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Un giocattolo. Di quelli belli alla vista e al tatto, dal sapore antico. Un giocattolo in legno, finemente cesellato, da vetrina più che da uso quotidiano.
Questo è Intrigo a Berlino, (The Good German), nuova fatica di Steven Soderbergh, che rispettando il suo consueto operare si diverte a mettere in scena un perfettamente orchestrato esercizio di stile tecnico/artistico.
Gorge Clooney si muove in un bianco e nero nitido, in cui tutto, per stessa ammissione del regista, è stato girato con i mezzi tecnici degli anni ’40: “Nulla di quel che è stato fatto non si sarebbe potuto fare all’epoca”. Risalta dunque il contrasto percettivo nell’accostare divi della Hollywood odierna (oltre allo stesso Clooney, la bellezza eterea di Cate Blanchett e lo sparagnino Tobey Maguire) a una fattura realizzativa che è in tutto simile a quella delle pellicole di cinquanta anni fa.
Si parte così con dei titoli di testa accademici e con musica ridondante, seguendo poi un bianco e nero d’antan che mescola sapientemente filmati d’epoca, cinegiornali e ricostruzioni scenografiche.
Il tutto fotografato magistralmente, e ancor più magistralmente diretto; campi e controcampi, gli spazi scenici, i singoli dolly misurati al millimetro. Tutto denota una cura amorevole e una passione smisurata per il proprio lavoro.
Soderbergh passa con sobrietà dal citare Citizen Kane a Il terzo uomo, arrivando a ricostruire sfacciatamente il finale di Casablanca, scegliendo le stesse pose plastiche degli attori e ricostruendo una scenografia del tutto simile.
E’ seguendo queste coordinate che ci si orienta in quella che è un
a spy story dal sapore classico, ma dall’intreccio assolutamente moderno. L’avvilupparsi di trame e sottotrame, il rincorrersi di spiegazioni che si rivelano errate o parziali, sono proprio l’incongruenza maggiore del film rispetto le orme che si cerca di percorrere. L’intreccio, per risultare avvincente, deve seguire una serie elevata di svolte e snodi narrativi, ai quali la cinematografia alla quale il regista si richiama sopperiva con la creazione di un climax ad alta tensione attraverso l’abile incrocio di poche sequenze e qualche movimento di macchina.
Azzardiamo che, proposto ad un pubblico da cineclub del secondo dopoguerra, sarebbe risultato, se non incomprensibile, per lo meno molto indigesto.
Siamo infatti di front
e ad una spy-story che sfrutta il periodo immediatamente successivo alla firma della resa della Germania nazista per giocare, intorno a Postdam, con i contrasti tra americani, russi, e battitori liberi, in un clima in cui l’afflato di liberazione si vede compresso da una minacciosa cappa di tensione tra i due blocchi. Sceneggiatura ben congegnata, che perde però di smalto afflosciandosi nell’ultimo quarto d’ora, e che muore quasi con rassegnazione su una citazione (quella, già citata, di Casablanca) che appare molto fine a sé stessa.
Il film tenta di includere tutte le problematiche emerse dalla guerra: la colpa collettiva, il complesso del sopravvissuto, la contrapposizione tra diritto statale e diritto positivo, la velata critica della “storia fatta dai vincitori”. Proprio la compresenza di tutte le tematiche che un intero popolo non ha ancora oggi finito di somatizzare, concentrate in meno di due ore di film, riducono la profondità dell’intera pellicola, restituendo ancora una volta quella sensazione di divertissement di classe che da questa traspare.
Il solito Soderbergh, dunque, particolarmente ispirato ma che non riesce a scrollarsi di dosso l’impressione che più che altro con il cinema giochi, e che dunque giochi con il proprio pubblico.
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Una certa tendenza della serie

Il 14 febbraio potrebbe segnare un punto di svolta per una delle serie televisive che più hanno catalizzato l’attenzione e gli ascolti degli ultimi tempi. Stiamo parlando ovviamente di Lost, progetto nato quasi casualmente dall’incontro dei produttori della ABC e il creativo e duttile JJ Abrams e diventato un cult per gli appassionati e un serio pretesto d’indagine comunicativa e strutturale nell’ambiente della costruzione delle serie-tv.
L’intera impalcatura narrativa su cui si basa Lost affonda le proprie radici in uno schema radicato e profondo, e fa dell’interesse nei confronti della serie un passatempo del tutto interessante e da non sottovalutare.
