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Un film in due parole: La vie en rose
La vie en rose è un film ridondante, sporco, barocco. Gioca a rincorrersi nella costruzione di climax che inducano lo spettatore a reazioni meccaniche, enfatizza le sequenze pompando musica a tutto andare. E' anche banale a tratti (che 'Non, je ne regrette rien' fosse la canzone di chiusura lo si intuisce se non dal primo, dal secondo minuto di pellicola), in altri approssimativo (la questione legata al bambino perso dalla Piaf in gioventù viene inserita e buttata nel calderone per alimentare il dramma generale e poco più), e che raramente si fa notare per momenti di buon cinema (come la scena del 'ritorno' di Marcel).
Ma contiene una colonna sonora da brividi (quel 'Milord' come tema centrale del film è splendido), che mescola
con saggezza brani ad hoc con i sonori originali della cantante parigina, e racchiude un'interpretazione della Cotillard i cui livelli di mimesi e di performance attoriale sono da oscar.
Gli occhi della Cotillard/Piaf sono intensi come pochi, e racchiudono una sorda sofferenza e una malcelata speranza: "Sono in attesa di un avvenimento"
Un film complesso, contorto, che compensa le tante difficoltà con alcuni elementi nettamente fuori dal comune, che non convince, ma che appassiona.

De Niro, alla sua seconda regia dopo Bronx, tenta, a suo dire, di “completare le lacune dei film del genere”. Vale a dire che cerca di mettere in scena la ‘normalità’ di chi lavora nel servizio segreto, tra piccoli misteri e clima di paura, mai veramente in prima linea, eppure sempre in tensione, sempre in cerca di ombre da sorprendere nel buio.
Il pretesto è quello di ripercorrere la storia dei servizi segreti americani, a partire dagli anni immediatamente precedenti al secondo conflitto mondiale, fino al 1961, primo vero flop palese, quella ‘baia dei porci’ dove persero la vita, uccisi sul momento o nelle carceri castriste, più di mille uomini, mandati allo sbaraglio nel vano e goffo tentativo di rovesciare il regime del dittatore cubano.
In realtà, il vero campo di indagine che il regista scandaglia, appassionandosi alla sceneggiatura di Eric Roth, è quello del rapporto con il potere, e della solitudine che ne scaturisce. Così il buon pastore del titolo è quello che prende sempre la miglior decisione per l’interesse collettivo, quasi mai coincidente con il bene o l’affetto dei propri cari.
Matt Damon dà vita ad un personaggio tutto d’un pezzo, che parte come un giovane poeta, a suo modo sognatore, ritrovandosi poi a contrarre, suo malgrado, un matrimonio di convenienza, venendo nel contempo risucchiato nel vortice di paranoie e cinismi del mondo del controspionaggio.
Si parte così dalla Germania del ’39, per passare alla tensione del dopoguerra, per entrare in pieno negli anni della guerra fredda. De Niro non si risparmia al montaggio, disegnando un opera che sfiora le tre ore, ma che per fortuna non presta quasi mai il fianco a possibili critiche di prolissità. 
Il regista costruisce un film solido, che incede imponente senza alcun bisogno di artifici o spettacolarizzazioni di sorta, ma che fa del tessuto narrativo il suo punto di forza, così come la sua debolezza.
La pellicola infatti, per quanto solida, mostra alcuni difetti nell’architettura su cui si fonda, essendo macchinosa in alcuni passaggi, enfatica in altri, e dando vita a personaggi la cui presenza così massiccia nel corso della storia è superflua, se non addirittura di peso (ci si riferisce in particolar modo al personaggio di Clover, interpretato dalla Jolie).
Eppure ci sentiamo di sostenere che nel tragitto placido ma inesorabile di un’epicità così sommessa eppur così dirompente, i tanti piccoli difetti di quest’opera vengano in gran parte riassorbiti nel più grande disegno di un film che deve molto, forse troppo, a Scorsese (alcune battute sembrano mutuate dalle sceneggiature di suoi film) e a un certo cinema di De Palma.
