blog-Ammazza la vecchia
blog-boogie street
blog-breaknews
blog-cinedrome
blog-coccinema
blog-delirio cinefilo
blog-eyeswideciak
blog-f4fake
blog-friday prejudice
blog-Giovane cinefilo
blog-Il cinema secondo me
blog-kinemazone
blog-kulturadimazza
blog-movie's home
blog-Murdamoviez
blog-Non si sevizia un Caligari
blog-non solo asia
Castlerock
Cinebloggers
Cinemaplus
Effettonotte
FilmFilm
Fuori Orario
ilGrido
Ioma
Meltinpot
spaziofilm
Zabriskie Point
Cinema 2007: la top ten
Roma 2007: una formula che non funziona
I cento chiodi di Olmi
Capote: le prime 21 inquadrature
Night's nights
Venezia vs Roma
Traiettorie(e derive)del documentario
Il Codice: il perchè di un'operazione fallita
Monicelli-Moretti
Breve sguardo al (nuovo)mondo di Malick
Peter Jackson's King Kong
Dogville: una discussione
L'orgoglio degli Amberson
Horror e politica
Blade runner: una questione aperta
4 Corti
Cinema e Storia (4)
Cinema e Storia (3)
Cinema e Storia (2)
Cinema e Storia (1)
Brodre: due analisi contrapposte
Ancora su Star Wars
Star Wars-Episodio III
Be cool: due (re)visioni a confronto
Ferro3-sull'esaltazione del far-east
Gli Spietati (e qualcos'altro)
Evoluzione naturale
Cinema oggi?
Million Dollar Baby
oggi
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
visitato *loading* volte
Il film di Ber
trand Blier, celebre autore di film “di genere” in Francia, si innesta su un duplice binario nell’architettura filmica, e dunque si presta a più risvolti nella lettura del suo concreto svolgersi sullo schermo.
Il primo, innegabile anche perché pienamente nelle corde di un regista come Blier, è quello di una sofisticata ricerca visiva, che si presta volentieri ad una sperimentazione nella costruzione dell’immagine e nella disposizione della scena, e degli elementi diegetici su di essa.
Il secondo, anche nel dar credito al regista quando sostiene di aver scritto tutto il film per la sua protagonista, ammaliato da quel Irreversibile che al momento dell’uscita suscitò non poco stupore (e che detiene ancor oggi il primato dei biglietti “singoli” venduti in sala), è l’ossessiva esplorazione ed esibizione del corpo di una particolarmente procace (era in fase di allattamento) Monica Bellucci, che arriva ad osare non poco in scena per il suo regista, arrivando a catalizzare tutta l’attenzione della pellicola sulla sua fisicità, e a partire da essa per imprimere le vere e proprie svolte narrative della pellicola. Il ruolo stesso, d’altronde, è strutturato e funzionale ad una certa libertà di costumi nel quale la Bellucci si muove da padrona e con una libertà assolutamente ammirabile.
Diverse le ottiche dunque con le quali poter approcciarsi al film.
Secondo la prima, dunque, ci troviamo di fronte ad un film che è tutt’altro che la solita commedia amara alla francese, almeno nella sua impostazione e struttura visiva. Blier gestisce i suoi personaggi (dunque i suoi attori) come se si trovassero su un palcoscenico. La stessa messa in scena risponde a queste esigenze. Le scenografie, e le inquadrature tendono a sottolinearlo, valorizzando una schematizzazione dello spazio e tendendo a valorizzare l’ambiente in quanto coerente estremizzazione dei caratteri dei personaggi. Unica concessione a questo “appiattimento” funzionale alle esigenze del regista, e il tentativo di profondità di campo nelle immagini in prospettiva di una stanza da letto che vive separata dal resto dell’ambiente casalingo del protagonista. Tentativo che parte non da un’esigenza etica, ma puramente di costruzione spaziale dell’ambiente, venendo infatti volutamente sminuito dalla “trasparenza” delle st
rutture divisorie della casa stessa. Anche lo stesso tenore recitativo, ricavabile da una precisa indicazione di direzione attoriale, che si adatta a quel che è poi la cifra dello script, tende ad enfatizzare i comportamenti “caratteristici” dei singoli personaggi, le loro manie e i loro clichè ricorrenti, utilizzando i ruoli secondari come veri e propri elementi des€crittivi dell’ambiente. Assolutamente conforme a questo tenore è anche la gestione della fotografia, che ricalca la consuetudine da palcoscenico di evidenziare con improvvisi fasci di luce (coadiuvati, grazie all’esser cinema del film, da repentini stacchi di montaggio e di filtro davanti all’occhio della telecamera) il cuore della scena, o che è tesa ad evidenziare cromaticamente il cuore della scena o della sequenza.