Quel che interessa ai creatori della serie dei naufraghi, quel che c’è di nuovo, è fondamentalmente e semplicemente la creazione di enigmi. E nulla più.
Non importa quando si risolveranno, quale soluzione avranno. Non importa, in fin dei conti, nemmeno il sapere se una spiegazione emerga prima o poi da qualche parte oppure no. Lo spettatore rimane inchiodato dalla curiosità e dalla perplessa inquietudine, saltando così da una puntata all’altra, formandos
i un senso complessivo del tutto a partire dal singolo particolare, dalla circoscritta e delimitata attesa per lo sviluppo o la risoluzione di un aspetto piuttosto che dell’altro.
E’ già presente, nel fondo della percezione epidermica del pubblico lostiano, la certezza che, con tutta probabilità, gran parte delle sottotrame e dei piccoli enigmi che la bravura di Lindelof ha sparso qua e là non riceverà una risposta.
Così com’è altrettanto – se non più – diffusa la convinzione che, qualunque siano le risposte fondamentale alle varie domande di fondo (il cosa e il perché di tutto quello che accade), non sapranno mantenere le attese che hanno creato.
Dopotutto è inevitabile che, fondandosi tutto il meccanismo sulla creazione di aspettative, il loro sciogliersi, in qualunque modo, non possa che lasciare con l’amaro in bocca, deludendo a prescindere.
Per questo, finchè gli autori hanno costruito gli episodi attingendo alla struttura fondante della serie, lavorando su determinati stilemi e su dinamiche precostituite, semplici, ma le cui varianti sono potenzialmente infinite, la serie si è sviluppata senza alcun momento di stanca.
L’ultimo scorcio della seconda serie, e ancor più il deludente inizio della terza, hanno rappresentato una fase calante nell’impianto generale dell’opera.
Lost è passato infatti da un sottile lavorìo sui sottotesti, sugli stilemi a lei peculiari, che l'hanno resa quel che è, ad un'evoluzione prettamente psicologico/narrativa. Il fulcro dell'attenzione non è stato più quello misterico/celebrale, ma ha spostato il proprio baricentro sul thriller, sulla creazione di una tensione immediata, che s'inscatola nelle direttrici spazio-temporali dell'azione scenica, e che raramente, come è stato per oltre una stagione e mezzo, ne va oltre.
Del tutto improvvida è apparsa dunque la scelta di giocarsi tutte le cartucce (degli ascolti) sui primi sei episodi della terza serie, e far dipendere da quelli il futuro (prossimo e meno) della serie.
Un crollo vertiginoso della tensione è stato provocato da una perdita sintomatica di specificità, da un omologarsi ai moduli narrativi consueti. Di qui il calo d’interesse, la delusione per sei episodi spenti e ripetitivi.
Il 14 febbraio, improvvisamente, è andata in onda Flashes before your eyes, l’ottava puntata della terza serie. E ha segnato un ritorno in grande stile al “vecchio modello Lost”, riproponendo e mescolando sapientemente tutta quella serie di elementi che hanno reso la struttura del serial avvincente e narrativamente stratificato.
Se sia solo un caso, o se sia frutto di un cambiamento di rotta, di un riposizionamento della barra su il terreno consolidato eppur mai stancante del mistero di Lost non lo sappiamo.
Ci si augura però che questo sia un nuovo inizio.
John Curran, onesto mestierante che opera a Sidney e dintorni, e che ha
già assaporato la celebrità con un Oscar minore per Down Rusty Down, ha assenmblato un gran cast per il suo Velo dipinto. Non solo Naomi Watts e Edward Norton vanno a comporre una splendida (attorialmente, non certo come intensità di rapporto) coppia, quella dei coniugi Kitty e Walter Fane, ma anche splendidi comprimari, come Liev Schreiber e Tobey Jones.
Una architettura del cast definita nei minimi particolari, calibrata ed equilibrata, pronta a cogliere (dove più e dove meno) tutte le sfumature del caso, pronta a limare di sguardo o di movenza ogni singola battuta e pronunciata.
Ricerca della perfezione che continua e si completa nella confezione patinata e distante, densa di languidi tramonti, di intensi piani ravvicinati, fotografata con i colori di un romanzo d'appendice se i romanzi d'appendice avessero i colori.
Curran mette in piedi un fedelissimo remake dell'omonimo film del 1934, diretto da Richard Boleslawski (e a sua volta tratto dal romanzo di W. Somerset Maugham), che annoverava tra le proprie fila un valore aggiunto imprescindibile: Greta Garbo.