Così, nonostante sia uscito da Berlino con le ossa rotte, The good sheperd è un film onesto, che tratta in maniera cauta ma non timorosa due grandi problemi: quello della costruzione di un servizio d’intelligence e quella, ancor più sottile e delicata, della solitudine, del compromesso, degli affetti.
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Incontro con Robert De Niro
Mr De Niro sbarca a Roma, per presentare, in un’affollatissima conferenza stampa, il suo secondo film da regista, The good shepherd, thriller che ripercorre 25 anni di storia della Cia, dalla nascita al fallimento della baia dei porci.
“In realtà volevo fare un film sempre sullo stesso argomento – ci dice il regista - ma spostato nel tempo, che parlasse degli anni ’70 e ’80. Poi ho incontrato lo sceneggiatore, Eric Roth, che aveva questa storia. L’ho letta e mi è piaciuta molto, ed Eric mi ha detto che mi avrebbe aiutato a realizzare il mio film se io avessi aiutato lui a mettere in scena la sua sceneggiatura”.
Testo talmente ben congegnato che De Niro ci informa che è stato definito “uno dei migliori film mai realizzati” quando la sceneggiatura giaceva ancora in cerca di una produzione. “Farà parte di una trilogia sulla storia della Cia. Il primo, questo, va dagli anni ’30 al 1961, il secondo si spingerà fino alla caduta del muro, nel 1989, e il terzo parlerà dei nostri giorni”.
Progetto che si è interrotto per le riprese di un film a cui De Niro partecipa solo in qualità di attore, su un produttore di Hollywood. E proprio da attore, innamorato del suo mestiere, parla quando si riferisce alla composizione del cast: “La scelta degli attori è fondamentale. Ci sono solo alcuni attori che rendono alla perfezione quello che hai in testa di fare. Se non hai gli atori giusti è inutile. Per esempio, per la parte di Turturro non avevo nessun altro in mente se non lui. In quei giorni gli era morta la mamma, per cui ho filmato prima tutte le scene in cui lui non c’era, in modo di dargli tempo di riprendersi da quella difficile situazione, perché non c’era nessun altro meglio di lui per quel ruolo. Credo che in fondo un attore che diventa regista ottenga delle ottime performance dai suoi ex-colleghi, perché si immedesima, sa quel che vivono”.
Ovviamente il regista si trova sottoposto ad una serie di domande politiche, sulla Cia e sui servizi segreti in generale.
“Credo che le agenzie d’intelligence abbiano un ruolo positivo da svolgere, anche se nell’ombra, per cui i loro meriti vengono raramente riconosciuti.. Qualche volta ovviamente non fanno il loro dovere, o sbagliano, ed è in quei casi che si sente parlare di loro, inevitabilmente. Io poi trovo l’argomento della Cia estremamente interessante a livello cinematografico. Ci sono stati molti film sui servizi segreti, come non pensare a James Bond, ma tutti un po’ lacunosi. Ecco, io ho cercato di riempire quelle lacune”.
Anche se De Niro tiene a sottolineare che gli premeva molto evidenziare il lato umano, il tema della solitudine, per tutto il corso della pellicola: “Era l’aspetto che mi interessava di più, e quello che più mi ha affascinato nella sceneggiatura. Volevo costruire un film che mettesse in stretta relazione il privato del protagonista con i grandi avvenimenti della storia, della politica”.
In conclusione apre anche uno spiraglio in quella che è la sua nota avversione per le conferenze stampa: “Un attore dovrebbe lasciare che parli il film, che si faccia apprezzare. Conta di più il passaparola che qualsiasi cosa egli possa dire. Certo, per un regista la cosa è diversa, vorrebbe spiegare tante cose, per cui mi rendo conto che interloquire con lui sia più utile per tutti”.

