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sabato, 30 settembre 2006
Night's nights

M. N. Shyamalan.

Che si legge M.(anoi) Night Shyamalan in inglese, ma anche Manoi Nellyattu Shyamalan nella sua lingua originale.

E’ dalla regione di Pondicherry, India del sud, che arriva il piccolo regista del “Sesto senso”. Ed è partendo dal proprio nome che ha iniziato ad esplorare tutta quell’infinita materia che la realtà gli poneva sotto le mani, così come poi ha fatto nelle sue pellicole, tanto dense di riferimenti a un reale doloroso, quanto intrise di una tensione al fantastico, all’emergere nel campo del visibile quei sentimenti, quelle gioie e quelle paure che, normalmente, rimarrebbero nel cuore dell’uomo.

Con l’ultimo e (mettiamo subito in chiaro le cose) bellissimo “Lady in the water” il piccolo regista indio/americano raggiunge, per ora, la sublimazione della sua opera, descrivendoci una realtà totalmente intrecciata con il fantastico. La dama nell’acqua viene presentata, e non a torto, come “una favola della buonanotte”. Tutto lo script, la descrizione visiva di un protagonista (Paul Giamatti) che è il personaggio insieme più tangibile e più favolistico del film, ruota intorno ad una completa assimilazione della realtà più banale alla favola più spettacolare.

E se Shyamalan arriva alle favole per la buonanotte, lo fa avendo alle spalle un percorso autoriale che della notte aveva fatto un rifugio di miti e superstizioni, spesso infondate, ma tanto più reali quanto lo erano i punti di vista di chi li viveva.

Già a partire dal “Sesto senso” il momento di buio corrispondeva alle visioni de “la gente morta”, identificandosi con le paure ancestrali del “ritorno” delle anime non pacificate Lady in the waterda una morte ambigua, in cerca di redenzione e di riscatto. E se non nel buio naturale della notte, le apparizioni ci venivano mostrate alla luce soffusa di crepuscolari ambienti chiusi, dualismo di situazioni che andava a riunificarsi nello scioglimento finale, all’accorgersi della propria, innaturale, condizione del personaggio interpretato da Willis. La notte del Sesto Senso, contrappuntata dagli inserti rosso sangue che il regista dissemina qua e là nelle inquadrature, è una notte di paure superstiziose, la cui zona d’ombra viene sciolta solamente da un presa coscienza, da una comprensione/possessione delle paure che la percorrono.

Lo stesso senso di inconscia inquietudine percorre l’assenza di luce nei campi di grano di “Signs”, sentimento che Shyamalan racchiude e circoscrive nella penombra della cantina nella quale la famiglia dell’(ex) pastore Mel Gibson si rifugia.

Così come nel “Sesto Senso” il pretesto narrativo – vera attrattiva per il grande pubblico – del ribaltamento del punto di vista dal “mondo reale” a quello ultraterreno era la condizione attraverso la quale si portavano avanti le vere tensioni del film, allo stesso modo in Signs si ribalta il punto di (non) vista, dall’ultraterreno (l’alieno) alla più banale normalità (?) di una famiglia di campagna.

Le linee di frattura, sociali e politiche, che emergono nel primo film veramente proprio del regista, vengono inserite e centrifugate nel geniale climax narThe villagerativo.

“Sono gli alieni” “No, sarebbe troppo facile” “Ma no, sono veramente gli alieni”.

Shyamalan riesce a rendere banali le figure degli alieni, che pur fa agognare per tutta la durata del film, giocando con le paure e le aspettative di un pubblico che non sa rassegnarsi ad una pur fantastica realtà, un pubblico la cui esigenza di satollazione del fantastico provoca un ingigantimento del cinismo e un restringimento del cuore. Shyamalan non ha fatto altro che inserire in un crescendo narrativo notevolmente più efficace ciò che aveva già raccontato Wells nelle sue guerre fra mondi, riportandone con vivida chiarezza e lucidità i sottotesti sociali, politici e antropologici di cui quel libro si faceva portatore. Mette così a nudo la debolezza di un pubblico che fino a qualche manciata di anni addietro si lasciava affascinare, spaventare e incantare da quel che oggi identifica e concepisce come una mezza delusione, come un di meno nel roboante mondo di lucisuonicolori dell’effetto speciale a tutti i costi.

