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Un film in due parole: The queen
(In)sospettabile Frears, che dipinge una commediola apparentemente scialba e rarefatta, non fosse altro che è ambientata a Buckingam Palace e dintorni, e parla del periodo immediatamente successivo alla morte di lady D.
Frears non ha bisogno di prologhi, i suoi personaggi sono reali, di dominio comune. Quale regista descriverebbe meglio Diana, o Tony Blair, o Elisabetta II in due sequenze di quanto non abbia già fatto la sovraesposizione mediatica dei tali?
Per cui giù a capofitto, improvvisando l'intimità di una sovrana come unico aspetto celato alla vista del popolo. Il paradosso che Frears insegue è quello di sfruttare a piene mani la non necessità di specificare sfaccettature incomprensibili in un personaggio immaginario, di attingere voluttuosamente a quel che i media propongono e di farne lo strumento d'indagine di quei pochi anfratti dove giornali e tv non arrivano.
Operazione interessante, un pò morbosetta ma condotta senza cadute di stile, tuttavia intransitiva. Il film, cioè, sembra piuttosto bearsi di quel che racconta, del suo essere un falso scoop, piuttosto che costituirsi a pretesto di altro. E muore così, in un cantuccio, senza infamia ma con poca lode.
Stephen Frears, insomma.
Coming soon...
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Il Labirinto del fauno è un film che parla di tantissime cose, che si svolge su molteplici livelli, che affronta svariati argomenti. Al punto tale che probabilmente, per un’eccessiva stratificazione di senso, l’ultimo film di Del Toro passerà in sordina, tra indifferenza e incomprensione.
Il regista dà vita a una complicatissima operazione (riuscita solo parzialmente), costruendo un testo che affastella piani semantici e narrativi, andando a lavorare più per sottrazione che per accumulo in un terreno che vede nella ridondanza la strada più percorsa ed abusata.
Si incrociano e si incastrano due piani narrativi apparentemente ben distinti, ma che si confondono e si mescolano più di quanto ad un primo sguardo potrebbe apparire. Entrambi ruotano attorno ad una bambina, Ofelia, che raggiunge al fronte con la mamma incinta il secondo marito di questa, il capitano Vidal. Da qui si dipan
a il primo livello visivo/interpretativo, quello di uno scenario crudo e non consolante della Spagna della guerra civile, palcoscenico su cui il capitano Vidal, interpretato da Sergi Lopez, troneggia, tra atrocità di vario genere ed esecuzioni sommarie, che Del Toro giunge a far ‘sentire’ epidermicamente, ma di cui elide (quasi) sempre l’atto cruento. Scenario che reca seco semplificazioni storico/politiche che sono in qualche modo funzionali alla narrazione: l’esigenza di un fulcro negativo attorno al quale imperniare il proprio senso di giustizia, il sentimento di lotta, l’affetto spezzato. Perché nella dicotomia Vidal/cattivo-repubblicani/buoni nascono e muoiono tutti i comprimari del film, sodali con la piccola Ofelia e con la madre, che porta avanti una difficile gravidanza. Per cui è pur vero, come nota Adriano De Carlo, che siamo in presenza di “un film antifranchista che non tiene conto che il franchismo ha traghettato, che piaccia o no,
neare che, pur nella molteplicità dei richiami ad un’attualità spagnola che oggi come ieri si ritrova più che mai polarizzata, il primo piano scenico del film non può essere, in nessun modo, slegato dal secondo.
La piccola Ofelia si ritrova, infatti, a vivere in un mondo che non è quello che ha sempre percepito e conosciuto. Si ritrova di qua, sbalordita e intimorita da fate, strane creaturine ancestrali, boschi, palazzi e antri da fiaba. Da fiaba è anche il suo mentore (e mentitore?), un fauno, non meglio definita creatura che si colloca tra lo splendido e il mostruoso. Così come tra queste due dimensioni è sospeso il ‘di là’ della bambina, lacerato tra l’affetto per la propria mamma e per il fratellino nascituro, e la paura/odio verso l’aguzzino Vidal.
