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otto, per l’appunto, dalla sequenza iniziale, della provincia americana, dei paesi solitari, sommersi dal mare di campi, di steppe, e quello, creato dall’aspettativa del pubblico derivante dal titolo e dall’argomento, dell’ambiente salottiero e sofisticato in cui Capote viveva e si muoveva.
rigio, legato alla terra, di solidi e noiosi agricoltori.
are una situazione incerta, anomala.
di macchina che compare in questi tre minuti scarsi lo si scorge nel seguire la ragazza in cima alle scale (figura 13). E’ diventato improvvisamente importante seguirne il volto, le reazioni. Il regista ci ha fornito, tramite la messa in scena, le due informazioni necessarie al climax narrativo: l’inquietudine di una situazione anormale, e il suggerimento che il personaggio che ci viene presentato in questi primi attimi è solo un pretesto per condurci per mano dentro una situazione, un ambiente, un fatto che è accaduto.
odevole l'iniziativa di coniugare una denuncia socio-politica con un film che si configura come un action-movie, una storia d'intrattenimento. Inserendoci poi uno degli attori internazionalmente più conosciuti e sponsorizzabili (e magari anche in tempo per ritagliargli la parte giusta per entrare in cinquina agli Oscar), Leonardo DiCaprio, una bella e concreta lei, Jennifer Connelly, e un comprimario di tutto rispetto, Djimon Hounsou (già ottima spalla ne Il Gladiatore), si ha sulla carta un prodotto degno di attenzione.
unito della suddetta pietra preziosa.
onista ricevuta dall'Academy proprio per questo film, il bel Leo divaga: "Non mi aspettavo né mi aspetto nulla di particolare, perché so di non aver nessun controllo su quel che succederà quella sera". 
Ci sarebbe molto poco da dire rispetto all’ultima fatica dell’ (un po’ meno) imbolsito Kevin Costner. E per non liquidarlo con un “il solito action-movie da seconda serata di Italia1” dobbiamo gioco forza richiamarci a tutta la seconda parte, fino ad arrivare al finale.
Chi va al cinema per gustarsi unicamente (e giustamente) la storia, e non vuole rovinarsi il pur interessante colpo di scena alla fine, non continui nella lettura dunque.
Per tutti gli altri, bisogna dire che The Guardian è un film che si può sezionare in due. A livello di regia, di patos delle interpretazioni, di climax narra
tivo e di gestione della scena; la prima parte, la prima ora, che scivola via tra la descrizione della vita di un “eroe medio” americano e il romanzo di formazione, senza infamia e (soprattutto) senza lode; la seconda, che si articola grossomodo da metà film fino alla conclusione, si dipana in una sequela più o meno interminabile di scene madri, che cambiano continuamente di passo, risultando snervantemente autoconclusive, celebranti questa volta di un aspetto narrativo, l’altra di quello contrario, e risultano alla fine mal costruite e mal incastrate, comunicando un senso di claustrofobia visiva.
Ed è davvero un peccato, visto che il regista è quell’Andrew Davis che ci aveva convinto e divertito con (l’ormai lontano) Il fuggitivo. E che ci convince e ci diverte per il breve lasso dei primi dieci minuti: veniamo introdotti nel mondo del recupero costiero con due sequenze vibranti e serrate, in cui sorprendentemente anche l’ormai non più credibilissimo Costner si trova a suo agio tra flutti impazziti e rottami vaganti.
Ma si scade subito nel canone trito dell’anziano costretto dietro alla scrivania, e dell’attrito con il migliore della classe, in un rapporto di amore/odio che, per non azzardare riferimenti (i
mpropri) troppo in là nel tempo, ricorda, per messa in scena e riferimenti semantici, la struttura di Annapolis. Tutto il film è zeppo di situazioni/sequenze rubacchiate qua e là. Oltre al già citato film sulla marina militare, si fa riferimento a Ufficiale Gentiluomo, Armageddon e perfino al thriller sulle nevi Cliffangher.
L’addentrarsi nella seconda metà della pellicola peggiora la situazione.
E come già detto, ci pone di fronte riappacificazioni apparenti e rotture definitive, pensionamenti e continui ritorni all’azione, scene pacificanti e scene di rottura, e via discorrendo. Il tutto senza alcuna soluzione di continuità e con un filo logico che, pur presente, fatica a tenere insieme questa drammaticità voluta e posticcia, tanto che al colpo di scena finale e alla morte (annunciata) dell’eroe si arriva ormai svuotati da qualsiasi pretesa e da qualsiasi aspettativa.