E ancora (inquietantemente) più a fondo nel suo ragionamento si addentra “The village”, nel quale  abbandona la pretesa di forza - intellettuale, lo psicologo del “Sesto senso”, fisica, il supereroe di “Umbreakable”, e morale, il pastore di “Signs” - dalla quale tentativamente partire nell’affrontare le sue storie, per affidarsi, nettamente, senza possibilità d’obiezioSignsne alcuna, alla figura apparentemente più debole tra le maschere teatrali della comunità-villaggio che descrive, quella della ragazza cieca.

Ritorna, per l’ennesima volta nella cinematografia del regista, la notte, questa volta unica e sola creatrice di paure, una notte impercettibile, contenitore di inquietudini inafferrabili. Sarà in questo caso lo scardinamento del luogo (lo spazio filmico del villaggio) a spazzare via le paure del tempo (il tempo di una notte che, anche fisicamente, non si vuole attraversare). E, ancora una volta, l’andare oltre una convenzione socio/psicologica sarà atto volontaristico di un umano, questa volta quello fragile e candido della Howard, a rompere il terrore che ha l’uomo delle convenzioni/convinzioni imposte dai suoi simili.

“The Village”, nella filmografia di Shyamalan, corrisponde al punto estremo di (fantastico) realismo. Non c’è (quasi) nulla di vero nelle paure e nei mostri introiettati e proiettati dai villagiani, così come non c’è quasi nulla di comunemente quotidiano nella realtà che si trovano a vivere.

A questo proposito la sua dama marina, ribalta e conclude un percorso che, nel districarsi tra realtà e immaginazione, porta alle sue estreme conseguenze, dipingendo un mondo totalmente intriso di magia.

Il regista gioca con il suo pubblico non giocandoci. E cioè mette subito le cose in chiaro, introducendo la narrazione con immagini stilizzate e raccontoIl sesto senso di una favola, manifestando fin da subito le proprie intenzioni narrative. E per l’ennesima volta lo spettatore si aspetterebbe qualcosa di diverso, un colpo di teatro che puntualmente non arriva. “Lady in the water” è una vera e propria favola, alimentata da una dolcezza potente d’un cinema d’altri tempi, che narra di un reale talmente edulcorato che verrebbe da domandarsi quali siano, veramente, gli elementi favolistici e fantastici.

Ed ancora, maestosa e spaventosa, incombe una notte dalla quale sfuggire, nella quale non sostare. Un buio che è, per l’ennesima volta, latore del “mostro”, dell’”altro” da cui fuggire. Ma che forse è anche, per la prima volta, luogo imprescindibile per giungere alla salvezza e in cui immergersi (la grande aquila arriva in un buio crepuscolare).

La notte di “Lady in the water” è anche la prima che non spaventa gli uomini, ma al contrario è frutto di paure per i non umani, per la dama in fuga dalle mostruose creature dagli occhi rossi.

Quello dell’ambiente notturno è solo uno dei tanti fili conduttori che si possono seguire nel ripercorrere la filmografia di Shyamalan, così densa di sfaccettature e sottotesti da richiedere sicuramente un maggiore approfondimento. Una traccia utile da seguire, andando a ripercorrere le gesta di un uomo che della notte ha fatto il proprio nome.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 14:49 | link | commenti (5) |
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venerdì, 22 settembre 2006
Baciami Piccina