Impostazione questa che, soprattutto se unita a una sceneggiatura non particolarmente incisiva e troppo in contraddizione nella sua vocazione di ricerca di verosimiglianza con gli aspetti più teatrali del film, che finiscono per risultare grotteschi, non convince del tutto, alternando (brevi) momenti di brio e mordacia a pause e sequenze che stemperano del tutto qualsiasi tensione narrativa, confinando spesso con i limiti del ridicolo.
Altro aspetto profondamente influente nella dinamica interna del film è la presenza di Monica Bellucci sullo schermo. L’attrice italiana, ormai a suo agio nelle dinamiche, non sempre immediate e intuitive del cinema francese, ha il merito (o il demerito, a seconda dei punti di vista) di riempire lo schermo con la sua presenza e il suo charme. La sua prova d’attrice si fonda appunto su questa capacità di sostenere a lungo la scena da sola, anche in condizioni di oggettiva difficoltà per un’attrice quali sono quelle di una prolungata nudità di fronte all’occhio meccanico. Una solo discreta prova attoriale (considerato anche il fatto che l’attrice non si doppia nella versione italiana) viene compensata da un’esplosività nell’attrarre su di se tutti gli elementi scenici, che viene a sua volta favorita anche dall’impostazione “bidimensionale” della messa in scena. Il film non può prescindere dunque dal passare per una prepotente ma ben gestita fisicità delle sua protagonista, che ne stempera parzialmente quegli elementi di ricerca autoriale che in larga parte lo connotano.
Un film che funziona poco e che (ci azzardiamo a fare una previsione) viaggerà sull’inerzia della promessa dell’esibizione fisica delle forme della sua protagonista (promessa in larga parte mantenuta) e poco più, ma che, d’altra parte, stancherà non poco pe
r il suo tentativo un po’ forzato e manierista di ricerca d’autorialità.
Conferenza Stampa
La splendida Monica Bellucci è a Roma per la presentazione del suo nuovo film, “Per sesso o per amore, del francese Bertrand Blier. Caso più unico che raro per incontrare l’attrice ormai divisa tra
C’è materiale su cui discutere dunque.
Domanda: Ho letto che ha dichiarato che questo film l’ha fatta crescere e progredire come attrice. Ce ne può parlare?Bellucci: Sicuramente lavorare con registi diversi fa crescere. Blier è considerato un po’ un maestro nel cinema di genere francese, e questo personaggio l’ha disegnato in modo interessante e complesso, ha mille sfaccettature. Il film è molto particolare, un film molto teatrale. Lei è come se si muovesse su un palco, e conducesse il gioco da lì. E’ un film dove lei predomina, un film molto femminista se vogliamo. Il mio personaggio mi ricorda molto “Bocca di rosa”, donna forte e decisa. E’ d’altra parte una donna che non può resistere all’amore. E’ un film molto particolare, un piccolo film d’autore francese, un film strano. Per me poi è giunto in un momento particolarissimo, nel quale stavo allattando la mia bambina, come si potrà anche notare dalle mie forme particolarmente pronunciate e rotonde nel film. E’ stato particolarissimo e strano il mio essere madre e attrice allo stesso tempo.
