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domenica, 23 aprile 2006
Alida Valli 31-5-1921 / 23-4-2006

Alida Valli in "Stasera niente di nuovo"

Pubblicato da: Xanadu |alle 15:25 | link | commenti (3) |

Italian DVD Awards

Giornata d’eccezione Il logo della manifestazionemercoledì 12 aprile per l’Auditorium di Roma. Nella sala Petrassi del centro congressi romano si è tenuta la serata di premiazione dei migliori Dvd italiani dell’anno.

Gli ”Italian Dvd Awards”, ricalcando il modello generale degli Oscar, hanno premiato, infatti, i migliori prodotti dell’industria italiana, suddividendoli in categorie e facendoli selezionare da un’apposita giuria.

Il premio nasce a partire dalla più ampia cornice di “Progetto Dvd”, un’associazione che raduna esperti del settore dell’home entertainment e dell’industria cinematografica italiana. “Progetto Dvd”, parte dalla considerazione, del tutto oculata, che la fruizione del cinema in senso lato avviene oramai maggiormente tramite il supporto “casalingo” che in sala. Ma allo stesso tempo, come si legge nel manifesto dell’associazione, “il Dvd si è imposto come lo strumento più innovativo e versatile per fruire il cinema a casa, dimostrandosi al contempo un mezzo capace di stimolare e arricchire lo spettatore e il grande cinema delle sale, divenendone un importante alleato e non un concorrente.”

E’ dunque su questa duplice considerazione, quella del Dvd come supporto privilegiato per la visione di film, e del Dvd stesso come prezioso alleato del cinema in sala, che che nasce quella che, ad oggi, è la più importante e rilevante iniziativa dell’associazione, quella degli Oscar dei dvd nostrani.

Un dato indicativo sull’importanza della manifestazione ce lo offre la composizione della giuria. Troviamo attori di primo piano del panorama italiano, quali Stefano Accorsi, Jasmine Trinca, recente protagonista del discusso film di Moretti, Nicoletta Romanoff e Giorgio Pasotti. Registi del calibro di David Greco ed Enzo Monteleone, e critici del livello di Enrico Magrelli e Paolo Mereghetti. Per dar ancor più lustro al team dei giurati, che hanno selezionato i vincenti nelle varie categorie segnalati da 300 giornalisti del settore, anche i direttori dei festival di Venezia e di Roma, Marco Muller, Mario Sesti e Felice Laudadio.

Il tutto sotto la direzione artistica del Presidente (non votante) Marco SpIl dvd vincitoreagnoli, giornalista e critico cinematografico.

Ideatore di “Progetto Dvd” e fautore del premio, gran mattatore della serata, è Norberto Vezzoli, da anni grande appassionato del settore e direttore dell’omonimo studio di marketing e comunicazione.

Anche grazie al suo grande lavoro, è intervenuta all’evento quella che un comunicato considera la “meglio gioventù” del cinema italiano. Da Enrico Lo Verso a Cristina Moglia e Fabio Troiano, per arrivare a Gian Marco e Maria Sole Tognazzi, Elisabetta Rocchetti ed Ernesto Matieux, fino a Serena Dandini.

Grandissimo l’interesse per la presentazione dei dischi in gara, che è stata affidata a Daniela Poggi e Joe Denti, coadiuvati nell’aspetto tecnico da Spagnoli e dal critico Claudio Masenza.

Cinque i Dvd in lizza per la categoria più importante, quella dei “Miglior Dvd”. Cinque film importantissimi nella scorsa stagione, come “La guerra dei mondi”, “Le crociate”, “La vendetta dei Sith”, “Million dollar baby” e “Old boy”.

Molto interessanti le quattro categorie che si rivolgono esclusivamente al cinema nostrano. Si tratta di “Miglior Dvd italiano”, “Miglior Dvd classico italiano”, “Miglior Serie o Film tv italiano” e “Miglior documentario italiano”. In corsa sia i grandi successi della scorsa stagione, come “Manuale d’amore” o “Le conseguenze dell’amore”, che film più di nicchia, come “Un’ora sola ti vorrei” di Alina Marazzi o “Viva Zapatero!”, documentario d’inchiesta di Sabina Guzzanti che fu un piccolo caso nella scorsa stagione.