"Ma che razza di uomini siete!? Non c'è nome che possa definirviNeri Marcorè!"
Questo il doloroso, lancinante urlo di Raoul Nuvolini, piccolo truffatore e maneggino che entra in drammatico contatto con le divise grigie delle SS naziste. L'urlo spezza la pacatezza della campagna veneta, la leggerezza di un uomo che dell'ironia e della dotta citazione ha fatto il suo stile di vita.
Il panama sulle ventitré, la giacca bianca, Nuvolini, un bravo Vincenzo Salemme, si trova di colpo di fronte alla tragedia della vita. Il suo è un piccolo mondo antico, pieno di accortezze, usanze e modi di pensare di qualcuno che, nonostante tutto, cerca di cavarsela a buon mercato davanti al grande rullo compressore della storia.
Sulla canzone da cui il titolo, che è paradigmatica dell'universo di riferimento del personaggio (universo material-valoriale, non morale), si chiude amaramente l'avventura di una vita vissuta (poco) pericolosamente, ma che, nel momento del suo compimento, si assolutizza a paragone e a monito per tutti.
La penultima sequenza, quella descritta, e quella seguente, la conclusiva, sono il punto ingenuamente più alto di tutta la pellicola di Roberto Cimpanelli, al suo secondo film, che mette in scena tutta una serie di lunghe banalità e di incongruenze faticosa, per giungere a quel finale necessario.
Baciami picciUna scena del filmna nasce da una illuminata idea di Sergio Citti, ma si sviluppa come un classico (nel senso deteriore del termine) film all'italiana. Una commedia che non fa ridere, un dramma che non porta a commuoversi. Il semplice e minimalista confronto tra due maschere del cinema italiano: il brigadiere tutto d'un pezzo, Neri Marcorè, che, alla vigilia dell'8 settembre parte da un paesino del Lazio per tradurre un arlecchino dal cuore buono e dalla citazione nobile (il già citato Salemme) al tribunale di Venezia. E che proseguirà indefessamente nonostante tutto, dopo l'armistizio badogliano, gli rovini addosso senza che nemmeno se ne accorga. E il truffaldino più per piacere che per necessità, che ama crogiolarsi nella spensieratezza e nella citazione elevata.
Un confronto che, con la melensa aggiunta di un'immancabile figura femminile, la fidanzata del brigadiere, non aggiunge nulla a quel che il cinema italiano ha sempre raccontato di quel periodo.
Fino a quel finale scarno e doloroso, reso quasi agghiacciante da una morbida voice-off femminile, che rivive retrospettivamente "gli anni belli della vita".
Una pulsione comunicativa così urgente poteva ben non essere ammantata da moine ed equivoci tipici della commedia all'italiana, che tra l'altro incidono assai blandamente sul già poco humor della pellicola.
Un incrocio poco riuscito di dramma all'italiana dai risvolti comici, che si incarta su due stereotipi di personaggio già ampiamente codificati dalla cinematografia nostrana.
Niente di nuovo sul fronte occidentale (anche se quel finale ha la violenza di una pallottola).
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Pubblicato da: Xanadu |alle 17:57 | link | commenti (2) |
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Profumo

