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Non sappiamo ad oggi come aprirà, né tantomeno come chiuderà, la Festa del Cinema organizzata dal 13 al 21 ottobre a Roma. Probabile la presenza di Sean Connery, quasi certa quella della splendida Nicole Kidman.
sì su un aspetto del cinema se vogliamo distante dall'impostazione tradizionale festivaliera, che integra e completa dunque la Mostra veneziana.
mergono e danno lustro e interesse al movimento industriale e culturale legato al cinema, ma ne debba addirittura criticare con acrimonia in modo preventivo la qualità e la bontà del progetto.11:11. Ci si aspetterebbero riferimenti alle Twin Towers, a O
sama e compagnia cantanto.
Il titolo non tragga in inganno, siamo alla presenza di un (consueto) thriller soprannaturale che gioca sull'ennesima combinazione numerica generatrice di paura e morti varie.
E non tragga in inganno nemmeno l'incipit, secco, sporco, che ha il pregio di disorientare lo spettatore, e il difetto di introdurre ad un film che non manterrà nemmeno una delle promesse che aveva posto in essere nei suoi primi minuti.
I primi minuti ci presentano una vita di provincia senza filtri (tecnici e narrativi), di una semplicità disarmante, raccontandoci del dramma che la protagonista subisce, di veder uccisi i genitori da due sbandati capitati nella fattoria per caso.
Tutto il resto del film, ci parla, al contrario, della giovinezza della ragazza, segnata da un dramma che ovviamente cela, dietro alcune dinamiche insolite e per l'epitaffio segnato da uno degli assassini, "11:11", il lato paranormale della vicenda.
La realizzazione si rivela a lungo andare poco più che televisiva, nel senso meno lusinghiero del termine, con una regia incerta - del quasi sconosciuto Michael Bafaro - che a più riprese non sa in quale direzione volgere la propria direzione degli attori e della scena, ma, più prosaicamente, anche la semplice inquadratura.
Si aggiunga poi una pessima attrice, Laura Mennel, che, forse adatta a un palco di teatro, affronta la parte grottescamente, enfatizzando fino all'esasperazione l'unica espressione di spavento del suo repertorio, ottenendo spesso, suo malgrado, l'effetto contrario.
Per il resto siamo in presenza dell'amico immaginario (o forse no) autore (o forse no) dei delitti, di una risoluzione del mistero che appare quasi improvvisata e non del tutto narrativamente comprensibile, del bullo-brutto-e-cattivo e del principe più o meno azzurro e via discorrendo.
Sembra quasi si tratti di una favola della Disney incattivita e incazzata apposta per un pubblico adulto, ma con le evoluzioni psicologiche e i caratteri immutati nella trasposizione.
Un film di cui nessuno sentiva (e tuttora sente) la necessità. Peccato però, perché quell'incipit…
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Un film in
due parole: A ciascuno il suo destino
Mitchell Leisen dirige senza infamia e senza lode un film di cassetta, che strizza furbescamente l’occhio al melodramma traendo dalla facile lacrima tutti i vantaggi possibili. Un film che si potrebbe definire quasi “falso”, intriso di una retorica dell’abbandono e dello struggimento che strideva già nella non poco ovattata cinematografia anni ’40.
La pellicola trova un suo labile perché nell’interpretazione di Olivia de Havilland, che, diretta magnificamente, si aggiudicò l’Oscar come migliore attrice - ne vincerà un secondo con L’Ereditiera di Wyler - e passerà alla storia per il suo emozionantissimo ringraziamento a ben 27 (ventisette!!) persone.
Madre addolorata, straziata e distrutta, ma anche coraggiosa e testarda, la de Havilland “è” il film. Sulla sua interpretazione strappalacrime si fonda tutto il disegno di Leisen, che si limita ad assecondare la bravura (ma anche l’istrionismo) della sua attrice.
Tutto sommato un film monocorde e monotematico, che, giustamente, non ha segnato un passo decisivo nella storia dei film del genere.
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Un film in due parole: Agostino
Grandissimo insuccesso, sia di critica che di pubblico, Agostino fu uno dei tanti classici contemporanei della letteratura ai quali Bolognini attinse per i suoi film.
Una brava Ingrid Thulin, musa di Bergman (con lui miglior attrice a Cannes ’57) e attrice di Resnais eVisconti, è la madre vanesia del giovane Mario Bartoletti, alla sua prima e unica apparizione sul grande schermo.
Ricalcando fedelmente il libro di Moravia, Bolognini mette in scena uno dei suoi film più duri e scomodi, che non lascia spazio a sequenze consolatorie e rassicuranti, anche se rivela una cifra sicuramente più pudica e sfumata di quella che emergerebbe pedissequamente dalle pagine scritte.
La pellicola è oggi quasi introvabile, e non ci risulta sia mai passata per cineforum o retrospettive, come d’altronde non se ne ricorda un passaggio sul piccolo schermo.
Agostino non è di sicuro l’opera più riuscita del cineasta toscano, morto cinque anni fa a Roma, ma è di sicuro uno spaccato asciutto e sincero del modo di pensare del primo dopoguerra, attraverso la sensibilità di un bravo cineasta e la dura grandezza di un gigante della letteratura del ‘900.