E purtroppo, nonostante il tentativo di non sbarazzarsene così alla buona, le uniche prospettive dignitose che intravediamo per The Guardian sono quelle della seconda serata televisiva.
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La citazione:
" Il mio pensiero è piuttosto chiaro e sono convinto che alla fine potremmo lavorare insieme. E nonostante quello che succede negli Stati Uniti da tre anni a questa pare - e mi riferisco alle divisioni, alle violenze e al disincanto per la nostra società in generale, che si tratti di bianchi contro neri, di poveri contro ricchi, o di divisioni tra persone di diverse fasce d'età o ancora della guerra in Vietnam - sono convinto che possiamo lavorare tutti insieme. Siamo un grande paese, un paese altruista e compassionevole. Ed io intendo fare di quanto ho detto le basi per la mia candidatura..."
Ultimo discorso di Robert F. Kennedy
da "Bobby", di Emilio Estevez

"Se un solo uomo dichiara e segue le proprie convinzioni, tutto il mondo si riunirà intorno a lui". Così sosteneva il senatore democratico Robert Kennedy in uno dei suoi discorsi. Emilio Estevez, uno dei volti nuovi di Hollywood, parte proprio da quel "mondo riunito intorno" al senatore per dipingere l'intricata tela del suo film. Bobby è un ombra, è il polo magnetico d'attrazione e di repulsa di tutta una serie di storie.
Storie che attorno al gran galà dell'hotel Ambassador - occasione in cui il sogno presidenziale del terzogenito della famiglia Kennedy si spense, incontrando i proiettili della pistola di un giovane squilibrato - ruotano, cercando il proprio momento di gloria, il proprio spazio al sole, o semplicemente un po' d'aria per respirare.
Un'ombra, dunque, quella di RFK, mostrato solamente in (lunghi) filmati d'epoca, allo stesso modo in cui Frears descriveva la sua Lady D, scelta etica, ancor prima che estetica, di una pellicola che tende, pur non volendolo, ad idealizzare l'ultimo vero rampollo di casa Kennedy come il migliore dei Presidenti possibili, l'unico che sarebbe stato in grado di indirizzare l'America in una ben precisa direzione nei turbolenti anni '70.
Estevez struttura la sua pellicola sulle attrazioni/repulsioni dei doppi. Tutte le storie che si dipanano tra il 4 e il 5 giugno del '68 nell'hotel Ambassador sono storie di coppie: il direttore e la moglie, il sovrintendente e l'impiegato, la diva e il marito, i due attivisti della campagna elettorale, l'ex impiegato e l'amico, e così via discorrendo. A loro volta i doppi si riuniscono e vanno a formare un unicum nel rapporto con la figura di Bobby. Un lavorio incessante sulle similitudini e sulle antinomie, che costituiscono il cuore pulsante di una pellicola dal retrogusto molto altmaniano, il cui gran finale coincide nel pathos della sequenza dell'uccisione, punto di forza di un film che altrimenti qua e là annaspa, volendo affrontare, tutti e subito, i grandi temi sociali e culturali che il '68 stava lanciando negli States.
Il tentativo un po' "di scuola" lo si intravede in certi piani sequenza morbidi tra i carrelli e gli scaffali della cucina, che ricordano molto lo scorsese anni '70/'80, e un'impostazione della colonna sonora a fare da sintesi tra le varie situazioni rappresentate di volta in volta, alla maniera di Altman o di Howard (si pensi a A Beautiful Mind).
Di Altman manca però il cinismo situazionista: Estevez ama i propri personaggi, li coccola, regala a
(quasi) tutti la maniera di uscirne bene, concentrato più che sul loro lato umano, sul loro rapporto con la politica, con la società, partendo dai dettagli del quotidiano (un nuovo, capriccioso, paio di scarpe, una partita di baseball). Rischia perciò di lasciarsi andare al lirismo vagamente patetico, cercando di unire al meglio la storia personale, quella del senatore, e la descrizione dei "meravigliosi anni ‘60".