Ci sono dei film la cui genesi è semplice e lineare; un’idea, una sceneggiatura, un regista e qualche interprete.
L’origine di Profumo è molto più complessa ed elaborata. La storia è tratta dal più grande best-seller tedesco di tutti i tempi, secondo solamente all’ormai mitico “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Remarque. Pubblicato nel 1985, il suo autore, Patrick Suskind ne ha rifiutato per oltre quindici anni la cessione dei diritti cinematografici. Solo nel 2001, dietro le richieste insistenti di un caro amico, Bernd Eichinger, il grande carrozzone produttivo si è potuto mettere in moto. Uno sforzo notevole, sia a livello di costi (Profumo è uno dei film che sono più costati negli ultimi 10 anni in Germania), sia a livello di script, dato che il romanzo prevedeva lunghissime parti descrittive a fronte di una parte di dialogo estremamente scarna. Alla guida del progetto, dietro la macchina da presa, è stato chiamato Tom Tykwer, i cui due lavori precedenti, Lola corre ed Heaven, hanno diviso critica e pubblico. Ne è nato un film estremamente complesso, costruito con una grandissima prolusione di sforzi registici e scenografici, assemblando un cast che vede, in parti affatto secondarie, attori del calibro di Dustin Hoffman Dustin Hoffman nel filme Alan Rickman.
Tykwer riesce nelle prime, dolorose, sequenze a restituire sullo schermo le sensazioni del piccolo protagonista, Jean-Baptiste Grenouille, che nel sudiciume dei bassifondi di Parigi, riceve in dono dalla nascita il portentoso dono di poter percepire tutti gli odori del creato. Le prime sequenze, dunque, vivono di un contrasto visivo, ricco di immagini anche dure, che riescono a far percepire allo spettatore quell’assembramento di sensazioni che sono proprie del protagonista. Il regista riesce così abilmente a sostituire gli odori con le immagini, creando una misurata frenesia che cattura lo sguardo. Con il crescere del protagonista, e l’entrata in scena del suo maestro, il profumiere italiano Giuseppe Baldini (Hoffman), la storia, appesantita da una voce narrante che forse, a parte la fase introduttiva, sarebbe stata da evitare, assume una fase di stanca, perdendo quella capacità di restituire le sensazioni complesse di Grenouille con le immagini, per rifugiarsi nell’enfasi e nel melodramma. Non facilita questo fastidioso impatto di discontinuità la personalità del profumiere Hoffman, così pittoresca da essere decisiva nel far perdere tutta quella tensione accumulatasi nelle prime, sincopate, battute iniziali.
Sicura abilità di sceneggiatura e del regista, è quella di riuscire spesso ad invertire il punto di vista della storia. Si passa dal considerare Grenouille il fulcro vivido dell’azione, a, soprattutto nella seconda metà, entrando in scena Alan Rickman, mero comprimario, antagonista di una vicenda a cui comunque è necessario come espediente narrativo. Tutto questo fino al gran finale, magnificente e bizzarro, incredibile e stordente, che in due sequenze esplicita quel senso dell’eccesso, quel seme di follia che tutto il film lasciava intravedere tra le immagini.
Profumo è, in sintesi, l’ambiziosissimo progetto di portare nel cinema sonoro un film muto, che ruota attorno a un personaggio che fa di un senso minore, quello dell’olfatto, la sua principale porta di comunicazione con la realtà. Tentativo coraggioso, anche se mostra le corde a più riprese.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 16:45 | link | commenti |
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martedì, 19 settembre 2006
Respiro

Il bianco.
Bianco colore della pace, della speranza. Il colore rassicurante dei panni dei bambini. Il bianco che nella simbologia comune è il colore per eccellenza del bene, della bontà. L'antidoto al nero che inquieta, una luce nel buio.
Il film di Emanuele Crialese è bianco. Un bianco fotografato seccamente, senza ammorbidimenti di sorta. Un bianco, che viene sublimato, grazie anche a una terra, quella di Lampedusa, dai sapori siciliani, che si offre in tutto il suo splendore di mare e di sassi. Una sublimazione che porta il vivido colore del film ad essere insieme pacificante e fastidiosamente abbacinante, emblema di una terra fatta di gente semplice, pulita, bianca, eppur così troppo semplice dal rifiutare la più piccola diversità in nome di una impossibilità a relazionarsi con qualcosa che vada al di là dei propri, elementari, schemi.
Crialese dipinge un film in bilico tra il più sano realismo di scuola italiana, e il metaforismo ricco della sua terra e dei suoi personaggi.
La storia che il regista, tutto pieno di un solido orgoglio siciliano, racconta è attuale, figlia dei nostri tempi, ma affonda le proprie radici in dinamiche antiche, nei sapori millenari della propria isola.
Grazia, una giovane madre di famiglia, viene considerata da tutta l'isola, e dai propri familiari, una pazza. E' la sua gioia di vivere, la sua voglia di andare al di là di quella vita minimalista che la sua piccola realtà può offrire, che la fa mettere all'indice dalla comunità familiare e paesana. Una novella lettera scarlatta, rifiutata per un semplice porsi al di fuori degli schemi, andare al di là di quel che è abituale.Crialese racconta una storia di incomunicabilità, di emarginazione, stringendo l'inquadratura su un microcosmo, ma restituendole un senso globale grazie al luogo scelto, Lampedusa, l'isola delle migliaia di sbarchi clandestini l'anno, l'isola emblema del diverso, del rifiutato. La realtà descritta è consona alle strettezze di vita in cui Grazia è costretta, ma i rimandi e le metafore che vi si applicano rimandano a qualcos'altro, allargandone l'orizzonte.
La forma del film, dunque, si mantiene in bilico tra una descrizione rosselliniana degli spazi e della scena, e il tentativo di riportare sullo schermo quella carica metaforica di cui la protagonista si fa carico.
E' forse questa la parte meno riuscita della pellicola, che sporca quella sua rigida costruzione formale con qualche inserto di montaggio poco riuscito. Bastava una splendida interpretazione di Valeria Golino, forse, per restituirci quella carica di ribellione di cui il film si fa portatore.
Ma d'altronde, Crialese sembra percorrere una lettura più conservatrice, non lasciando intendere se sposandola o meno. Quella di una comunità i cui vincoli di sangue e di tradizione riescono a combattere qualsiasi fonte di disgregazione, anche se proveniente dal proprio seno, pur rilanciando tutto il senso del film nelle mani dello spettatore con un finale che sconvolge qualunque delle letture possibili costruite precedentemente.
Il progetto di Crialese è ambizioso e rischioso, mescolando sensazioni e toni lontanissimi fra loro, innestandoli su un impianto solidamente realista che, qua e là, va a scontrarsi con la verve creativa del regista. Respiro è un film che, pur impuro e imperfetto, si discosta mirabilmente dall'andamento generale del recente cinema italiano, ambendo alla costruzione di simboli e sottotesti all'interno di un impianto logico e progettuale, ambizione che oggi, in Italia, non viene nemmeno sfiorata.
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Pubblicato da: Xanadu |alle 21:46 | link | commenti (4) |
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venerdì, 15 settembre 2006
Uomini & Donne