Domanda: Nel film si insiste molto sul valore della riscoperta del senso del pudore per una donna. Che valore ha per lei?Bellucci: Il senso del pudore è possibile sempre, in ogni caso, se uno ha rispetto di sé stesso. Non ha nulla a che vedere con la nudità. Io ho accettato moltissime volte la nudità sullo schermo, che è molto più difficile di quella in foto, perché sullo schermo non hai filtri, appari proprio semplicemente per come sei. Sono contro la gratuità nel nudo, che trovo volgare. Ma il corpo alla fine è un oggetto per l’attore, un oggetto di scena, ed è molto bello metterlo a servizio del film. Tra l’altro per fare scene come quelle viste nel film, bisogna avere una fiducia assoluta e una confidenza con il regista, senza la quale è impossibile avere la libertà di prestarsi a scene così.
Domanda: In Francia il film ha avuto un grandissimo successo. Pensa che possa esse
re lo stesso pure in Italia?
Bellucci: Ogni mercato reagisce a suo modo nei confronti di un film. Questo è un film molto particolare, molto “francese” e dunque molto adatto a quel mercato e a quella cultura. Non è un film assolutamente lineare, ma c’è d’altra parte una passione, una poesia e un amore grandissimi e per questo è un film che può arrivare a tutti.
Domanda: Blier, sul set, usava la musica che poi monta nel girato definitivo?
Bellucci: Certamente, la musica era parte integrante di tutta la lavorazione e fonte della nostra ispirazione. Blier ama molto l’Italia, come si può vedere chiaramente dalla pellicola, e infatti nel film quasi tutta la musica è opera lirica italiana. Tra l’altro Blier ha scritto questo film proprio per me dopo aver visto Irreversible. Io ho accettato immediatamente, perché una cosa del genere non può che gratificarti come attrice, e non puoi che progredire.
Domanda: Come mai non si è doppiata nella versione italiana?
Bellucci: Conoscendo benissimo tre lingue, italiano, francese e inglese, a volte mi ritrovo a dover recitare il film per tre volte diverse, e non sempre è possibile. Ora sto per partire per Stati Uniti e Canada, dove reciterò in un film di Michael Davis con Clive Owen, e per questo il film doveva uscire e non è stato possibile ridoppiarmi.
Domanda: L’aver avuto una figlia come ha cambiato il suo lavoro?
Bellucci: E’ molto strana come dinamica. Io ho ancora assolutamente voglia di fare film per me, di viaggiare ed essere libera. Fortunatamente mia figlia è ancora piccolina, e posso permettermi di portarla con me in giro per il mondo. Quando andrà a scuola sarà un problema, ma fortunatamente posso permettermi di stare anche per un anno senza lavorare, anche se per ora non ne ho affatto intenzione.
Domanda: Come farai vedere un film del genere quando tua figlia sarà più grande?
Bellucci: Figuriamoci per Irreversibile! Io non faccio film per
mia figlia. Cioè, lei è la persona a cui tengo di più in assoluto, la adoro le darei tutto, ma io ho voglia di fare le cose per me, ne ho bisogno, non per il giudizio che fra quindici anni potrà darne mia figlia, che pure sarà libera di formarselo come meglio crede.
Domanda: Il tuo personaggio esprime una grande libertà recitativa, come tu ne hai sempre dimostrata una grandissima dal punto di vista professionale. Come giudichi i passi indietro fatti in Italia da parte del cinema, ma anche culturale in genere, con le recenti campagne contro la donna?