Un caravanserraglio di tipi umani, ai quali il pubblico è quasi costretto a legarsi, che procede disordinatamente, come d'altronde il film, fino alla toccante scena finale. L'omicidio non è rappresentato se non in maniera diretta. L'attenzione è su quella condizione di perdita (il perdersi fisico dei personaggi nella folla) di spaesamento, che seguì all'attentato, e che fu prodromo di tutta la stagione degli anni '70. E viene sottolineata dalla versione originale quasi integrale del discorso finale di Robert Kennedy, la sera della vittoria delle presidenziali in California, pochi istanti prima di cadere insanguinato sulle piastrelle della cucina dell'hotel Ambassador: "..Nonostante quello che succede negli Stati Uniti da tre anni a questa parte - e mi riferisco alle divisioni, alle violenze (...) di bianchi contro neri, di poveri contro ricchi, o di divisioni tra persone di diverse fasce d'età o ancora della guerra in Vietnam - sono convinto che possiamo lavorare tutti insieme. Siamo un grande paese, un paese altruista e compassionevole..."
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Incontro con Christian Slater
Intervenuto alla conferenza stampa di Bobby in vece del regista, colpito da un lutto, Christian Slater (nella foto), uno degli oltre venti protagonisti del nuovo film di Emilio Estevez, si ritrova un po' spaesato in mezzo alle domande che affrontavano il carattere più politico e sociale del film, che racconta alcune storie laterali del giorno in cui fu assassinato il candidato alla presidenza degli Stati Uniti.
"Interpretare un film del genere ha responsabilizzato tutti gli attori coinvolti. Io ho accettato il ruolo senza leggere nulla della sceneggiatura, conoscendo la bravura di Emilio a gestire le varie storyline che si intrecciano in un film del genere" ha detto l'attore. Ma appena si scende sul piano più marcatamente politico della vicenda, Slater risponde unicamente sul piano personale: "Bobby è stato un film che mi ha formato politicamente, mi ha dato un'idea sul candidato che vorrei. E' stato molto suggestivo girare nei veri luoghi dove il senatore venne ucciso. Bob Kennedy è stato forse l'ultimo a poter indirizzare il paese in una direzione piuttosto che in un'altra. Forse dopo solo con Clinton c'è stato un barlume di quel che sarebbe potuta essere la sua presidenza". Questo è il massimo che gli si riesce a tirar fuori, oltre agli ovvi apprezzamenti per il lavoro di Estevez: "Emilio offre la possibilità di conoscere una figura come quella di Bobby. Non so se questo potrà essere d'aiuto a impostare un nuovo tipo di politica, ma ora so il Presidente che io vorrei".
Slater interpreta un ruolo sgradevole, di un impiegato con un incarico di bassa dirigenza, opportunista e vagamente razzista: "Emilio ha pensato subito a me per il ruolo. Ho rappresentato quella fetta di cittadini che non si riconoscevano nelle idee di Kennedy. Di persone così era piena l'America di allora, così come ce ne sono tante oggi. Dopotutto ognuna delle storyline rappresenta un lato dell'umanità di quegli anni".
Ed è questo intreccio corale, dal sapore vagamente altmaniano, il fulcro del film: "Il regista ha reclutato il cast migliore. Il vero problema che si poneva era quello organizzativo, il mettere insieme così tanti grandi attori e dirigerli. Emilio ha lasciato molta libertà, cosicché sul set l'aria era veramente tranquilla e l'atmosfera rilassata".
Per quanto riguarda l'attinenza con la realtà nella vicenda di chi rimase ferito nell'attentato che vide colpito Kennedy, Slater conferma che le uniche due vicende ispirate alla realtà sono quelle del cameriere messicano Rodriguez, e quella ispirata alla giovane sposa interpretata da Lindsay Lohan.
va lo straccivendolo, una sorta di rigattiere, arrotino ante litteram. Avanza dondolando sul suo risciò sul lungomare di Ostia, urlando in un falso latino sgangherato: "Ecce bombo!", ovvero "ecco il bombo, lo straccivendolo". Sequenza minuta, quasi d'ambientazione, di contesto, completata da un controcampo sui soliti amici, quelli di sempre, la combriccola di Michele Apicella, svegliatisi al grido del vecchio e accortisi di aver atteso per tutta la notte l'alba dalla parte sbagliata. Tra tutte le "strisce" di cui si compone il primo film professionale di Nanni Moretti, il regista romano sceglie questa come paradigmatica di tutto il suo lavoro, fino al punto di onorarla concedendole il titolo.
futuro, ma, quel che al regista duole di più, senza nessuna speranza sul presente, che scorre via tra la rivoluzione che vorremmo per metterci in luce, il desiderio di una tranquilla e nascosta vita borghese, il terrore vacuo dello sprofondare nel nulla. Per cui i problemi esistenziali, le dinamiche dei rapporti, si riducono a un "mi si nota di più se non vengo, o se vengo e rimango in disparte?", o al celebre "ma che fai per vivere? Mah, faccio cose, vedo gente…" .Non avete mai sentito parlare del celeberrimo Dattero d’Oro di Zagarolo? Non cogliete mai il sottotesto politico dei film horror? Non sapete chi sia lo sceneggiatore di fiducia di David Lynch? Non conoscete il finale di The Guardian perché vi siete addormentati prima?