Come lo stesso Moravia disse, offrendo uno scorcio esaustivo sulla dinamica del rapporto tra il ragazzo e le proprie (cattive) compagnie, ma anche del sistema di rapporti teorizzato dal libro e dal film: “I ragazzi gli fanno scoprire, con dolore e lacerazione, ciò che Marx e Freud dimostrano nei loro libri: che in fondo ai rapporti sociali e ai rapporti familiari non c’è innocenza”.
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Un film in due parole: Amore folle Ultimo degli otto film diretti dal celebre direttore della fotografia di Lang e Murnau, Amore Folle è uno dei classici del genere horror. Relegato un po’ nell’ombra di classici immortali come Nosferatu o Dracula di Tod Browning, ma anche dalla Mummia, dello stesso regista tuttavia Amore Folle si connota per un bianco e nero sfolgorante, a sostegno di una storia serrata e incalzante. Si potrebbe, a ragione, definire una versione hoolliwoodyana del patrimonio espressionista tedesco.
Tratto dal romanzo “Le mani d’Orlac” di Maurice Renard, già trasposto sul grande schermo negli anni ’20, il film viene riadattato splendidamente per il cinema da Karl Freund, sostenuto nel suo intento dalla splendida interpretazione di Peter Lorre, che cela dietro ad un aspetto impacciato e timido la vera natura del suo personaggio.
Film che resiste al passare del tempo, e che mantiene anche oggi spunti interessantissimi per il dibattito attuale, come sottolinea Deniele Brolli in un suo recente scritto: “…anche se questa storia ha recentemente trovato conferma nella cronaca (ricordate l'uomo ossessionato dalle sue nuove mani e desideroso di ritornare monco?), nella nostra società del trapianto la fobia del rigetto non è ormai più ammessa”.

Un film in due parole: Addio Mr. Harris
Addio Mr. Harris (The browning version, nell’originale) è un solido film di formazione, che ha posto le basi per tutto il genere, pur essendo, oggi, quasi dimenticato. Asquith è amaro e preciso nel delineare la vita di un uomo, un insegnante, profondamente disilluso nei confronti del suo mestiere, di tutto il suo sistema di riferimento. “…Mi dispiace perché non vi ho dato quello che avevate il diritto di domandarmi come vostro maestro: simpatia, conforto morale, umanità… Ho avvilito la vocazione più nobile che un uomo possa seguire: la cura e la formazione dei giovani…” dirà nel suo discorso d’addio alla classe. In mezzo a questo mare d’ombra, uno squarcio di luce abbaglia la parte centrale della pellicola, l’incontro/scontro tra il maestro, un perfetto Michael Redgrave, e un suo alunno, sull’interpretazione dell’Agamennone di Eschilo. Subita come una sconfitta, sarà la vera, unica, vittoria del Mr. Harris professore, suggellata dal dono che il suo alunno gli offre della rara traduzione di Browning della tragedia (ecco spiegato il titolo originale).
Pilastro del genere, un film assolutamente non manicheo, nel quale emerge, per usare le parole di Ezio Leoni, “…la vera, lacerante anatomia delle ipocrisie dei ruoli docenti e della missione educativa.”
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Un
film in due parole: Ambra
Preminger, al suo quinto film, dirige un imponente pellicola in costume, come imponeva la moda di quegli anni. Non cade nel facile errore dell’eccesso di fasto e nella spettacolarizzazione del girato, ma organizza il molto materiale in maniera originale e fresca.
Un’epopea d’amore che vede una discreta Linda Darnell impersonare Ambra, eroina sorprendentemente disinibita (per l’epoca), di un romanzo di Kathleen Winsor, spigliatamente amante di almeno quattro uomini diversi nel corso del film. Preminger azzardò un kolossal dalle tematiche non ortodosse, creando una perfetta corrispondenza tra lo stile di ripresa e montaggio, e le tematiche messe sulla scena.
Forse per questo azzardo, forse perché non sostenuto di certo da una buona prova attoriale, il film non ottenne sicuramente il successo che i produttori si aspettavano, risultando, anzi, un mezzo flop. Fu tuttavia importantissimo nel delineare un abbozzo di quello che fu poi uno dei temi fondamentali della cinematografia di Preminger: la libertà, il suo anelito vitale, le sue potenzialità, ma anche i suoi tragici, inestirpabili, limiti.
David Raskin si conquistò una nomination per l’Oscar per la colonna sonora.
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I distributori italiani hanno provato a far man bassa della scia di successo tracciata dal (quasi) omonimo Saw - l'enigmista, per lanciare con un titolo analogo il film che in America si conosce come Cry_wolf.
Le analogie tra i due lavori si fermano all'assonanza del titolo.
Nickname: l'enigmista è un college-movie dei più classici, che si richiama al patrimonio di Scream e affini, mirando a scoperchiare attraverso il genere le paure e la psicologia del mondo adolescenziale.
Ambientato interamente all'interno di un campus studentesco, luogo sincretico e riassuntivo di una certa condizione giovanile, luogo di estrema libertà, di distacco dalla "serietà" del mondo adulto, e insieme prigione, isola (in)felice di speranze e paure, il film si dipana senza eccessive sorprese o momenti di alto cinema.