La fedeltà e la riproposizione di temi, di sequ
enze e di vere e proprie inquadrature, non sembra la soluzione più adeguata nello scovare un film di genere dal cassetto e nel riproporlo oggi.
Perché se gli attori protagonisti si situano sicuramente sopra la media, i canoni interpretativi, come anche l'acquisizione da parte del pubblico di determinati contenuti e di determinate dinamiche è mutata nel tempo.
I rischi di scivolare (facendosi male) nel melò, nel patetismo usurato, è grande. E purtroppo Il film di Curran non ne sfugge.
Diretto con mano sicura, accademicamente, la storia che ci si pone sotto gli occhi affonda a piene mani nella "mitologia d'oriente" degli anni '20 e '30, tematica tipicamente inglese, che tendeva a mitizzare le storie avventurose dei sudditi della regina nell'impervia e disagiata Cina.
L'avventura, in questo caso, è dei coniugi Fane, che le circostanze della vita hanno trascinato, da separati in casa, in un villaggio dell'entroterra del Fiume Giallo, in cui la diffusione del colera ha ormai raggiunto livelli quasi insostenibili.
Il sottile (ma nemmeno troppo) velo d'odio che separa i due, è il limes attraverso cui si muove e si avviluppa la narrazione, attraverso tutti i passaggi tipici del film del genere, senza alcun tipo di spunto d'originalità o di slancio emotivo, condito da un finale sospeso tra il riscatto e la commozione.
Il velo dipinto è un film che nella troppa perfezione, nell'eccesso di ricerca del virtuosismo imitativo e realizzativi, vede materializzarsi tutta una serie di difetti che ne inficiano eticamente lo svolgimento. Peccato, perché l'idea, così come le intenzioni produttive e gli interpreti, avrebbero meritato qualcosa di più.
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Sul materiale informativo del film, alla fine della seconda pagina, una noticina avverte: “Per la visione del film da parte dei minori è consigliata la presenza dei genitori”.
Consiglio che sembra, se non assurdo, davvero esagerato. In Barnyard – Il cortile è presente al massimo qualche momento strappalacrime, qualche primo piano volutamente caricaturale di uno smilzo, astuto e cattivo coyote, e nulla più.
Quante volte da bambini abbiamo pensato che, una volta sceso il buio e andati a letto, i giocattoli e gli animali vivessero di una propria vita, si animassero, parlassero perfino.
Ecco, se Toy Story ci raccontava delle mirabolanti avventure di un cowboy di pezza e di un robottino plasticoso, Barnyard descrive il convulso e divertente mondo degli animali della fattoria quando il contadino si assenta.
E così tra feste, karaoke, windsurf e grandi mangiate di pizza, veniamo a conoscenza di Otis e di suo padre Ben, insieme a tutta un’altra serie di strampalati personaggi a due o a quattro zampe, che animano, nella più classica delle umanizzazioni stereotipate da cartoon, l’aia di una tranquilla fattoria di campagna. A turbare la quiete generale – e pretesto narrativo per il formarsi dell’attrito generazionale tra Ben (saggio e serio capo della comunità) e Otis (il figlio scavezzacollo, destinato un giorno a prenderne il posto) – sono i malefici coyote, come già accennato, in cerca di qualche succulenta gallina per la
cena.
Trama scontata ma non eccessivamente banale, come spesso capita in film destinati al pubblico dei giovanissimi (checchè ne dicano le assurde note di accompagnamento), che descrive dinamiche di relazione affatto scontate e dagli esiti spesso non serenamente positivi. Il conflitto padre/figlio si risolve in modo completo e dignitoso per entrambi, senza cedere a ridicolismi e senza perseguire la battuta a tutti i costi. Così, allo stesso modo, viene difesa e perorata la scelta dell’assunzione di responsabilità da parte del protagonista, come anche la dinamica dell’attaccamento e dell’affezione al proprio nucleo sociale. Messaggio, in epoca di individualismo sfrenato ed egoismo diffuso, difficile da veicolare non in maniera bacchettona in un lungometraggio animato. Barnyard ha il merito di riuscirci, con un contenitore fracassone e spensierato, che strapperà più di un sorriso anche ai genitori accompagnatori.