I meravigliosi anni '60. Quando si correva in calzoni corti per le strade nei pomeriggi di primavera, senza paura di quei due tre motori che a malapena passavano in un'ora borbottando nei placidi cofani delle 500. Gli anni della televisione, gli anni della famiglia ancora (quasi) patriarcale. Gli anni degli operai, delle fabbriche, della sindacalizzazione. Ma soprattutto gli anni dell'impegno politico, dei dibattiti in sezione e delle scazzottate in piazza, dei grandi discorsi, così spesso privi di senso, e delle piccole marchette, dell'odio del nemico e del rispetto per l'avversario, di Almirante e di Ingrao, di Michelini e di Berlinguer.
Gli anni dei fascisti e dei comunisti, insomma.
Daniele Luchetti, dopo aver cinicamente immerso il proprio pubblico nella democrazia in disfacimento degli anni '80 con Il portaborse, si tuffa con tutt'altro piglio, con una punta di percepibile nostalgia, di tangibile affetto, nella drammatizzazione cinematografica di un libro di Antonio Pennacchi, dal titolo sorprendentemente emblematico, Il Fasciocomunista, la storia di un ragazzo che quegli anni li passa in cima alle barricate, prima su quella nera e poi, convertitosi, in cima a quella rossa.
Il regista lavora sul materiale letterario, lo fa suo, e lo ricalibra in funzione del rapporto tra due fratelli,
Manrico, interpretato da Riccardo Scamarcio, operaio comunista dal piglio del leader, del capopopolo, e Accio, le cui vesti sono assunte prima dal sorprendente Vittorio Emanuela Propizio, nella parte che lo ritrae adolescente, poi dal bravo Elio Germano, in uno dei ruoli forse più freschi ed intensi della sua carriera.
Dietro le quinte strutturano una sceneggiatura agile ma solida i veterani Stefano Rulli e Sandro Petraglia, disegnando un personaggio, quello di Accio, che, grazie anche alla bravura degli interpreti, risulta uno dei meglio scritti dell'ultima stagione.
Il film parte così in modo convincente, impressione che si consolida man mano, grazie ad un lavoro di scrittura e ad una semplicità di messa in scena che imprimono dinamicità e tengono alla larga da qualsiasi possibile stereotipo narrativo.
Si riesce a trattare, così, in modo diretto e privo di ellissi il personaggio di Accio, vero mattatore di tutta la pellicola. Il suo essere fascista missino (splendidamente autoironico il suo 'maestro' di strada, Luca Zingaretti) è solo un amplificatore della sua condizione umana, di adolescente e ragazzo in cerca di attenzioni, pieno di voglia di vivere da incanalare a tutti i costi, condizionato dal rapporto con un fratello più considerato, affabile, bello, e
soprattutto politicamente agli antipodi, comunista. Come se non bastasse si insinua sottotraccia una sottile infatuazione per la ragazza di lui (la sorprendente Diane Fleri, che, pur essendo al suo primo lavoro di una certa importanza, sostiene il primo piano come una veterana) che ben presto diventa vero e proprio amore.
La forza del film è il taglio scanzonato, la ricerca sulle dinamiche familiari (splendida la mamma interpretata da Angela Finocchiaro), il lavoro sugli affetti e sui sentimenti. La politica diventa così pretesto narrativo, appendice mai affrontata troppo seriamente, ma mai ridicolizzata.
Lucchetti costruisce un film personale, giudicando anche contesto ed epoca, ma non essendone ossessionato né cercando un affrancamento da quel modo di vivere e di concepire la realtà, anzi, avendone un vago senso di nostalgia. Eppure rimane la certezza e la convinzione che lo schema ideologico, se p
uò essere un buon palliativo delle pulsioni giovanili, non è soluzione adeguata all'uomo. Lo dimostra la fine così diversa dei due fratelli; l'uno, Manrico, avviluppato nella disastrosa stagione del brigatismo, l'altro, Accio, autore dell'occupazione di alcune case popolari, primo vero e proprio gesto deideologizzato della sua vita, frutto della innato desiderio di esser d'aiuto agli ultimi, unito al rapporto, ritrovato, con la propria famiglia.