Niente paura! Per soddisfare tutte queste vostre, cruciali, domande ci sono le Pillole!

ONORIFICENZE - Il pressbook di “Requiem”, bel film del teutonico Schmid, ci informa che la protagonista ha vinto il Leone d’Argento a Berlino. Ci chiedevamo se il capo elettricista avesse vinto
LARGO AI GIOVANI! -
CITAZIONISMO - Va bene il sottotesto politico dell’horror. Va bene l’essere compagni metaforizzato da una motosega, e l’esser borghesi attraverso degli splendidi hippy. Va bene Marx travestito da sceriffo di contrada o Malenkov sotto le spoglie di un barista texano. Ma una macchina targata P(artito)R(ifondazione)C(comunista) come quella dell’ultimo capitolo dell’infinita serie di Non aprite quella porta ancora ci mancava
RITORNI - Non riuscendo nell’intento di fondare il partito unico dei moderati, Ferdinando Adornato è ritornato al comunismo militante: si è prestato a recitare il ruolo del dottore partigiano ne Il labirinto del Fauno.
DECODIFICAZIONE - “Alla gente puoi dare al massimo 40 minuti di confusione, poi però devi serrare le fila e tornare sul comprensibile”. Così Guillermo Arringa, sceneggiatore di Amores Perros,
THIS IS THE END - The Guardian, ultima fatica del ringiovanito Kevin Costner, è un film strano. Dopo un’ora di più o meno avvincente (ma anche no) action, ci si trova invischiati in una mezza dozzina di scene finali. La moglie ritorna, ah no, aspè, se n’è andata; Costner smette di fare il guardiacosta, no no, guardalo, è ancora lì che si butta; Kutcher lascia la sua avvenente ragazza, ah, ma che dolce, è tornato e l’ha baciata davanti a tutti; e vissero tutti felici e contenti, seeeee, magari, lo vedi che brutta fine fa quello… Dopo circa quaranta minuti di sta roba mezza sala si è alzata, credendo il film concluso. E’ superfluo dire che, dopo un breve stacco d’immagine, è iniziato per almeno altri venti minuti?
MULTICULTURALISMO - Sempre nell’ottimo(??) The Guardian di Davis. La bella del film è una maestria di scuola. Ora: considerato il fatto che sono in Alaska, considerando il fatto che anche a noi il politicamente corretto, se dosato con misura, piace, è possibile che invece di una truppaglia di venti piccoli eschimesi, o giù di lì, ci si debba trovare di fronte al manuale Cancelli dell’integrazione made Usa? Bimbi di colore, ispanici, bianchi e orientali. Che l’Alaska fosse questa ridente terra d’immigrazione a noi era francamente sfuggito.
BARBIERI – Will Smith ama alla follia il suo bimbo, suo co-protagonista dell’ultimo La ricerca della felicità. E in effetti, per essere un piccolo Caparezza di colore, non è niente male. Sembra che il “nostro caro”, invidiando la folta ed elegante capigliatura, inforcati prontamente gli occhialoni da sole, sia andato a chiedere di corsa l’indirizzo del barbiere di fiducia di casa Smith.
pubblicato su zabriskiepoint

“All’inizio del 1981, quando divenni padre per la prima volta, ero così felice che il senso di urgenza aumentò”.
Così recita Chris Gardner nel prologo del suo libro “La ricerca della felicità”.
Tutto il film omonimo ruota attorno al desiderio dell’uomo di essere compiuto, di trovare, finalmente e una volta per tutte, uno stato di quiete e soddisfazione personale.
La sua risposta di Gardner, il dato oggettivo che gli cambia la vita, non sembra essere, almeno a guardare la prima opera yankee di Gabriele Muccino, un incontro, fosse anche la presenza costante e, per alcuni versi, decisiva del figlio di cinque anni, un avvenimento davvero insolito e latore di una scintilla di novità nella vita.
La sua odissea ha come motore il più classico e arido “american dream”, quella sorta di miscuglio tra il volontarismo meccanicista che posa tutto il proprio essere su un domani senza aderenza alcuna con la realtà presente, e una specie di tardo calvinismo che vede una certa benevolenza del fato, degli “dei” (e dunque della società), nei confronti di chi nella vita ha successo.