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La citazione Non avevo una sceneggiatura, sapevo solo come sarebbe stata l'atmosfera. Si vedeva che David stava sperimentando, ma non si sapeva cosa sarebbe diventato esattamente. Spesso avevo il copione in mano la sera prima delle riprese, che erano molto frammentarie. In seguito si sono regolarizzate, ma non c'è mai stato uno script vero e proprio Laura Dern, parlando di Inland Empire
A
bbiamo incontrato Elio De Capitani alla conferenza stampa di presentazione di Apnea, opera prima di Dordit, dando un'occhiata alla quale, in tempi non sospetti, Moretti chiese al suo ventennale amico di partecipare al progetto del Caimano. Incrociandolo fuori, essendo un potenziale candidato come Attore non Protagonista agli IOMA, ed essendoci sembrato un tipo affabile e cordiale, gli abbiamo chiesto se, gentilmente, ci volesse rilasciare una piccola intervista.
Lasciataci la mail, gli abbiamo inoltrato una serie di domande rispetto alle quali ci sarebbe interessato avere un suo parere. A distanza di pochi giorni, ci sono arrivate queste scostanti e, per certi versi, sconcertanti risposte...
D:Com’è stato lavorare con due bravi attori come Santamaria e Moretti? Quali le differenze?
Che non ho mai lavorato con Moretti attore, era il regista!
D.La si è vista di recente in due film “politicamente impegnati”. E’ una scelta precisa?
No, passavo di lì per caso...
D:E’ riuscito a passare in breve dalla figura di un industriale poco limpido a quella di un simil-Berlusconi. E’ il crescendo di uno stesso personaggio o vi ha riscontrato delle differenze?
Ho scritto un articolo sul Diario su questi argomenti: è in edicola, le consiglio di leggere quello.
D:E se un domani dovesse avere l’opportunità di fare un film con Medusa?
Quella di Bianca e Bernie? sarebbe perfetto, anche lei ha un Caimano.
D:Cosa ne pensa del cinema italiano al giorno d’oggi?
Mi dichiaro incompetente.
D:Crede che manifestazioni come gli Ioma possano in qualche modo ridare slancio al sistema cinema in Italia? L'espressione "ridare slancio" mi fa venire il latte alle ginocchia.
D:Gli IOMA, oltre le atre categorie che si richiamano nella struttura agli Oscar, prevede quella di “Miglior Film italiano”. Quale sarebbe la sua cinquina
considerando che la stagione si apre all’icirca ad aprile 2006? Perché?
334 giorni all'anno in teatro anche di sera: i film li vedo molto dopo e in DVD. O d'estate, in quei fantastici recuperi nelle arene all'aperto.
D:Lei è potenzialmente candidabile nella categoria di miglior attore non protagonista per ben due film. Ne sarebbe felice?
Nessuno è felice di non essere il protagonista.
D:Quali sono i film, in ordine sparso, che ha più apprezzato in questi ultimi anni?
L'uomo in più di Sorrentino. Il monologo di Servillo nella scena della televisione è un capolavoro assoluto. Ecco un film italiano che mi è piaciuto moltissimo. Lo premierei per cinque anni di seguito.
D:Se dovesse consigliare ai giurati Ioma una sola opzione per: Attore protagonista; Attrice protagonista; Miglior film; Miglior regia…
Non accetto consigli dagli sconosciuti, e non sono così presuntuoso dal darne. Ma farò una sola eccezione, stavolta: miglior attore non protagonista è Dario Cantarelli nel Caimano di Nanni Moretti.
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Se vi dicessero che c'è un piccolo stato centrafricano il cui leader assiste a delle parate militari in cui sfila un esercito in perfetta tenuta scozzese, ci credereste? Eppure è quello che successe nel corso degli anni '70 in Uganda, sotto la feroce dittatura del tiranno Idi Awo-Ongo Ongoo, conosciuto dal mondo con il suo nome da musulmano convertito, Idi Amin, che tenne il suo giogo sul paese dal 1971 al 1978.
La passione viscerale per la Scozia, per i suoi costumi e le sue tradizioni (passione che lo spinse, per gioco, a proclamarsi ultimo vero re di Scozia, da cui il titolo) fu solo una delle tante stranezze di Amin, personaggio tutt'oggi, a quattro anni dalla sua morte, controverso, amato ancora da una parte del suo popolo perché adottò una politica autarchica, di black pride, sganciandosi dalle influenze e dai protettorati occidentali, inglesi nella fattispecie, arrivando a espellere la popolazione di origine asiatica dal proprio paese, episodio narrato nel film.