Ma gli Awards affrontano il mondo dei dvd a tutto tondo, prevedendo uno spazio consistente per i Dvd musicali, fenomeno relativamente recente nel mercato di settore, che si sta conquistando sempre più spazio. E così nella sezione “Miglior Dvd musicale”, oltre alle due raccolte di musica di genere “The blues” e “The history of rock and roll”, troviamo “Il fantasma dell’opera”, grandissimo musical di Lloyd Webber. Anche in questo campo particolare attenzione viene dedicata al prodotto nostrano, che vede scontrarsi tre grandi artisti del presente e del passato, come Franco Battiato, Vasco Rossi e i Dik Dik, con i loro relativi Dvd.

La grandissima affluenza di pubblico e di addetti ai lavori non ha dunque stupito, vista l’unicità di un premio del genere nel panorama cinematografico e produttivo italiano, encomiabile sia nell’intento “artistico” più alto, che nella funzione di pubblicizzazione e di cassa di risonanza per tutto il mercato del settore.

Pubblicato su Le stanze del cinema, n°6/30 aprile 2006

Pubblicato da: Xanadu |alle 14:43 | link | commenti |
eventi, le stanze del cinema

Incontro con Ezio di Monte

Nell’ambito dell’incontro promosso dalla sezione Cinema dei Democratici di Sinistra, nella quale sono stati presentati dei contributi video (il documentario “Oltre il cinema: il cinema” di Donatella Francucci) e multimediali (il blog: www.dscinema.ilcannocchiale.it ), e in cui sono state declinate in ordine sparso tutte le proposte del partito in materia, abbiamo l’opportunità di incontrare Ezio Di Monte, memoria storica della scenografia italiana, attualmente nel direttivo della sezione Cinema del partito di Fassino.

Dietro i baffi e gli spessi occhiali mostra una vivace voglia di illustrare le proprie idee, più che sul cinema, su come vorrebbe che laEsterino Montino - segretario DS a Roma settima arte fosse trattata dai nostri politici.

“La nostra sezione nasce più di un anno e mezzo fa. L’esigenza è quella di mettere in contatto il partito con tutte quelle che sono le attività produttive legate al cinema. Nel nostro direttivo ci sono tecnici, mestieranze, rappresentanze sindacali. Non era possibile una mancanza totale del partito su questi temi. Abbiamo anche contribuito alla stesura del programma dell’Unione”.

L’iniziativa si rivolge solamente alla realtà romana? gli chiediamo.

“Ovviamente nasce dalla realtà romana, ma si rapporta con tutta la realtà del paese. Ci siamo impegnati in una grande raccolta di materiale a tutti i livelli. Abbiamo intenzione di continuare su questa linea per promuovere incontri a tutto campo”.

Come giudica la situazione attuale alla luce di tutto il lavoro che avete fatto?

“Attualmente la situazione è drammatica. In tutto il Lazio tutto il mondo che si muove attorno al cinema consta di circa 200.000 persone, delle quali il 90% solo nella città di Roma. Un primo e decisivo colpo mortale è stato il taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo. I 3/4 dei film in questo modo sono rimasti a casa, e con loro i ¾ degli addetti tecnici, degli artigiani, degli operatori e degli attori. Il cinema movimenta viaggi, ristorazioni, noleggi e artigianato. Senza finanziamento si ferma tutto un mondo. Il Fus è stato tagliato negli ultimi tre anni del 50%”.

Ci viene il dubbio e lo interrompiamo. Ma possibile che non ci siano situazioni che camminino con le proprie gambe?.

“Certo – ci risponde – ci sono alcune situazioni. Ma sono rarissime. Basti pensare al centro sperimentale, che per mancanza di fondi dovrà ridiventare biennale invece che con corsi annui dopo non so quanto tempo. Se si colpisce il cinema, si va a ferire un settore che è inscritto nel dna culturale del nostro paese”.