Julianne Moore

La premiata coppia Freundlich/Moore, il primo dietro la macchina da presa e la seconda, la splendida Julianne, davanti. Uniti affettivamente nella vita i due, dipingono sommariamente un affresco che, con un po’ di ridicola ambizione, la cartella stampa accosta a Manatthan. Un quadrittico di un fratello (Billy Crudup) e una sorella (Julianne Moore), affiancati dai rispettivi compagni (Maggie Gyllenhaal e David Duchovny), che si muovono nel solito contesto alto borghese.
Le dinamiche affrontate non si discostano da quelle che siamo abituati a osservare solitamente in un certo “cinema generazionale” incentrato sulle crisi dei quarantenni. “La solita cinematografia italiana sulle crisi di mezza età, e i classici film transalpini sull’incomunicabilità uomo/donna” si diceva in conferenza stampa.
Il tutto condito da quell’umorismo tipicamente yankee che mal si abbina all’ambizione del regista di dare profondità a consueti personaggi di commedia.
Il marito della Moore non fa altro che cercare un ardito mix tra la classica commedia romantica e l’umorismo alleniano della/nella Grande Mela. Il percorso scelto è azzardato, e l’imperizia di uno script che alterna momenti ben scritti e incalzanti a sequenze surreali e non definite, fa naufragare ben presto l’ambizioso progetto.
Resta un’opera che, dando nelle prime sequenze l’illusione di film corale, si concentra sui suoi quattro protagonisti, snodandosi tra la mitologia della coppia in crisi, adagiata nella bambagia del denaro, autoreferenziali, che finiscono per trovare la propria sicurezza nella solidità di una storia collaudata.
La “tridimensionalità” dei personaggi, tanto evocata (auspicata) dal regista, non si scolpisce mai lungo il film. I personaggi non riescono, in fondo, a non rappresentare quegli stereotipi che gli ideatori gli verrebbero evitare, e che d’altronde sono ben presentati dalla costruzione grafica della locandina.
Il cast è discretamente assortito. Colpisce in particolare un Duchovny che sembra divertirsi in una parte non sua, e gigioneggia senza compiacersi eccessivamente, dando una sfumatura godibile ad una parte, quella del padre affettuoso ma erotomane, che poteva essere benissimo fraintesa.
L’assoluta mediocrità generale del girato non riesce a sostenere la frenesia del giovane regista di fare un grande film, né basta la perizia degli attori o la bellezza dell’avvenente moglie.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:48 | link | commenti (3) |
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Ti odio, ti lascio, ti...