Il documentarista di successo Kevin MacDonald, si cimenta con la controversa figura di Amin per il suo primo lungometraggio di fiction, sfruttando l'abilità del candidato all'Oscar Forest Whitaker come interprete, e il pretesto narrativo del medico, scozzese per l'appunto, Nicholas Garrigan, personaggio mai esistito ma sfruttato da MacDonald per farci avvicinare al suo reale oggetto di indagine sfruttando un punto di vista terzo.
Ma tutta la pellicola ruota indiscutibilmente attorno alla figura del Presidente ugandese. Il personaggio del medico è ben costruito per far acquistare di profondità il rapporto tra Amin e lo spettatore, e contemporaneamente sfumarne i contorni.
Emerge di primo acchito il carisma dell'uomo, la travolgente vitalità. E ancor quando le prime crepe iniziano a solcare profondamente la legittimità del suo governo e l'integrità della sua figura, il regista ci lascia gongolare tra piscine e ricevimenti, mediando la ferocia e la brutalità del regime attraverso racconti, notiziari, titoli di giornali letti di sfuggita.
Il precipitare nel vortice di depravazione e abbrutimento è in un crescendo geometrico di situazioni ed episodi, che si raccolgono in una specie di giaciglio orgiastico in cui Amin giace, guardando tronfio l'occidentalissimo Gola Profonda, per poi sfogare tutto il proprio potenziale disturbante, covato sotto la pesante coltre della confezione pastello del film per quasi due ore, nella scena finale della tortura.
Fondamentale per la riuscita della pellicola, oltre la misurata e impeccabile interpretazione di Whitaker, appoggiato da una brava spalla com'è James McAvoy, è la presenza di Anthony Dod Mantle, fotografo di fiducia di Boyle e von Trier, il cui tocco è indispensabile nel dare densità e credibilità alle immagini. MacDonald, pur confezionando una buona opera, rivela tutti i limiti del caso, subendo la storia invece che guidarla, e dando un impianto registico al film tutto sommato trascurabile.
Nonostante questo limite evidente, il film funziona per la gestione accurata e puntuale di tutte le variabili in gioco, indicando che i margini di miglioramento del regista sono ampissimi.
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Incontro con Forest Whitaker
Un volto atipico e gentile, modi di fare garbati e cordiali. Devono aver scelto appositamente l'hotel Eden di Roma, che ti accoglie con un caminetto sfrigolante e divanetti molto british, come cornice per la conferenza stampa di Forest Whitaker, protagonista profondo e misurato de L'ultimo re di Scozia, primo film di fiction del documentarista Kevin MacDonald. Interpretazione che è valsa la candidatura all'Oscar, rispetto al quale il gigante nero si schermisce affermando: "E' raro vedere il proprio lavoro riconosciuto così ad alti livelli. Sarà un ottimo modo per godersi una bella serata con la mia famiglia" e nulla più.
Whitaker si trova ad indossare i panni di un personaggio scomodo, il terribile despota ugandese Idi Amin, personaggio dal carisma magnetico, ma anche feroce e sanguinario assassino.
"Era un soldato" - dice di lui l'attore - "tutte le sue azioni, anche quelle più banali, scaturivano dal suo sentirsi soldato. Ma mentre sotto la dominazione inglese aveva qualcuno ad indicargli quale fosse il nemico, una volta diventato Presidente se lo dovette scovare lui con molta ingenuità e infantilismo".
Ma non crede fosse un dittatore?, gli domandano dalla sala. "Oh, assolutamente si", risponde compito.
Per studiare il persona
ggio, Whitaker si è recato personalmente per più di un mese in Uganda. "L'Africa ha qualcosa di straordinario; ti permea, non ti lascia più, te la porti dietro per sempre. Molti ugandesi" - spiega - "riconoscono che Amin ha fatto delle scelte coraggiose per il suo popolo, come quella di svincolarsi da qualsiasi influenza o dominio occidentale e di puntare tutto sul proprio popolo. Allo stesso tempo riconoscono che ha commesso numerosissime atrocità. Nella memoria del suo popolo resta una figura molto controversa".
Per calarsi nella parte l'attore ha studiato molto: "Ho imparato i rudimenti dello swahili, e recuperato tantissimi filmati d'epoca del dittatore. Inoltre in Uganda ho cercato di parlare con tutti quelli che gli furono vicini: amanti, fratelli, parenti, ministri e consiglieri".