All'apertura delle crepe nella vecchia, decrepita casa, corrisponde la ricomposizione di quelle del cuore e dell'anima. Eppure il film non ha la pretesa di essere definitivo, conclusivo. Apre, semmai, ad un nuovo inizio.
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Conferenza stampa


rario sono partito dal rapporto che ho con mio fratello, da quei sentimenti. Il mio infatti è un personaggio strano, ma estremamente rappresentativo di quell'epoca. Ma il film, più che alla storia, è legato ai sentimenti, per questo non riesco bene a capirlo, inquadrarlo".
Il Golden Gate bridge è stato definito da alcuni una delle sette meraviglie moderne.
Ed è proprio di questo prodigio della tecnica, che si staglia imponente nella baia di San Francisco, che tratta il documentario di Eric Steel, che si muove tra racconti di persone e immagini, quasi fotografiche, del ponte, splendide intersezioni tra un simulacro della scienza moderna e scorci semplici di vita quotidiana.
Fin qui nulla di straordinariamente nuovo o sorprendente. Il motivo che, però, ha fatto di The bridge un piccolo evento all’ultima Festa del cinema di Roma e ne ha propiziato il lancio nelle sale benedetto dalla Warner, è che la pellicola si concentra su uno degli aspetti cinicamente più curiosi e sicuramente più morbosi che ruotano attorno al ponte. Il fatto, cioè, che sia uno dei luoghi preferito dai suicidi per compiere il loro estremo atto finale.
Con due telecamere piazzate per un anno a riprendere la campata del Golden Gate, una in campo lunghissimo, fissa, e l’altra manovrata all’occorrenza da un operatore, il film documenta alcune storie, pillole nella grandissima quantità di atti estremi compiuti con il macabro ausilio del ponte, Più di 1500 dalla sua costruzione, 24 solo nel 2004, anno in cui Steel ha girato.
Il film si snoda a ritroso, ricercando le storie di alcuni di essi, cercando di intuirne le motivazioni, di capire il senso di un atto mai fino in fondo razionale.
Lo fa mescolando il girato sul e del ponte, con le interviste ad amici e parenti dei suicidi, ognuno con la propria storia, con il proprio senso, mai risolutivo, mai definitivo, non in grado di poter mettere la parola fine ad alcuna storia.
The bridge è un documentario ‘verità’ che ha la pretesa di essere qualcosa di più, in bilico tra l’inchiesta e la ricerca sociologica, essendo in più costruito con delle scelte di montaggio che contribuiscono a renderlo ancor più inquietante, seguendo i sentieri della fiction, della costruzione di un senso ulteriore che non sia quello filmato dalle immagini documentaristiche.
Non si capisce, sinceramente, a cosa il film tenda.
Bisogna sforzarsi per non cogliere tutti gli stilemi e i segnali di un presuntuoso e sterile esercizio di stile, che, noncurante di un giudizio, di qualsiasi tipo esso sia, scivola via lieve e allegro su storie grondanti sangue e triste disperazione.
E, pur sforzandosi, questa impressione è dura a venir via.
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da un lato, e dall'esercito restauratore di Wellington, dall'altro, inquadrati tra atrocità e protervia del potere senza soluzione di continuità, passando indifferentemente tra vescovi inquisitori, monarchi illuminati ed eserciti liberatori. Dietro ogni pau
ra si nasconde un desiderio".
E' questo l'assunto, inconscio fino al lucido delirio finale, che muove i folli passi di Edmond Burke, impiegato della middle-class di Los Angeles, un lavoro più che dignitoso, una bella casa e una moglie avvenente, nel momento in cui si accorge, o forse, meglio, decide, che la sua vita da medio borghese gli va stretta, e inizia, quasi in trance, un viaggio che crede di redenzione, ma che sarà una caduta negli inferi senza ritorno.
Stuart Gordon, autore e regista teatrale che da anni non disdegna il cinema, di cui al contrario è prolifico autore, si basa su quella che le note di regia definiscono una 'commedia' di David Mamet, ma che appare come una cinica e corrosivamente ironica tragedia dell'umano.