A questo punto Di Monte stupisce veramente, andando a toccare riferimenti che, data la piega del discorso, mai ci si sarebbe potuti aspettare, forse un po’ azzardati. “Per risvegliare la cultura nel nostro paese occorrono tre tipi di mobilitazioni. Quella che segua le orme dell’Umanesimo, di tipo intellettuale e riflessivo. Una fortissima mobilitazione artistica, prendendo esempio da quel che è stato il Rinascimento italiano e un puntare tutto sulle capacità dell’uomo, vera e propria rivoluzione come potrebbe essere quella illuminista. Se non recuperiamo queste tre tracce e non le aggiorniamo non ci sarà futuro per il nostro paese”.

Cerchiamo di riportare il tutto su un terreno più sporco e combattuto, e gli domandiamo un parere sull’operato delle commissioni governative, a proposito del quale prende una posizione molto soft. “Le commissioni hanno amministrato discretamente quel poco che gli è restato da gestire” si limita a dire.

Gli chiediamo, curiosi, con chi abbia lavorato.

Ho cominciato nel 1967 con un film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. – ci risponde con entusiasmo – Poi ho lavorato con Rosi, con Rossellini, la Cavani e, più recentemente, con Scola. L’ultimo a cui sto lavorando è un film di Virzì su Napoleone, che uscirà prossimamente al cinema. Poi ho fatto moltissima pubblicità e qualche corto”:

Ma Di Monte non ha tempo di parlare del buon vecchio cinema. Il dibattito vero e proprio sta per iniziare, e bisogna prestare occhi e orecchie allo sproloquio di cifre e slogan dal quale stiamo per essere sommersi

Colloquio pubblicato su Le stanze del cinema, n°6/30 aprile 2006

Pubblicato da: Xanadu |alle 14:31 | link | commenti |
interviste, le stanze del cinema

Se solo fosse vero

Sulla falsa riga del successo di Sunshine of the Spotless Mind le commedia romantiche con tendenze all'esplorazione del soprannaturale hanno preso piede nel sistema di produzione delle major. La Dreamworks saggia il terreno con Se solo fosse vero, pellicola tratta dall'omonimo romanzo di Marc Levy, autore che rappresenta un vero e proprio caso letterario in Francia.
La paternità nobile della letteratura non garantisce assolutamente la che venga realizzato un buon film. Eppure contribuisce a dare una certa solidità d'impianto alla storia, la quale, pur non spiccando per brillantezza e profondità, si svolge con un certo garbo, riuscendo a tratti a coinvolgere emotivamente.
Il livello della percezione e dell'immedesimazione pare però l'unico sul quale il film riesce a muoversi. Fin dallo stereotipato inizio, per proseguire nell'analisi dei propri protagonisti, la costruzione della storia appare un po' troppo compiacente, troppo alla ricerca della lacrima o del sorriso, pur riuscendo equilibrata e precisa nell'assemblamento.
Il tema di partenza, l'humus sul quale lo script viene costruito, è la più classica delle storie d'amore, che risponde alla più classica delle strutture narrative. La donna in carriera che incontra un uomo che a prima vista lo disturba, ma poi se ne innamora, vive una serie di alti e bassi, e ci si mette insieme. Bacio, dolly verso l'alto, lieto fine e lacrimuccia che scorre via.
Questa classicità, nel senso consuetudinario del termine, unita ad una solida base di scrittura, rende il film piacevole, ma dallo sgradevole sapore del "già visto".
L'elemento veramente innovativo è il mancato svolgersi del secondo punto della consueta scaletta, "l'incontro". La ragazza, una dottoressa, infatti entra in coma proprio la sera del programmato incontro. E sarà il suo spirito (se lo si vuol chiamar così) ad entrare nella vita del suo lui promesso, dando vita ad un fantasmatico tira e molla di equivoci, che sfoceranno in un più che ovvio happy end. Elemento narrativo che dunque si pone come pretestuosa innovazione del struttura filmica, e che in realtà ne costituisce una semplice variante stilistica.
Il film viene affidato alle mani di un emergente Mark Waters, già regista del remake di Quel pazzo venerdì e di Mean Girls, che se la cava senza infamia e senza lode, portando a casa un risultato appena sufficiente.
Ma il pezzo forte che la produzione mette sul tavolo è la coppia di attori protagonisti. Il premio Oscar Reese Witherspoon, fresca di statuetta per il biopic sulla vita di Johnny Cash Walk the line, una delle donne emergenti nell'orizzonte hollywoodiano. Accanto a lei il poliedrico Mark Ruffalo, che riesce a passare con discreta disinvoltura da ruoli cupi e seriosi (il poliziotto di Collateral) a toni e colori tipici della commedia.
Tutto considerato, Se solo fosse vero è una discreta storia d'amore, costruita seguendo meticolosamente tutti gli stereotipi e le cifre della tradizionale commedia romantica, cercando di alzare un po' il tiro attraverso la tematica soprannaturale.
Scarsi gli esiti.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 13:00 | link | commenti |
recensioni, castlerock