Inevitabile, con Barak Obama che potrebbe diventare il primo candidato di colore alla Casa Bianca, una domanda sulle prossime presidenziali americane: "Obama ha delle ottime possibilità, è uno che si esprime in modo chiaro ed onesto. La strada, in quanto nero, gli è stata aperta da Powell e dalla Rice, che hanno ricoperto ruoli di enorme responsabilità nelle ultime due amministrazioni. Vedremo che cosa accadrà".

GROSSA CRISI - Esaltante conferenza stampa tra Christian Slater e la stampa romana per il lancio di Bobby. Questa la domanda più interessante: "Slater, pensa che ci siano ancora le mezze stagioni?" Risposta: "Mah, credo che questo sia un tema interessantissimo, non me ne sono mai interessato, ma grazie al discorso di Robert Kennedy al Parco Nazionale di Yellowstone mi sono riavvicinato tantissimo all'argomento. Ho due figli, e vorrei che vivessero in un mondo verde dominato da Al Gore, in cui Estate, Primavera, Autunno e Inverno coesistessero pacificamente. E non sto parlando di Kim Ki-Duk, che pur stimo in quanto culturalmente ed etnicamente a me difforme".
ALLEGRIA! - "Ale&Franz, che razza di coppia, ma che tajo, ahò, anvedi c'è zeligghe con AleeeFranz, ampiezza la tele" (commenti tipo dei miei amici fino a un paio d'anni fa, inebetiti davanti alla tele). In conferenza stampa per Mi fido di te mi aspettavo robe tipo coriandoli e mortaretti. Ma o erano sotto effetto di tranquillanti per cavalli, o c'era qualcosa che non quadrava. E non tiratemi fuori menate del comico malinconico e blabla, che i tranquillanti per cavalli sono una bruttissima storia...
TRASLOCHI - Sempre alla conferenza stampa di presentazione del nuovo film di Ale&Franz, Mi fido di te, è stata rivolta al regista, Massimo Venier (l'unico spiritato ed eccitatissimo della combriccola), una geniale domanda: "Perché Muccino è dovuto andare in america a fare La ricerca della felicità?". Sprovvisto evidentemente del Pahlantir di tolkeniana memoria, Venier ha abbozzato una risposta che suonava tanto come "Beh, ma sa che casino portare tutta la Columbia in Italia...!"
MELANDRI EMPIRE - La critica si divide: c'è chi lo osanna (tra cui chi vi scrive) e chi lo distrugge. Su INLAND EMPIRE si è detto tutto e il contrario di tutto, si sono aperte alcune tavole rotonde e altre le si è spaccate allegramente in testa ai propri avversari dialettici. Elitarmente, sopra la mischia, si colloca un ormainonpiùchiomuto collaboratore di Zabriskie. Ha messo tutti d'accordo nel menargli quando, a metà della proiezione del film, ha iniziato sonoramente a russare.
I HAVE A QUESTION - Quando venne Scorsese a Roma gli chiesero che spot dessero alla tv yankee (ho passato il cellulare di mia zia al tipo, è di Seattle, ma magari lei non lo insulta). Torna a Roma Di Caprio, il bello e maledetto di Blood Diamond, firma degli autografi che sembra quando ti sporchi inavvertitamente con la penna il palmo della mano o poco più, eppure le ragazzine lo osannano, la gente in delirio e compagnia cantando. "Di Caprio, ma lo sa che a Tor Bella Monaca le stanno facendo una statua?"....E poi vi chiedete perché dalle conferenze stampa italiane non esce nulla? No, non sono i titolisti dei quotidiani ad avere l'intraprendenza e l
a genialità di una moffetta in letargo...
BRIVIDI - Non so se avete visto il trailer di 300, nuovo film tratto da un fumetto di Miller. Sarà che sono un classicista, uniteci il fatto che di mestiere (??) dovrei essere uno storico, ma è una coattata meravigliosa. Un incrocio tra Zhang Yimou e Tomas Milian. Non so se rabbrividire di piacere o di orrore. Nel dubbio rabbrividisco comunque.