Gordon assembla un cast di tutto rispetto, guidato da un formidabile William H. Macy in una delle parti probabilmente migliori di tutta la sua carriera, ma che annovera camei e apparizioni più o meno importanti di attori del calibro di Joe Mantegna, Mena Suvari e Julia Stiles.
Secondo il consueto canovaccio del 'tutto in una notte', il film di Gordon si muove agile (appena 80 i minuti di durata) nel buio losangelino (a parte una breve e significativa appendice), che Edmond, dopo aver lasciato la moglie, affronta spaesato, in cerca di una risposta che, nonostante tutti gli sforzi, non sa e non può darsi. Illuso che la vita, quella vera, si celi tra le gambe di una prostituta da 200 dollari l'ora, e che l'umanità trabocchi di comprensione, di fiducia, il cammino d
el disilluso e maldestro impiegato tende al buio, al baratro, virando improvvisamente in un rifiuto razzista e omofobo del diverso, le cui conseguenze saranno terribili e definitive.
Il regista restituisce pienamente lo sconcerto dell'assistere al mutamento repentino e radicale di un impiegato quarantasettenne in un catatonico disturbato schizofrenico, pronto a commuoversi per un cappellino come ad infuriarsi di fronte a una domanda alla quale non gli viene data risposta. Ed è sorprendente e agghiacciante accorgersi di come, questa storia di ordinaria follia (nel termine proprio e antico della parola) metropolitana sia assolutamente plausibile, senza bisogno di un Vietnam alle spalle per sviscerarla e comprenderla (l'accostamento, ci venga perdonato il paragone, è con il capolavoro scorsesiano di Taxi Driver), ma di come basti una vita insoddisfacente di impiegato aziendale a renderla credibile agli occhi di chi osserva.
Ma mentre la storia di Scorsese si sostanziava, faceva emergere un contenuto, un corpo contenutistico oltre ch
e narrativo, il film di Gordon fatica a lasciarsi alle spalle la superficie sterile di una spelucazione teorico-filosofica sulla normalità e sul desiderio umano, esercizio di stile da salotto 'bene', da chiacchere ciniche intellettualistiche e cervellotiche.
Con il piglio del miglior Truman Capote, ma senza averne la stessa immedesimazione con l'umano, con il reale, Gordon racconta così il proprio punto di vista sulla follia, sulla paura e sul desiderio, lasciando il giudizio sospeso, cercando in facili eccessi di messa in scena una soluzione che, come per il suo protagonista, è impossibile a trovare, forse perché inesistente.
Tutt'altra cosa sarebbe stata raccontare 'la' follia, 'la' paura, 'il' desiderio.

Se Notte Prima degli Esami forniva un quadro fresco e semplice (forse semplicistico) del più o meno spensierato periodo che precede la maturità, Last Minute Marocco si presenta come un ideale seguito, tessendo la storia veloce e spensierata di una vacanza estiva di tre amici in Marocco, divisi tra impegno (la ricerca del festival di musica etnica locale) e sballo (il fumo, ‘quello buono, non il solito zampirone’, piuttosto che le ragazze).
Sostenuto da una buona interpretazione di Valerio Mastrandrea, criticabile forse per esportare ormai in qualsiasi contesto il proprio personaggio con armi e bagagli di ironia e ammiccamenti da tempo codificati, che pur si amalgamano alla perfezione nel contesto della storia, il film offre poco altro, finendo suo malgrado per essere etichettabile come una tradizionale commedia generazionale, sospesa tra il puro intrattenimento e il tentativo di veicolare un messaggio formativo, sull’opportunità del quale basterebbe citare un maestro nell’arte della commedia come Frank Capra, che, rispondendo salacemente ad una domanda su un suo film dichiarava “Un messaggio? Beh, per quello mi affido a una buona compagnia di trasporti”.