Il lato, per così dire, fantastico, non soffoca mai quello concreto e reale, al punto che, tramite ellissi e silenzi, i due piani scenico-interpretatitivi si vanno ad integrare in modo speculare ed armonico. Non si comprende, dunque (volutamente) a che livello collocare il mondo fantastico di Ofelia: se omogeneamente congruente al resto della diegesi filmica, piuttosto che come semplice evasione da una realtà che soffoca e che calza stretta. Poco importa infine, perché la mamma di Ofelia non si salva nonostante gli sforzi, anche se, forse, solo immaginari, di una bambina che lotta con tutte le forze per non restare sola di fronte all’ostilità del mondo, e che da sola si troverà a combattere per salvare il piccolo fratellino, sia dalle grinfie umanissime di Vidal, esaltato dalla retorica del blasone e della perpetuazione del nome, e da quelle ritorte e sinuose di un fauno il cui scopo (a livello di senso e di narrazione) non ci è dato modo di svelare, frutto dell’ennesima costruzione/sottrazione operata dal regista, sempre abile a spostarsi dal piano narrativo a quello visivo, facendo coincidere i due livelli armonizzandoli.
Del Toro si rispetta fino i
n fondo, disegnando un finale fuori dalle righe, mostrando la morte, la disfatta, della piccola Ofelia, vincitrice per aver salvato il piccolo innocente, perdente per non aver saputo affrontare con decisione e coraggio, se non nell’ultimo capitolo della sua breve vita, nessuna delle due avventure: quella della fata, del fauno, e del labirinto magico, e quella, altrettanto contortamente complicata, della vita.
Emerge quindi, nell’insieme, una notevole stratificazione e una complessità che va al di là di un primo, elementare impatto. Il difetto principale imputabile alla pellicola è quello di riuscire a muoversi per lo più orizzontalmente, limite dovuto anche (ma non solo) alla complessità del linguaggio adottato, e nel non riuscire a scandagliare quanto meritava la verticalità dei temi sollevati, frutto anche del lavorio incessante di elisione e di sottrazione che il regista assume come propria posizione etico-programmatica di fronte alla propria pellicola. Che va ad espandersi caleidoscopicamente per un territorio vasto e multiforme, ma che spesso si limita a sollevare una questio, non offrendone (provocatoriamente) orizzonte alcuno di soluzione.
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Un meraviglioso R. Lee Ermey giganteggia su quest’ennesimo lavoro tratto dalla saga di The Texas Chainsaw Massacre, meglio conosciuto in Italia come Non Aprite Quella Porta.
Lo sceriffo Hoyt, infatti, è un personaggio capace di ridare all’horror quella fortissima nota ironico/sarcastica che il genere, troppo rispettoso e involuto sul proprio, glorioso, passato, aveva perso da qualche tempo.
Il punto su cui fa leva tutta la sceneggiatura è proprio questa cifra scanzonata che, pur senza il fortissimo riferimento socio-politico, ridà smalto ad un filone narrativo, quello che si ispira alle macabre gesta del famigerato Ed Gein, che altrimenti avrebbe avuto ben poco da dire.
Se Tobe Hooper, qui in veste di produttore, nel film del ’74, aveva realizzato un antesignano di The Blair Witch Project, ingannando emotivamente il pubblico con la pretesa di mettere in scena una sorta di puro e verosimile resoconto di fatti veramente accaduti, il film di Liebsman, alla sua opera seconda dopo Darkness Falls, parte dalla semplice pretesa di fare botteghino con un nome (Hooper), un titolo (The Texas Chainsaw Massacre / Non Aprite Quella Porta) e un personaggio (Leatherface) già ampiamente collaudati e spremuti.