HISTORIA MAGISTRA VITAE - "Mister Verhoeven ma il suo film è revisionista?". "Verhoeven ma il revisionismo nel suo film..." E Verhoeven: "Mannò, ma quale revisionismo, racconto i fatti per come sono andati, io mi pongo sempre così di fronte alle cose, se questo è revisionismo...". 5 minuti dopo lo stesso Verhoeven, oltre che di storia, discetta anche di teologia: "Ho scritto un libro che rifonderà totalmente i pilastri della cristianità". E a latere: "Gesù mica è stato ucciso dagli ebrei, non c'entrano nulla, sono stati i romani". Bella coerenza, qualcuno direbbe. Ma da uno che si presenta in conferenza vestito da rivenditore d'auto de Ceccano Romano, dei discorsi da rivenditore d'auto de Ceccano Romano ti devi aspettare (oddio, anche se a pensarci bene la dottrina sociale della Chiesa la bazzicano di più i fruttaroli de Anagni).
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“I soldati scavano le buche in cui combatteranno, e nelle quali moriranno”.
Si apre con questo epitaffio preventivo l’ultimo, attesissimo lavoro di Clint Eastwood, seguito organico e ideale al tempo stesso di Flags of our fathers.
Con Flags abbiamo appreso tutto della guerra dal punto di vista yankee: la comunicazione, la stampa, la politica, la persuasione e, infine, il combattimento.
Lettere da Iwo Jima ci porta direttamente sul campo, in mezzo alla lotta per la conquista di un maledetto sasso in mezzo all’Oceano Pacifico, l’unica base aerea adatta per far decollare gli aerei con destinazione Giappone ed avere qualche discreta speranza di vederli tornare.
Iwo Jima diventa così
solo nel Pacifico, ma anche in tutta l’area estremo-orientale.
Eastwood entra a piene mani nel caos calmo che precede la battaglia, in questa sottile e pesante aria densa di tensione che prelude ad un evento epocale.
Ci offre un punto di vista collettivo, che si condensa nello sguardo del generale Kuribayashi (un meraviglioso Watanabe), solo contro tutti a mantenere in vita la speranza di mantenere intatto il suolo imperiale, e di Saigo, che risponde alla domanda “Sei un soldato o no?” con “No signore, sono un semplice panettiere”, pur indossando l’uniforme e imbracciando goffamente il moschetto. Due punti di vista che sintetizzano l’incontro tra le più diverse pulsioni e sensazioni presenti sul campo, dal sergente fascistamente patriottico al colonnello compassionevole e favorevole ad un tranquillo ritiro, via via percorrendo tutta la scala di tipi umani del crogiuolo di Iwo Jima.
Eastwood parte da lontano, fa immergere epidermicamente il proprio spettatore nel clima, ordinato e convulso, che precedette uno degli scontri più sanguinosi e celebri della guerra nel pacifico
, servendosi dell’uso, ormai sdoganato da Gibson, della lingua originale e di una fotografia livida, satura, che arriva a rasentare a tratti il bianco e nero. Un ambiente irreale, inumano, in cui l’unico contatto possibile con tutto quel che la mente ricorda, di bello o di brutto, di giusto o di sbagliato, ma comunque di terribilmente e splendidamente ordinario, è la possibilità di scrivere lettere ai propri cari. Lettere delle quali non si sa e non si saprà mai la destinazione reale, la consegna effettiva, ma che bastano a tenere saldo il contatto con il proprio passato, con una storia dai connotati familiari.
“I soldati scavano le buche in cui combatteranno, e nelle quali moriranno”.
E finalmente si spezza il triste incanto e iniziano a fischiare le pallottole, sopra il monte, a sventrare a caso le buche in cui i soldati combattono, nelle quali muoiono o sono morti. Da dentro le viscere del monte Suribachi si vedono formicolare i nemici sulla spiaggia, il mare annerito dalle barche, l’aria satura di zolfo. Immagini, suoni e sensazioni che il regista inquadra con un semplice campo, che evidenzia con il più elementare movimento di macchina. Anche perché l’occhio dello spettatore (così come anche quello meccanico della macchina da presa) è attonito di fronte la sciagurata potenza che il conflitto può scatenare.
Forza che, se non può essere incanalata, come nei primi momen
ti, nell’uccisone del nemico, si ritorce contro se stessi, esaltata da un senso dell’onore esponenzialmente deformato, che porta a farsi saltare il cervello se il settore comandato cede, o a rannicchiarsi su di una bomba a mano invece che arrendersi al nemico. Nemico che viene mostrato solo nelle ali estreme della sua umanità; attraverso una lettera che trasuda empatia con quelle che i nipponici stessi scrivono; e come spietato killer per gioco di un nemico che a lui si è arreso, pieno di speranza.