Last Minute Marocco assembla così, attorno a Mastrandrea nella parte di un padre (forzatamente) premuroso, che insegue il figlio in un improbabile viaggio in una terra ricca di tradizioni e costumi profondamente diversi da quelli dell’italica terra, un cast di volti giovani; dal già affermato Nicolas Vaporidis, ai più immacolati (almeno alla ribalta del grande pubblico) Lorenzo Calducci e Daniele De Angelis.
Ne esce un prodotto confezionato su misura, un voluto equilibrio tra la spensieratezza adolescenziale e la tematica dell’incontro multiculturale.
Marocchino è l’amico del protagonista (Valerio, interpretato da De Angelis), descritto attraverso tradizioni – la famiglia patriarcale e tradizionalista – e trasgressioni – la marijuana, la ricerca delle donne - , così come marocchina (“ma io so praticamente italiana”) è l’oggetto del desiderio di Valerio, Jasmina, che vive e pensa occidentalmente, ma che viene, a sua insaputa, promessa sposa ad un amico di famiglia. Ma nordafricana è anche la donna che il giovane padre, perso in Marocco alla ricerca del figlio, assumerà maldestramente come guida, e della quale, ovviamente, si invaghirà al punto di lasciare tutto e tutti (figlio compreso) per coltivare il miraggio dei “due cuori e una capanna”.
Significativo il raccordo di montaggio tra una danza tribale nel mezzo di una carovana di beduini berberi, e quella, a noi più familiare, di una discoteca locale, luogo di incontro prevalentemente di turisti, a testimoniare in una sola sequenza l’idea di fondo che muove le corde della sceneggiatura.
Ma il film si perde eccessivamente tra facili luoghi comuni, che pur il regista cerca di sfumare, e la tensione intrattenitiva, che prevale, alla fine su tutto, in modo da far risultare la tematica interculturale un mero pretesto, forse un po’ buonista, per raccontare (e raccontarsi) i piccoli-grandi tic di ‘noiantri’ occidentali.


La tradizione italica ha portato alla ribalta sul grande schermo, in questo ultimo periodo, i comici televisivi, generalmente provenienti dal prolifico palcoscenico di Zelig, ma non solo. Simile la traiettoria percorsa da Rowan Atkinson, che dopo aver dato luce al comico televisivo inglese più celebre degli ultimi quindici anni, l'ha fatto sbarcare al cinema prima con Mr Bean - L'ultima catastrofe, nell'ormai lontano 1997, per ritornare oggi con il seguito, Mr Bean's Holiday, per la regia di Steve Bendelack.
Il termine "seguito" è solo parzialmente attribuibile alla pellicola odierna. Se è vero che il film s'inserisce in continuità con il resto della produzione legata al bizzarro Bean, bisogna considerare che, oltre ad uno script che si libera dalle suggestioni del primo lungometraggio, si avverte anche un netto cambiamento nelle modalità d'espressione.
Se il film del '97 cercava di ‘umanizzare' il personaggio, sganciandolo dal suo peculiare mutismo, facendolo
recitare a tutti gli effetti in quanto personaggio-attore, nella pellicola del 2007 si avverte un ritorno alle origini, al Mr. Bean silenzioso e, al massimo, gorgheggiante che spopolava nelle strisce quotidiane.
Sono diversi i pro e i contro dell'operazione. Da un lato il personaggio, per come è costruito, si inserisce perfettamente in un'architettura situazionista, meno in uno script che si dipana lungo il corso di un'ora e quaranta. Dall'altra però giova il fatto di non aver snaturato il senso dell'operazione, con un
Bean/nonBean dialogante e loquace.
E' difficile dunque dire che il film sia riuscito. Il problema di fondo è che, da qualsiasi punto di vista si guardi la cosa, è complicato che un'operazione del genere riesca, proprio per la complessità di costruire un impianto narrativo valido per il personaggio di Atkinson che superi i cinque minuti consueti. Il film infatti dà il meglio di sé nelle singole situazioni, nelle scenette estrapolabili dal contesto e percepibili come momento a sé stante (esempio lampante di quanto detto è, per esempio, la scena al ristorante). Più complesso non notare come il mutismo sottolineato dai continui gorgoglii e gorgheggi di Atkinson stanchi alla lunga, anche l'appassionato più zelante.