domenica, 09 aprile 2006
...E se domani


Dalle corde di una coppia come quella di Luca (Luca Bizzarri) e Paolo (Paolo Kessisoglu), che si sono fatti conoscere al grandissimo pubblico del piccolo schermo prima come "iene" e poi per la striscia personale di Camera cafè, oltre ad aver avuto excursus nel grande schermo attingendo a piene mani nel genere della commedia, ci si aspettava un film forse del tutto scanzonato.
Al contrario ci si ritrova davanti ad un film che, attraverso un filtro sarcastico e scanzonato, affronta temi dal sapore e dal colore della ricerca introspettiva e socio/economica. N certo dono lo si offre a partire dal titolo, quella languida canzone di Mina, ... E se domani (ma, all'ennesimo titolo tratto da una canzone, che ci si debba porre delle domande?) che incornicia tutta la pellicola.
Il giovanissimo regista palermitano, Giovanni La Pàrola, maturato al DAMS bolognese, insegue con la sceneggiatura il tessuto di una storia reale di degrado, costellata di una serie di dinamiche grottesche, cercando di virare decisamente sul lato passionale e sentimentale della questione.
Dà vita in questo modo ad un film in bilico tra il thriller, l'accusa sociale contro il mondo delle banche, da una parte, e la faciloneria tipicamente italica dall'altra, la storia d'amore, e che il duo comico cerca di riportare continuamente negli stilemi del proprio genere di comicità.
Si genera in questo modo un pastrocchio visivo e narrativo, costretto tra uno script a tratti incomprensibile (si pensi alla "mano d'oro"), personaggi interessanti nei primi minuti ma che si rivelano assolutamente monocordi, e scelte di regia che, nel tentare di valorizzare al massimo i propri attori, si perde in una infinità di primi piani, la maggior parte della quale inutili, alla lunga snervanti.
Un film che si attorciglia su sé stesso, che non riesce ad esprimersi appieno in nessuna delle strade che tenta di amalgamare assieme. Un peccato, visto le potenzialità dei due protagonisti (che però al di fuori del proprio ruolo di duo televisivo rendono meno), viste le strade di inchiesta socio-culturale che sarebbero state da percorrere in ben altro modo, e vista anche una certa perizia del regista che qua e là affiora. La tentazione di creare un ibrido, terreno pericolosissimo nell'assenza di solide basi, ha prevalso su tutto, facendo perdere di mordente tutto l'impianto visivo e narrativo.
E d'altronde la distribuzione in sala a distanza di due anni dalla produzione dovrebbe far riflettere…

 

Conferenza stampa

 

Incontriamo in una calda primavera romana Giovanni La Pàrola, regista del film E se domani, Beppe Caschetto, il produttore, e gli interpreti Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Mentre con i primi due si discute di cinema e affini, per Luca e Paolo è un continuo di battute e di gag, molte delle quali impossibili a trascriversi.

Come si fa ad ottenere i diritti di una canzone di Mina ("E se domani" ndr)? E' pensabile vedere Luca e Paolo "scoppiati"?

Beppe Caschetto: Per le musiche è stato molto più facile di quanto credessimo. Sono stati disponibilissimi. Io sono l'agente di Luca e di Paolo, e ho ricevuto molte proposte sia per l'uno che per l'altro da solisti. Devono decidere loro, di volta in volta, ma io personalmente sono contrarissimo a un'ipotesi del genere, sono una coppia solidissima.