Eppure, grazie ad uno script ispirato (redatto dalla coppia Turner/Schow, con quest’ultimo già coinvolto nella scrittura del terzo capitolo della saga) e ad un protagonista che fa sua genialmente una parte che avrebbe potuto aver molto poco da dire, il prequel di una delle serie più spremute dal cinema horror si rivela un interessante e divertente tassello in più, e non la solita occasione persa.
Certo, il film è schiavo delle sue premesse.
Le prime vittime della perversa famiglia texana non possono, infatti, uscire indenni dal tragico incontro, per non rischiare di rendere incoerente tutto quel che vi è stato dopo, e che è stato raccontato nei capitoli precedenti
Così la traccia seguita è quella dell’originale, tra giovani spensierati in cerca di evasione, sterpaglie desertiche e case abbandonate. Vengono tralasciati i riferimenti più impegnativi del film di Hooper: scompare la figura del disabile, viene eliminato l’impatto iniziale con un’inquietante sub-cultura deviata, contorta e autolesionista, il nucleo familiare, pur nella sua orrida sgangheratezza, si fa più delineabile, meno policentrico e sfumato.
Il tutto viene in qualche modo sopperito da una saturazione di effetti al limite dello splatter, incardinati in un binomio di regia/fotografia quasi classico per certi versi. La ricchezza dell’immagine e il riuscito animo sarcastico sono nelle corde di questo nuovo horror del nostro secolo, che ha in gran parte abbandonato la sua funzione di critica e di denuncia, probabilmente anche perché ne ha assolto in gran parte gli scopi.
Il film però riesce a trovare una sua discreta specificità, e a tirarsi fuori dal diffusissimo anonimato degli horror recenti.
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“Il triangolo no, non l’avevo considerato…”.
Chiunque si cimenterà con l’opera terza di Emmanuel Mouret, “Cambio d’indirizzo”, non potrà almeno per un momento sentirsi risuonare questo vecchio adagio nelle orecchie.
Quella che la distribuzione italiana ha definito come “una fantasia amorosa del regista”, è in effetti una commedia lievemente dolceamara, in cui si incrociano i destini sentimentali di un uomo e due donne, sparigliati improvvisamente dall’arrivo di una seconda figura maschile. E, si sa, l’arrivo di un secondo gallo nel pollaio non è mai foriero di pace e tranquillità.
Il tema che domina sottilmente tutto il testo filmico è quello della goffaggine. L’esser goffi ha, per sua stessa ammissione, affascinato il regista lungo tutto il corso della sua carriera: “Quel che mi piace dei personaggi goffi di Keaton, Tati ed Allen è che quando cadono, quando la vita gli pone delle avversità, si rialzano e continuano a vivere serenamente”.
Sono queste parole del regista a riassumere lo spirito della pellicola, un divertissment e poco più, incentrato proprio su questa incomprensibile tenacia del protagonista, un insegnante di corno che si innamora di una propria alunna, che nonostante sia teso a lei in modo totale e disperato, se la vede soffiare da un rivale incrociato per caso una sera, e, dopo averla riconquistata in modo (quasi) definitivo, non può far altro che assistere ad una sua nuova scomparsa.
A complicare la già non di per sé semplice faccenda, è la coinquilina di David - questo il nome del protagonista, interpretato dallo stesso Mouret - bionda, affascinante e bella, ma altrettanto svampita, che condivide l’appartamento in modo piuttosto ‘libero’.
Una classica commedia romantica degli equivoci, leggera quanto basta per condurre lo spettatore a tifare per le sorti del malcapitato David, ma altrettanto insipida, troppo debole da porsi se non come un film-per-una-sera, da gustarsi serenamente ma anche da scordarsi di lì a poco.
Variety ha azzardatamente accostato la pellicola e, di conseguenza, il suo regista, ad Allen e Rohmer. Ma di Allen manca il ritmo, il brio, come anche la battuta al vetriolo adatta a spezzare e rilanciare narrativamente il testo. Di Rohmer è del tutto assente la ricerca polisemia all’interno del genere, essendo Cambio d’indirizzo esattamente un film di genere, che all’interno del genere nasce e muore, non cercando di esplorare più territorio di quello che sia strettamente necessario, né provando o avendo l’intenzione di innovare in alcun modo.
