per l'assenza di giudizio della regia, che continua, imperterrita e asettica, a filmare.
Difetto etico sul quale si può comunque sorvolare, di fronte ad un'opera piccola ma non timida, che tenta - magari senza riuscirci - di fare del cinema diverso, di porre questioni, sociali e cinematografiche, rispetto alle quali spesso si hanno tante, troppe, remore.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 10:22 | link | commenti (1) |
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martedì, 01 maggio 2007
Ghost son

Lamberto Bava torna dopo tempo sugli schermi cinematografici con un film che strizza l'occhio al più celebre Ghost - fantasma, indimenticabile storia d'amore dei nostri tempi, aggiungendone elementi quali l'Africa, il misticismo stregonesco e, ovviamente, un bambino che del tutto normale non sembra.
Che lo spunto di partenza sia offerto da una sua personalissima rielaborazione di uno dei più amati film sentimentali degli ultimi decenni lo afferma proprio il regista, che cerca di allontanarsi dallo stereotipo che lo vuole autore solamente di film di genere per dipingere una storia d'amore estremamente contaminata, racchiudendo ed esplicando elementi propri della sua particolare sensibilità per le storie fantastiche e dell'orrore.
Bava assembla un cast internazionale, che si fa forza di una protagonista come Laura Harring, musa di Lynch in Mulholland Drive e assoluta dominatrice della scena, come anche di due ottime spalle quali John Hannah e Pete Postlethwaite.
La pellicola la si può dividere in due parti. La prima che vede coinvolti Mark (Hannah) e Stacey (la Harring) in una intensa e appassionata storia d'amore, con lei innamoratissima al punto da lasciare tutto e seguirlo nella sua villa sperduta in mezzo alla savana. La seconda vede scomparire la figura di Mark (almeno in apparenza), morto tragicamente in un incidente stradale, e introdursi discretamente nella storia Martin, il bambino dei due, frutto di un concepimento dai contorni non ben definiti (scena tratteggiata sulla falsa riga di Rosemary's baby - Nastro rosso a New York di Polanski).
Questa separazione in due distinte unità narrative aiuta nell'analisi del film. Costruite entrambe con la stessa tonalità d'inquietudine e spaesamento, nella prima non figura nessun elemento al di fuori del reale conoscibile, mentre nella seconda la presenza di un bambino molto strano, che si pone come veicolo per altre, strane, presenze, rafforza una narrazione che balla tra il thriller puro e la tendenza orrorifica tipica di Bava.
Proprio per questo distinguersi più o meno netto, la prima parte è quella che sostiene meglio l'impalcatura narrativa e un certo discorso che il regista vuole portare avanti. Determinati elementi e particolari inquadrature, infatti, se inseriti in un campo determinato dalla normale percezione, generano un disagio tangibile e ben architettato. Soffocati, viceversa, dall'introduzione di elementi che si pongono al di là della realtà quotidiana, e che pure nulla aggiungono in pathos e costruzione di climax narrativi, disperdono la propria pertinenza ed efficacia.
Questo contribuisce ad un drastico calo della tensione e dell'efficacia della pellicola, che, pur non abbassandosi mai al livello della noia, non riesce più a risalire la china, e si adagia stancamente in una storiella d'appendice, tra madri disperate e figli posseduti.
Se aggiungiamo una sceneggiatura piuttosto debole e un montaggio approssimativo (che fa susseguire il giorno e la notte, casualmente, senza soluzione di continuità) abbiamo il quadro di una pellicola riuscita a metà, che non dispiacerà ai fans del genere e, in particolare, del regista, ma che ha poco da dire al resto del pubblico pagante.
Conferenza stampa

A più di dieci anni dall'ultimo lavoro, torna sugli schermi cinematografici Lamberto Bava, con Ghost Son, un mix tra "film di suspense e storia d'amore, con dei piccoli inserti horror", come ama definirlo il regista stesso. Curiosa la genesi del soggetto: "Come voi saprete a me piacciono le storie al limite, le storie che facciano viaggiare la fantasia. Anni fa vidi Ghost, il celebre film, e mi ha sempre ronzato per la testa l'idea di cosa potrebbe essere successo dopo.
Rielaborata a dovere, quell'idea si è oggi trasformata in Ghost Son". Progetto "che ha riscontrato una certa facilità di reperimento di finanziamenti - come informa Guidone, uno dei produttori - nel momento in cui Laura Harring, star di livello internazionale, ha aderito al progetto.
"Ho letto la sceneggiatura a Cannes la prima volta, e, come raramente capita, mi ha spaventato molto. Il fatto che solo il testo mi avesse così impressionato è stato un ottimo elemento per dedurne che il film poteva solo essere buono. Poi c'erano altri fattori, come il fascino che ha il continente africano, o la direzione artistica di un grande maestro come Bava, che mi hanno spinto subito ad accettare". Prima volta che lavorava in una produzione italiana, la Harring ha riscontrato non poche differenze con il sistema made in Usa: "Il metodo italiano è molto più divertente. Basti pensare alle fantastiche pause pranzo, dominate tutte da un'irresistibile allegria e da ottimi piatti di pasta. Le troupe italiane ti fanno sentire come fossi in una famiglia".
La scelta della Harring è anche figlia del fatto che l'attrice è disposta a lavorare con il proprio corpo, anche esibendolo ove necessario. "La componente sessuale, però, - commenta il regista - non mi pare essenziale in questo film. Il mio è fondamentalmente un thriller che si snoda lungo una storia d'amore, una qualche componente amorosa era nelle cose, inevitabile".
Anche l'attrice sostiene la tesi di Bava e si dice per nulla spaventata né respinta dal genere horror: "Ho interpretato film di quasi tutti i generi, fra cui anche horror. È  un genere che ha molto seguito e trovo molto piacevole, molto intrigante immergersi in una storia che ti prende al punto che ti fa saltare sulla sedia scaricandoti tutta l'adrenalina".
Fondamentale in un horror (seppure, come abbiamo visto, non proprio inquadrabile negli schemi) è la componente musicale. "Nei miei film la musica ha un ruolo importantissimo - sostiene orgoglioso il regista - Demoni, per esempio è stato forse il primo film riprodotto in dolby stereo. Ho cercato, con il mio compositore, di unire i tipici rumori ritmati propri di alcuni riti degli stregoni africani, con il tema di un film degli anni '60, The Innocents, che richiamava proprio una specie di nenia cantata da alcuni bambini".

Pubblicato da: Xanadu |alle 15:13 | link | commenti (4) |
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