Luca: Se trovo uno più bravo di Paolo faccio un film con lui!

Il film è tratto da un fatto reale. Quali sono le differenze tra la cronaca e il film?

Giovanni La Pàrola: Noi abbiamo puntato decisamente sul lato sentimentale della vicenda. Il personaggio vero voleva realmente tornare in carcere dai domiciliari perché la donna per la quale aveva compiuto la rapina lo cornificava continuamente, non ne poteva più. Il film punta tutto su questa storia d'amore, sul lato passionale.

Come mai questa scelta musicale molto anni '60?

Giovanni La Pàrola: Volevamo creare una certa suggestione che facesse concentrare lo spettatore solamente sui personaggi, senza dare particolari riferimenti o appigli spazio-temporali. Abbiamo preferito, anche attraverso un certo uso delle musiche, una forte stilizzazione del tutto.

Come avete lavorato sui personaggi?

Paolo: Io penso che si possa interpretare benissimo un personaggio senza far affezionare particolarmente il pubblico. Il mio è un personaggio tirchio nell'animo, nei sentimenti, oltre che per quanto riguarda i soldi. E' incapace di vivere ciò che ha. Non saprei proprio dire che tecnica o che approccio abbia usato. Posso dire che gli ho costruito tutta una serie di piccoli tic che nel film si notano bene.

Luca: A me piace moltissimo che alla fine del film io non paghi l'avvocato, mentre nella vita non capita mai. E il bello è che in più l'avvocato è Paolo! Nemmeno in "E allora mambo!" lo pagavo, e anche lì era sempre Paolo…

Che momento è questo per la produzione di film italiani?

Beppe Caschetto: Sono convinto che il cinema in Italia non debba essere solo una questione romana. A Bologna abbiamo un grandissimo materiale umano e culturale per fare film, basti pensare all'Università o alla Cineteca. Noi abbiamo chiesto un aiuto a Mediaset che ha sposato appieno il progetto, senza nessuna intrusione, e ha coinvolto Medusa. Avevo voglia poi di fare un film con una coppia come Luca e Paolo. Il problema oggi non è tanto produttivo, ma di distribuzione, di collocazione distributiva. I distributori oggi hanno moltissima diffidenza verso il cinema italiano.

Se foste stati presenta al faccia a faccia tra i due leader, che domanda avreste fatto?

Luca: Beh ma questa è la campagna elettorale in cui nessuno ha fatto domande. La prima domanda sarebbe stata se potevo fare una domanda…

Paolo: Io giusto l'altro giorno stavo vedendo Porta a Porta. In effetti non si capisce bene che cosa dicano, si parlano un po' addosso. La loro preoccupazione è solo quella di convicere gli elettori a votare, non si pongono all'interno di un dialogo. Per cui, almeno noi, non capiamo bene cosa dicano.

Luca: Ma che eravamo dei "coglioni" lo sapevamo già…

Pubblicato da: Xanadu |alle 12:50 | link | commenti |
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mercoledì, 05 aprile 2006

Un film in due parole: Il Caimano

Non è un film politico per come è stato pensato o vissuto. Non è un film su Berlusconi per come è strutturato. Il Caimano è intrecciato e intessuto di cinema, come solitamente usa Moretti. Un film su un film, questa volta più teso, più attento e dunque più esasperato agli elementi che propriamente sono insiti nella costruzione di un film. Un film sull'amore di Moretti per il cinema dunque (e sul nostro per la Trinca, direi), sul quale basa tutto il dipanarsi del film (che, sotto questo punto di vista, ha piacevolemte colpito, nella misura in cui ci ha sempre colpito Moretti, anzi forse un pò meno). Il problema è quel finale, così avulso, staccato da tutto il resto, e (anche) per questo tronfio, autocompiaciuto. Quel finale volgarmente politico, che si imbarbarisce ancor più per la presenza del regista stesso sullo schermo. E poi quelle ipocrite dichiarazioni prive di coraggio sulla data d'uscita, quelle menate su ipotetici termini anticipati della legislatura, non prevedibilità di bla e bla e bla.
Abbiamo rivisto, un pò sporcato dagli anni, il Moretti di Ecce Bombo e di Sogni d'oro fino a dieci minuti dalla fine. Poi ci siamo persi nella frenesia dell'esplicito cinematografico, perdendo del tutto l'ellisse sarcastica, cifra peculiare del regista