Ti odio, ti lascio, ti… sulla carta dovrebbe essere una commedia romantica. E in effetti la struttura che ci si aspetterebbe è quella delle situazioni equivoche all'interno di una coppia che, pur essendosi lasciata, è costretta a vivere nella stessa casa.
Ma in realtà la costruzione del film non si incentra sulla battuta, sulla catena di equivoci che una situazione del genere potrebbe generare. Lo svolgimento del plot è abbastanza realista, e delinea dinamiche del tutto ordinarie per un uomo e una donna costretti a una convivenza forzata.
Le coppie che si aspettassero da questo film una serata serena all'insegna del lieto fine con tanto di bacio interminabile e musica di sottofondo, rimarranno deluse.
Jennifer Aniston e Vince Vaughn rappresentano una normalissima coppia in difficoltà che affronta una crisi (forse) irrimediabile.
Il muoversi su un palcoscenico patinato e artefatto (la bella casa, la galleria d'arte), unito ad alcuni elementi pittoreschi (l'"orgoglio polacco", l'impresa familiare di turismo), non riescono di certo ad ammantare il film di quella atmosfera di spensieratezza e leggerezza che una commedia made in Hollywood solitamente offre.
Eppure il film cerca in tutti i modi di darsi una cifra esilarante, lasciando ciononostante piuttosto perplessi. Non c'è un vero balzo in avanti, non ci si solleva mai da una mediocrità diffusa. Il tipizzato incontro tra una tradizione di borghesia aristocratica di lei, e il popolarismo di lui, non offre quei risultati esilaranti che una costruzione differente di tutta l'atmosfera del plot avrebbe generato.
Manca sicuramente una "prima donna". La Aniston cinguetta qua e là, e non si può dire che manchi d'ironia e di verve, ma non pone di certo al servizio della telecamera un carisma eccezionale. Lo stesso si può tranquillamente dire di Vaughn, troppo poco caratterista per trascinare il film.
Handicap che si percepisce tanto più che tutta la pellicola si incentra sul rapporto relazionale tra i due protagonisti, uscendo al di fuori del fulcro dell'azione solamente in pochi casi.
La gestione che il regista fa delle sequenze ricorda molto quella di un telefilm: campi fissi sugli esterni degli ambienti in cui si svolge l'azione, per poi costruire dei semplici campo/controcampo per disegnare i dialoghi tra i personaggi.
Tutti questi aspetti non aiutano a far rimanere impressa una storia che, per gli amanti della commedia romantica, sarà una brutta delusione, ma che potrebbe riservare qualche piacevole sorpresa a coloro che del buonismo e dell'happy-end non fanno una propria bandiera.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:44 | link | commenti |
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Un film in due parole: Miami Vice

Ma perchè Mann ha fatto Miami Vice? Un film simile, con un plot e un testo del tutto vicini alle corde del regista, ma senza l'ingombrante presenza di uno dei telefilm che hanno fatto la storia della televisione, che ingabbia il regista in una paura filologica del tutto giustificata, si sarebbe ricordato come una pellicola memorabile, come Mann ci ha abituato a vedere.
Ma con la costrizione buonista del background del soggetto Mann si limita a dipingere in modo splendido una banalotta vicenda di malavita e polizia, degna al massimo di un Jack Rayan qualsiasi. Certo, lo fa in maniera precisissima e coerente, condendo il tutto con una fotografia scarna e densa al tempo stesso. Ma i personaggi non godono di quella profondità alla quale Mann ci ha abituati, la sceneggiatura di quel respiro epico nella quotidianeità, l'antagonista di quella tridimensionalità che lo rendeva ambiguamente accattivante.
Per cui viene semplicemente da chiedersi: perchè Mann ha accettato di girare un film gravato dalla pesante incombenza del più classico "american style of life", senza lasciarsi andare in un progetto del tutto privo da vincoli, anche psicologici, di sorta?
Si è passati da "Un grande film" a "Un grande film ma...".
Peccato.
Ma anche no.

Pubblicato da: Xanadu |alle 00:38 | link | commenti (2) |
un film in due parole



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