Il regista, Jeff Wadlow, non punta sul realismo o sulla verosimiglianza della vicenda. Anzi, tende a gettare un velo di incongruità e di lontananza dalla storia, quasi volesse celare tra le pieghe visibili della narrazione, nel girato, la soluzione non decrittabile dei suoi misteri.
Questa operazione, portata avanti da una narrazione non del tutto coerente ed omogenea, e coadiuvata da una fotografia patinata e vagamente televisiva, alterna momenti riusciti ad altri meno, creando qua e là un eccessivo senso di spaesamento e un'effettiva e reale disorganicità narrativa.
La sceneggiatura tenta di mescolare, non riuscendoli ad amalgamare perfettamente, elementi tradizionali del genere, la (quasi) seduta spiritica, il passamontagna (arancione, però!) e il coltello, con la nuova tecnologia che condiziona pesantemente la vita adolescenziale odierna: l'instant messenger ( e giù di product placement con Aol) il videofonino digitale e via discorrendo.
Operazione questa lodevole, ma non sviluppata al massimo delle proprie potenzialità. Interessante comunque l'introduzione di elementi così "quotidiani" inseriti in un contesto horror, chiaro (e critico) riferimento alla quotidiana socialità ma anche elemento di identificazione, e dunque di maggior disturbo, per gli spettatori delle nuove generazioni.
La costruzione del film si poggia infatti intelligentemente sul tentativo di creare tensione attraverso la costruzione scenica, rifuggendo la meccanicità degli splatteristici "schizzi-di-sangue-e-budella" dei quali oggi si abusa non poco.
Una pellicola dignitosa dunque, che ha però il gravissimo difetto di mostrare cose già viste un centinaio di volte, e di non farlo in una forma migliore di tanti altri.
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Il ritorno dei fratelli Vanzina sul soggetto che aveva creato un cult degli
anni '80, quello di Eccezzziunale... veramente, si rivela un successo per alcuni aspetti, ma un boomerang per altri.
Andiamo con ordine.
Lo schema riproposto è quello tradizionale, nella cui semplicità e schematismo si basava l'efficacia dello spunto del film del 1982. Ci sono i soliti tre tifosi, dunque, tutti e tre impersonati da un Diego Abatantuono in forma, che a distanza di tempo, chi più e chi meno, rivivono i vecchi fasti. Donato, il ras della fossa, che ha messo su un ristorante sulla spiaggia, Franco il barista interista, sempre appresso a debiti e fatture, e Tirzan, il camionista juventino, che, dopo un coma di quindici anni, si risveglia senza memoria e con la moglie (Sabrina Ferilli) convivente con un suo compagno delle elementari.
Incipit secco, che sfrutta il radicato ricordo del primo capitolo della saga per saltare inutili introduzioni o lunghi incipit. Stona a questo proposito la voce narrante, che, piena e ovattata che manco nelle puntate più soporifere di Quark, si impegna a spiegare pedantemente alcuni, già evidenti di loro, passaggi della trama.
A parte qualche piccola sfumatura negativa paga l'aver riprodotto, senza troppe aggiunte e arzigogolamenti, lo schema di base del vecchio film di Carlo Vanzina, schema sul quale si fondava il successo e la freschezza della comicità del film.
Mantenuto (e come farne a meno) anche l'altro pilastro dell'architettura filmica, la presenza carismatica del poliedrico protagonista Diego Abatantuono.
Nonostante manchi dell'"effetto sorpresa" di vent'anni fa, e di una carica innovativa che, per certi ver
si, fece scuola, all'attore milanese d'adozione va riconosciuta una sicura presenza scenica. E' il suo personaggio che si fa fulcro dell'immagine, e imprime il ritmo dettando i tempi a tutte le sequenze.
E questi, che sono i punti di forza del film, ne minano al contempo il brio e la freschezza.
La ricerca di uno stereotipo filmico ormai indissolubilmente legato a una determinata pellicola e a un determinato periodo, rallenta la meccanicità di un ingranaggio che si voleva perfetto.
Lo schema è riproducibile, sì, ma per renderlo appetibile e non pedissequo, deve essere arricchito da un taglio nuovo, da una nuova vis comica. Purtroppo la scelta ricade, non sappiamo con quanta volontarietà, sul situazionismo e sulle facili gag di un "Natale in Uzbekistan" qualunque, non rendendo ragione a una cifra comica che non era di certo sottile, ma che conservava una propria specificità che qui viene accantonata su due piedi.
Anche il ruolo di Abatantuono, per quanto sia l'unico a uscire integro da questa prova, è usurato dagli anni, e privo di quella rivoluzionaria novità che ne favorì il forte impatto.
Si può dire così che quelli che sono i punti di forza del film, sono anche quei passaggi che contribuiscono ad abbassarne il tono, vuoi perché effettivamente logori, vuoi perché sviluppati male.
A noi piace rimanere nell'82, augurandoci che un capitolo terzo non veda mai la luce, anzi, il buio delle sale.
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