Pubblicato da: Xanadu |alle 22:23 | link | commenti |
un film in due parole

sabato, 01 aprile 2006
Sick Girls

All'interno della serie partorita dalla mente geniale di Mick Garris, spicca sicuramente per il suo taglio (auto)ironico l'episodio di Lucky Mckee, il giovane promettente del lotto, inserito nel progetto in virtù del suo ottimo esordio di qualche anno fa: quel May piccolo cult oltreoceano, quanto misconosciuto dalle nostre parti.
Sick girl, almeno in tutta la sua prima parte, assume i tratti della commedia mordace. E ci presenta un personaggio femminile insolito per un genere, quello dell'horror, che tende a volte a prendersi spesso troppo sul serio. Angela Bettis incarna infatti - in piena continuità con il suo personaggio in May - il prototipo di ragazza bruttina e disadattata, estremamente studiosa (lavora nel museo di storia naturale della sua città) e, per motivi concernenti la sua materia di studio, morbosamente amante degli insetti.
E proprio con il mondo animale, e nel mondo animale, che il regista ci introduce nella sua storia, dando vita ad una particolarissima soggettiva di un non meglio precisato insetto, modalità narrativa che riprende ogni qual volta vuole mostrare al pubblico situazioni ed elementi che rimangono celate alle protagoniste. E usiamo il plurale non per un errore, ma perché alla pedante protagonista iniziale (che per molti aspetti, fatto salvo l'amore per aracnidi e vermicelli vari, ricorda un po' Mr Bean), si affianca Misty Mundae, reginetta del porno-soft di stampo horrorifico, che incarna, qui più che altrove, lo stereotipo della problematica dell'Mick Garrisaccettazione del diverso. Le due protagoniste sono infatti legate da una vera e propria relazione, affettiva e sessuale (le dinamiche che le condurranno a quel punto sono veramente spassose), che si scontrerà con il benpensantismo dei vicini di casa.
La degenerazione in senso estraniante di una dinamica apparentemente normale, che può far considerare a ragione il mediometraggio nel novero dei Masters, si palesa solo nel finale. Punta dall'insetto già citato, la Mundae si trasformerà - ed è bravissima nel mutare radicalmente il registro recitativo nel giro di tre battute - in una creatura immonda, asservita alla volontà dell'aracnide. Finale dolce/amaro, che, se ce ne fosse ancora bisogno, palesa la metafora latente della diversità (sessuale in questo caso) non accettata, che degenera in una violenza non del tutto delineabile, giustificata dal ripiegarsi nell'inconscio horrorifico. Un po' casuale la delimitazione dei confini della metafora filmica, dunque, ma comunque lodevole l'impegno con cui si cerca di sfruttare il mezzo non come mera esibizione di artifici tecnico/visivi, ma per cercare di parlare, codificandolo con il linguaggio del cinema dell'orrore, d'altro, atteggiamento oggi sempre più raro.

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:15 | link | commenti |
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Factotum