Mouret, in sostanza, non mette in scena un brutto lavoro. La sua pellicola si fonda su una buona interpretazione dei suoi attori, e su uno script lieve e fresco, e poco altro. Ne esce dunque un film sicuramente non da bocciare, ma che verrà scordato nel tempo necessario ad una visione.
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Conferenza stampa di Emmanuel Mouret
I

l terzo film di Emmanuel Mouret, Cambio d'indirizzo (nelle sale dal prossimo 6 dicembre) è una particolarissima commedia su un triangolo amoroso. D'altronde un film che si apre con una dedica di una nonna (la produttrice Vania Traxler) al suo nipotino per le sue lezioni di corno tanto serio e quadrato non deve essere. Così come il suo regista/interprete, che alla conferenza stampa organizzata per il lancio italiano del film è impaziente di parlare.
Al punto che arriva a dare una risposta fiume parlando per dieci minuti dopo un incipit del tipo "eh, non saprei proprio, è difficilissimo rispondere a una domanda così generica". La quale, nella fattispecie, era sulle origini del film.
"Mi ha sempre incuriosito la situazione di qualcuno che cerca un po' a casaccio un appartamento, e da qui ho voluto far partire la storia. Ma l'elemento, la caratteristica fondamentale che volevo sottolineare è la goffaggine. Io ho sempre amato il cinema francese attraverso i suoi personaggi goffi. Sono quelli che riescono meglio a comunicare la parte intima dell'uomo. Ho dei grandi maestri in questo, come Tati, Keaton, Allen. I loro personaggi quando cadono, in tutta la loro goffaggine, si rialzano e continuano tenacemente a vivere, senza accusare nessuno".
Variety, la nota rivista americana, ha accostato la pellicola ai lavori di Rohmer e ad Allen. Su questo Mouret è molto preciso, e si schernisce da un accostamento tanto impegnativo. "In effetti ho sentito fare tanti nomi. Quei due sicuramente più spesso, insieme anche a Truffaut. Ora, se uno mi chiede se ho tratto ispirazione guardando film di così apprezzati maestri è sicuro, ma dire che il mio film gli somigli mi pare eccessivo".
Mouret smentisce anche un altro mito, quello che, essendo lui interprete di tutti i suoi tre film, tutti sul tenore della commedia romantica, ed essendo tutti personaggi goffi e impacciati, ci sia in realtà un personaggio ricorrente alla Antoine Doin
el. "Sicuramente c'è una sorta di autobiografismo, che si limita ai sentimenti, ai temi trattati, però, non alle situazioni - ci dice - Per cui non esiste un personaggio ricorrente anche se molti lo percepiscono come tale. Sono solamente al terzo film, ma in Francia mi dicono che il mio stile è già riconoscibile, sarà forse per questo".
Una critica curiosa che è stata fatta ai film di Mouret, è quella di non voler incrementare il budget produttivo inserendo attori di richiamo per usare solo volti più o meno sconosciuti. Il regista difende la sua scelta, affermando che in questo modo il film conserva una sua precisa personalità, anche se non nasconde che portare avanti una scelta del genere "è stato molto difficile".
Nonostante ciò, però, Cambio d'indirizzo in Francia è andato "addirittura meglio del mio primo film". E' forte l'attesa di vedere il riscontro sul mercato europeo. "Il mercato americano invece non ci interessa, il film uscirebbe al massimo in una sala d'essai a New York. E' molto più interessante, per esempio, l'uscita italiana".
E sarà forse per accattivarsi il pubblico italiano che nel prossimo film, Un bacio per favore, sarà in scena un attore che proprio sconosciuto, almeno nel belpaese, non è: Stefano Accorsi.
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