Il tempo dei quaranta giorni nei quali si sviluppò la terribile lotta per l’isola, che vide cadere sul proprio suolo quasi trentamila uomini, viene frammentato, contratto. Vi sono contenuti dentro tutti i temi del film, svolti passionalmente dalle lettere lette da una voice off. E il puro sentimentalismo, l’anelito speranzoso dei testi, fanno da cornice a una realtà secca, dura, infida.
Eastwood costruisce un’opera perfettamente speculare a Flags. Lì era mostrata la gigantesca macchina del fronte interno (come già descritto su queste pagine), e posto al centro l’individualismo, la solitudine del singolo di fronte all’enorme marchingegno della storia, per cui un semplice gesto di quattro soldati diventava il cuore pulsante di tutta l’attività bellica.
Qui, al contrario, si parla della prima linea, delle pallottole fischianti, e di come, a partire da singolo, si sviluppi e si incardini nella storia un senso complessivo delle cose, per cui l’azione del singolo personaggio si fonde in un magma continuo di azioni e sensazioni senza quasi soluzione di continuità.
Un lavoro che sintetizza buona parte del cinema di guerra americano (si spazia da La sottile linea rossa a Tora!Tora!Tora, da La battaglia di Midway a Salvate il soldato Ryan), e che acquista una luce nuova e scintillante se messo in relazione a quello che è il dittico della guerra di Eastwood.

Uno spaccato sociale di un certo nord-est, di un esordiente, Roberto Dordit, con Elio De Capitani, bravo attore teatrale e futuro Caimano di Moretti, e Claudio Santamaria, uno dei volti nuovi del cinema italiano più sulla cresta dell’onda in questi ultimi tempi.
Apnea si presenta, pur se con un titolo criptico, sulla carta come un film dal sicuro fascino e con un bacino di pubblico che potrebbe essere non del tutto trascurabile.
Eppure esce in Italia dopo quasi tre anni dalla sua realizzazione, sulla spinta dell’ospitalità che Moretti darà alla pellicola nel suo Sacher, e con la cassa di risonanza del patrocinio della CGIL.
Si, proprio il più grande sindacato italiano si è in qualche modo preso a cuore una pellicola in cui vengono posti all’attenzione quelli che spesso sono i problemi dello sfruttamento del lavoro degli immigrati, malcostume criminoso che trova espressione in una certa sottocultura italiana.
Il ritardo della distribuzione del film è dovuto anche alla non immediatezza della pellicola, a una certa difficoltà di lettura del testo cinematografico pur “semplificata” e veicolata da un volto noto come quello di Santamaria.
Dordit infatti sceglie di non raccontar una storia vera, di non trarre dalla
cronaca lo spunto per fare un film di denuncia, un lavoretto un po’ moralista e impostato, ma di raccontare una storia personale e particolare, mescolando i temi, comunque presenti, di indagine e denuncia sociale con i propri personaggi, tipicamente cinematografici. Il bel tenebroso, la ragazza d’america dal padre lestofante, la relazione tra i due, il bambino che sa più di quel che non dice. Dordit ci immerge innanzitutto in una storia che sente, che fa propria. Il tema socio-politico viene dopo.
Apnea riesce così a non essere un film schematico, sterilmente indignato, ma a toccare le corde del sentimento, dell’affezione reale ai personaggi.
Anche l’estetica del film acquisisce così un taglio del tutto particolare, che risulta algido e plumbeo, evidenziando così un certo senso di fastidio e di incertezza che lo stesso script richiama.
Santamaria è così un ex campione di scherma, che lavora presso la redazione sportiva di un giornale, in
dagando sulla morte insolita di un suo vecchio compagno di fioretto. Questo il pretesto narrativo usato da Dordit per addentrarsi nel mondo della piccola media industria nordica, aggirandosi tra (vere) concerie, ville di lusso e i luoghi tipici della nebbiosa campagna. E racconta di un modo di fare impresa cinico e spietato, che sfrutta manodopera a buon mercato, portandola spesso incontro a morti sul lavoro del tutto evitabili.
Non si può di certo dire che Apnea sia un capolavoro, perché mostra evidenti buchi a livello narrativo, come anche una realizzazione tecnica del tutto particolare e non sempre funzionale allo svolgersi del racconto, ma bisogna notare come sia un tentativo coraggioso di “fare denuncia” avendo a cuore in primo luogo non l’oggetto dell’invettiva, ma lavorando anzitutto sul mezzo cinematografico.
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