Charles Bukowski, oltre aver scritto il romanzo omonimo da cui è tratto Factotum, in qualche modo è presente in tutto lo svolgersi della storia. Un film alcolico, offuscato, immerso nella nebbia e nei fumi del whisky o della birra, che si dipana con lenta freddezza, con misurato sfascio lungo la vita di uno sbandato, o forse di un sognatore, o magari di un fallito. Di uno che probabilmente racchiude tutte e tre le cose, aggiungendoci, come se non bastasse, il fatto di avere uno strano dono per la scrittura, ma di riuscirla a sfruttare solo (?) all'interno di quel che è il suo mondo, raccontando così storie poco rassicuranti, lontanissime dall'American Dream, ma anche dalle consuete storie di dannazione e riscatto che tanto ipocritamente piacciono al pubblico dei dvd.
La messa in scena è, stranamente, sia il punto forte che la crepa del film.
Il primo aspetto si declina in una studiata lentezza, dell'andamento generale e dell'inquadratura singola, con l'accuratezza di non soffermarsi su dettagli trainspottinghiani, ma lavorando molto sui volti, sulle particolarità di determinate umanità e di determinati ambienti, non avendo paura di andare ad affrontare situazioni poco fruibili e non immediate.
Ma quel che è il suo punto di forza, rischia anche di indebolire strutturalmente un film che si trova invischiato in uno svolgersi dai tratti catatonici e dai colori che sembrano tutti convergere verso un grigio metallico. Una scelta, quella di premiare la riflessività dello sguardo della macchina da presa, che non premia l'incisività e la penetranza di una pellicola che, non foss'altro per le sue origini letterarie, indaga a fondo l'animo umano.
Fortunatamente gli interpreti aiutano l'operazione, caricandosi del bagaglio di responsabilità dell'assumersi il ruolo di veicoli principali della comunicazione filmica, e assolvendolo al meglio delle proprie possibilità. Molto brave le interpreti femminili, sia Marisa Tomei che, in particolare Lili Taylor, vero paradigma della classica "donna da quattro soldi", legata visceralmente al suo uomo da un misto di amore, senso di sicurezza, e di perizia nel fare sesso.
Altrettanto bravo Matt Dillon, che forse raggiunge nel film l'apice della sua carriera (almeno ad oggi) per espressività e senso dello spazio-tempo. Ogni mossa è calibrata alla perfezione, ogni sguardo soppesato, ogni battuta fatta pesare per quel che basta. Se Dillon era l'unico aspetto che si salvava nel fallimentare Crash - Contatto fisico, ultimo Matt Dillonvincitore (purtroppo) dell'Oscar, qui è il vero elemento aggiunto di una pellicola di per sé ambigua, faticosa, che a momenti fa fatica a trovare il bandolo della matassa.
Lo si perdona comunque a Bent Hamer, regista scandinavo che è passato agilmente dalla piccola storia di caricatura quotidiana di Kitchen Stories - racconti di cucina, direttamente a Bukowski, riuscendo a cavarsela di fronte ad un tale maestro della letteratura in modo tutto sommato gradevole e sufficiente.
Ma poi, dopotutto, come diceva lo scrittore maledetto, in un film "ciò che conta davvero è come te la cavi a camminare sul fuoco".

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Pubblicato da: Xanadu |alle 19:06 | link | commenti |
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Il fantasma di Corleone

Quando si parla del fenomeno mafia si fa sempre fatica a parlar male di chi se ne occupa, o di chi lo affronta in prima persona. Come Marco Amenta, che proprio sulla mafia imposta il suo docufilMarco Amentam, Il Fantasma di Corleone.
Purtroppo, là dove finiva il preciso e rigoroso In un Altro Paese, altro documentario sul tema presentato da Fandango un paio di mesi fa, e cioè alla morte di Falcone e Borsellino, inizia la trattazione di Amenta. E là dove finisce la precisa geometria di una pellicola appassionata e attentissima ai fatti, inizia un ibrido tra fiction e ricostruzione, poggiato su basi effimere e su scenari costruiti con esilissimi collegamenti.
Quando si scende nello specifico di affermazioni pesanti, per esempio, che il regista, in voice off nel documentario, distilla come dati più o meno oggettivi (tra le altre, le presunte “zone d’ombra” nell’arresto di Riina), l’interessato è costretto a liquidare il discorso con un semplice “sono elaborazioni del tutto personali”.
Tutto il documentario, che nel parlare della storia recente della mafia si concentra sullo straordinario periodo di latitanza di Bernardo Provenzano (ormai 43 anni) si stiracchia su tesi e teorie più o meno stinte o non provate nei fatti. Il tutto a scapito di una qualsiasi ricostruzione attenta della realtà, cosa che fa assimilare la pellicola ad un semplice e scarno pamphlet di divulgazione politica.
Peccato perché, sparse qua e là, si intravedono ottime intuizioni. La proposizione dei “pizzini” originali di Provenzano, gli originali messaggi che il capomafia usava (e usa) per comunicare con i suoi sottoposti, con la moglie e con i figli. E l’assurgere a protagonista dell’ispettore Linares, capo dell’unità mobile della polizia di Taranto. Questo imprimere centralità alla figura del poliziotto contribuisce a dare allo spettatore il senso della “prima linea”, del primo impatto della lotta delle istituzioni contro Cosa Nostra, con tutta la sua brutalità e la necessità di compromessi. Il tutto lo si fa forzando la mano, e cercando di aumentare esponenzialmente il coinvolgimento dello spettatore attraverso la ricostruzione totale di supposte azioni di polizia. Il creare un confine tra ciò che si palesa come realtà e momenti in cui il discernimento diventa difficile è, a nostro avviso, pericolosissimo per un argomento che investe così pesantemente la nostra quotidianità.
Pur riconoscendo ad Amenta coraggio e passione, non si può fare a meno di non riconoscere nel suo lavoro tutti i tratti somatici del “moorismo” più deleterio. Il quale, a quanto pare, purtroppo ha fatto scuola.