Difficile immaginare come sarebbe potuto essere diversamente un film del genere. Il proprio punto debole è proprio quello di risultare non necessario, appeso solamente all'appeal del personaggio e alla bravura (peraltro, sul lungo periodo, ininfluente) del protagonista.
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Terrorismo e cattivi maestri: Per Fly incontra la stampa italiana

Per Fly (il quale, alla conferenza stampa, ci informa che la pronuncia corretta del suo nome è ‘Per Flu') arriva a Roma, nel tempio morettiano del Nuovo Sacher per presentare l'ultimo film della sua trilogia (il secondo tassello è stato L'eredità, uscito anche in Italia) benedetta dalla Zentropa e da von Trier, che il regista de Gli innocenti (nella foto il protagonista Jesper Christensen) non esita a definire "iniziatore e grande traino di tutta l'epoca d'oro del cinema danese".
Fatto sta che Fly mira a una riflessione sulla responsabilità personale e collettiva, sul senso di colpa, e ne escono domande sugli anni '70, sul terrorismo, sulla politica. Questo perché la pellicola parla di cattivi maestri, di pessimi allievi, e di una giustizia divina (il contrappasso del rimorso) che arriva laddove la legislazione garantista non può mettere le mani.
Il segaligno Fly non si spaventa, ma anzi ammette che "la responsabilità, privata e collettiva, è il tema principale del film, ma dal punto di vista politico la teorizzazione che ne emerge rispecchia bene il mio stesso pensiero".
Un pensiero pericoloso però, che passa per la (quasi) giustificazione dell'uccisione di un agente in pattuglia perché "vittima di quel meccanismo di guerra che vede la Danimarca in guerra con l'America di Bush", e per una sconfessione dei mezzi violenti di lotta, ma non delle teorizzazioni che li auspicano.
"Non credo nel terrorismo - dice infatti Fly - perché dietro ogni azione violenta c'è una catastrofe, legami che si spezzano, vite che crollano, come del resto ho cercato di descrivere nel film. Credo però fermamente nella posizione teorica che il film esprime".
Il regista non scioglie mai il dilemma, la sua è una posizione che ondeggia tra il rifiuto totale della violenza e una certa accondiscendenza al suo uso qualora le circostanze lo permettessero. "Io dopotutto volevo parlare delle uccisioni reali, non
di quelle lontane o raccontate, dell'impatto vero con la morte. Per farlo mi sono documentato a lungo, ma senza la pretesa di voler identificare colpevoli o innocenti. Dietro ogni uccisione non c'è nulla di buono". Ma continua ampliando: "Non mi definirei però un pacifista in senso stretto. Rifiuto qualsiasi tipo di risoluzione armata di qualunque situazione, ma non mi sentirei di escludere che un domani, per cause estreme, non mi solleverei contro ingiustizie o oppressioni. Certo spero di continuare a vivere senza che ce ne sia bisogno".
Una sceneggiatura faticosa e complessa, frutto di un lavoro durato oltre un anno: "Quando inizio a pensare al soggetto, infatti, lo faccio precedere da un lungo lavoro di ricerca sul campo. Poi ci mettiamo a tavolino con gli sceneggiatori e solo dopo mi riservo la redazione di un'ultima stesura. Tutto questo procedimento dura un anno, a volte qualcosa di più. Poi sul set c'è spazio per l'improvvisazione, per cui la nostra è una sceneggiatura che è in continuo mutamento".
Un'ultima curiosità sul finale, la parte di film che forse fatica di più a trovare un proprio perché, un'identità ben precisa: "Era veramente difficile trovare un finale per un film come il nostro. Ne avevamo due o tre in questo caso, abbiamo scelto quello che avete visto, gli altri li troverete sul dvd quando uscirà".
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