Per cui il punto di svolta, in un ambiente dal tessuto sociale praticamente invisibile (nessun parente, nessun amico), non è un incontro, una novità vera nella routine di tutti i giorni, ma una banale auto di lusso, una Ferrari, paradigma di una condizione sociale a cui fortissimamente tendere, segno (ir)raggiungibile di un’agognata omologazione, desiderio di farcela sempre e comunque per non es
sere etichettato come un loser, un perdente, insulto senza pari nel nord-america.
La domanda di felicità che emerge ineluttabile, dunque viene ridotta al possedere ciò che non si ha e che si vorrebbe avere, sterile e vacua meta, feconda, in quanto rilanciante ad un ulteriore ricerca di potere e di possesso, di una dirompente carica conflittuale.
Parlando con il Gardner di oggi, alla conferenza stampa romana di presentazione del film, si scopre infatti che quella sua ricerca è lungi dall’essersi risolta in un pur sorprendente arricchimento materiale, dopo la vittoria, unico su venti, di uno stage in un’importantissima azienda di intermediazione finanziaria, dopo aver condotto per diversi anni una vita di estrema indigenza.
“Le uniche persone in qualche modo felici che oggi conosca sono quelle che assumono un qualche tipo di droga”, dice in modo laconico.
Muccino si tuffa così in un film non suo, ma che non fatica a rendere tale, capovolgendo il sottotesto che aveva caratterizzato la sua filmografia italiana; si passa alla cieca e sterile ricerca della felicità legata al denaro e al successo, mentre si era partiti da una disgregazione minimalista e fatalista dell’uomo e della famiglia vista come primario sfald
amento della società. In entrambe le visioni, pur così radicalmente difformi, è presente sottotraccia il tema che viene esplicitato dal titolo dell’ultimo lavoro: questa “ricerca della felicità” che viene, in ogni caso, ridotta a qualcosa di concretamente tangibile, per cui destinato ultimamente a finire; che sia un’amante, uno spinello, un futuro lontano da casa o, come per Gardner, il successo e la ricchezza.
Dopotutto, per citare il regista, “è questo che la società americana, individualista e materialista, si aspettava”.
Ci sarebbe piaciuto vedere, dopotutto, un film sui diciannove stagisti scartati: questo, in fin dei conti, nel suo essere a tratti duro, a tratti consolatorio, esteticamente dipinto di un realismo patinato, è fin troppo semplice, un po’ ipocritamente, farselo piacere.
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Incontro stampa
el sogno americano, i tre hanno dovuto far fronte a una raffica di domande sul tema. Perfettamente a suo agio Smith, entusiasta di aver potuto lavorare braccio a braccio con suo figlio, co-protagonista della pellicola, che si esibisce in una spassosa imitazione del regista, in difficoltà tra la non praticità con i termini americani e la frenesia delle riprese. Muccino è al contrario apparso lievemente teso, nervoso, aspettando il verdetto italiano dopo aver totalizzato oltre 130 milioni di dollari nei soli Stati Uniti.
o di felicità è breve, ci si abitua e ci si rimette in moto verso un nuovo stadio di felicità".

Un film in due parole: Apocalypto
Il verde e il rosso. Gibson lavora freneticamente sul contrasto di colori: la giungla rigogliosa si macchia del sangue dell'uomo, in un incontro tra colori primari, genuini, vivaci. Il tutto si stempera nel bianco/gialliccio della città, lager di morti viventi, automi spersonalizzati. Nella giungla emerge il lato umano, qualunque esso sia, e anche il cattivo di turno si pone sotto una luce fieramente degna di rispetto. In città tutto tende alla dissoluzione, qualsivoglia tipo di rapporto può essere tenuto insieme solo dal flebile vincolo della superstizione.
Gibson lavora su contrasti evidenti, offrendo un lavoro che rimanda incalzantemente all'attualità, pur costellato da tutte le piccole manie del regista: l'uso disinvolto e non sempre funzionale della violenza, qualche spruzzatina di retorica qua e là, alcune imprecisioni (grottesca quella finale, anche se in qualche modo giustificabile) nella pur minuziosa ricostruzione storica. Ne esce fuori un action movie che, pur prendendosi qualche momento di pausa, rimane godibile nella sua particolarità, e rimanda ad una serie di temi e di riflessioni che vanno più in là della classica e semplice lotta tra il buono e il cattivo, pur presente come tema meramente narrativo della pellicola.
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