 

Conferenza Stampa

Ci si ritrova, in una mattinata di inizio primavera, a discutere di problematiche legate alla mafia. Presenti Amenta, regista del docufilm Il Mistero di Corleone, don Ciotti, promotore dell’associazione “Libera”, che riunisce le cooperative che coltivano sui terreni espropriati a Cosa Nostra, e Caselli, ex procuratore generale a Palermo.

E’ vero che nella futura distribuzione televisiva il film verrà tagliato?
Amenta: Il Corriere della Sera e l’Unità hanno riportato notizie di azioni di censura nei confronti del mio film. Io ho dato un taglio cinematografico alla mia opera, ma era ovvio che in TV non potesse passare così com’è. Bisognava operare su uno slot di 52 minuti, ecco perché c’è un’esigenza di tagliare, tutto qui. Nessuna censura dunque.

Cosa ne pensa di questo fenomeno, don Ciotti?
Che bisogna partire dalle parole del Presidente Ciampi. “Non basta combattere la mafia, bisogna sconfiggerla”. Per i mafiosi i prodotti che ricaviamo dalle loro ex terre sono un sconfitta. Si vedono intaccati nel loro potere. Emerge ora più che mai l’esigenza di combattere il fenomeno con tutte le forze, un’esigenza di verità.

Caselli, che ne pensa del film?
Farò finta di non ricordarmi di essere magistrato, sennò non dovrei dire nulla. A mio avviso è un film molto utile; anche perché parla di mafia oggi, in un tempo in cui non c’è una vera attenzione al problema. Oggi ci si occupa del fenomeno mafioso solo quando fa notizia, quando fa i morti, poi ce se ne dimentica. Il nostro è sì un paese di mafia, ma anche di anti-mafia, di veri eroi, tra i legislatori, tra i magistrati, tra i poliziotti. Nel film per esempio, sulla polizia, non si calca la mano, gli aspetti narrati sono reali.

Le parti in cui si ricostruisce un ipotetico Provengano da che cosa sono sottolineate in voice off?
Amenta: Sono i pizzini (i messaggi con le direttive scritti su carta n.d.r.) originali scritti da Provengano e a lui inviati.

Lei sostiene nel film di non meglio specificate “zone d’ombra” nell’ambito dell’arresto Liggio e poi in quello Riina. Ce ne può dettagliare meglio?
Amenta: Quello che affermo in quei passaggi sono pure elaborazioni personali, nessun rappresentante delle istituzioni lo confermerebbe.

Ha mai avuto rimpianti?
Caselli: C’è una sola persona al mondo che mi sta un po’ sulle scatole. E’ l’altro nonno della mia nipotina, quando se la spupazza e quando la porta fuori in bicicletta. Tutte cose che io non potrò mai fare. Questa è concorrenza sleale!


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Pubblicato da: Xanadu |alle 18:57 | link | commenti (3) |
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