Bellucci: Mah, io veramente non ne so nulla, non sego proprio le vicende italiane. Comunque nel cinema è solamente un problema economico e politico, non di talento. L’Italia è piena di grande talento, di giovani di talento, che non riescono a esprimersi. Per il resto penso che sia una cosa aberrante quel che succede, che stiamo facendo enormi passi indietro dal punto di vista culturale e scientifico
Confronta la scheda su Castlerock
L’occasione del restauro, a cura dell’”Associazione Philip Morris Progetto Cinema”, dello storico film di Mario Monicelli, “L’armata Brancaleone”, oltre che ad essere un’occasione per poter riguastarsi il film sul grande schermo, lo è anche per un confronto, a partire proprio dal film, su ciò che la saga di Brancaleone ha rappresentato per il cinema e la cultura italiani. Sono presenti, alla casa del cinema di Roma, Alessandra Giusti, che ha coordinato i lavori di tutto il restauro, Stefano Della Casa, curatore di un recente ottimo saggio sul film, che include un resoconto dettagliato di tutto il lavoro di restauro, Giuseppe Rotunno, tra i migliori direttori di fotografia italiani nonché curatore materiale del restauro, il dottor D’ambrosio, amministratore delegato della Titanus Catherine Spaak, una delle interpreti del film, il figlio del compianto Vittorio Gassman, Alessandro, oltre che il produttore Vittorio Cecchi Gori e il sindaco di Roma Walter Veltroni, da sempre vicino all’Associazione e grande amante di cinema.
Domanda: Quanti sono finora i film restaurati e a chi si deve il restauro dell’ultimo?
Giusti: Finora l’associazione ha restaurato 29 lavori, di cui 17 lungometraggi e 12 corti. Desidero ringraziare innanzitutto il sindaco Veltroni, da sempre nostro amico e grande sostenitore, Mario Monicelli, splendido autore di capolavori del cinema nazional-popolare italiano. Ovunque l’Armata Brancaleone è identificata con il volto di Vittorio Gassman, e volevo qui salutare e ringraziare il figlio Alessandro, senza poi dimenticare il nostro ottimo Stefano Della Casa, autore del libro delle edizioni Lindau sul film, e tutti i presenti.
Domanda: Il sindaco conoscerà sicuramente a memoria questo film. Che ne pensa?
Veltroni: Il film lo conosco più o meno a memoria, come penso tutti voi qui presenti. Di tutte le stregonerie dell’epoca moderna, la migliore è sicuramente il dvd, che ci ha regalato il possesso del film. Quando ero ragazzo ci si sognava di possedere un film, al massimo lo si guardava. Oggi grazie al dvd possiamo vederlo e rivederlo, e da poco è uscito anche un dvd de l’Armata Brancaleone, film storico per il cinema italiano. La Philip Morris fa un lavoro straordinario, quello cioè della salvaguardia, conservazione e valorizzazione dei film, che, per il solo fatto di essere contemporanei, anche se, visto la storia ormai centenaria del cinema, anche su questo ci sarebbe da discutere, vengono spesso ritenuti un bene minore, mentre non è affatto così. Il film è scritto genialmente, e diretto da un Monicelli fenomenale. Era un film che faceva veramente ridere. Oggi si fa molta fatica a ridere in sala, e magari i film che fanno ridere passano inosservati. Io per esempio proporrei una rivalutazione del film “Teste di cocco”, con il qui presente Alessandro Gassman. Ma oggi i film che fanno ridere sono veramente pochi come quello di Monicelli. In un tempo come il nostro dobbiamo riscoprire la capacità di mettere in relazione la q
ualità con il grande pubblico. Bisognerebbe fare una grande campagna di recupero di molti film, oggi tantissimi film sembrano proprio scomparsi, sono irreperibili. E’ un invito rivolto a tutti quelli che si occupano quotidianamente di cinema.
Domanda: Com’è stato all’epoca il lancio del film? E’ stato difficoltoso?
D’ambrosio: Goffredo Lombardo all’epoca cercò di valorizzare il film con un manifesto particolarissimo, in rilievo, che dava un suggestivo effetto tridimensionale, che per l’epoca era una cosa eccezionale e dispendiosissima. La Titanus credeva moltissimo nel film.
Domanda: Della Casa ha curato questa interessantissima pubblicazione sul film. Ma perché l’ha fatto e cosa ne pensa del film?
Della Casa: Io conoscevo il film benissimo. Quando uscì lo vidi in sala, facevo le medie. La cosa veramente interessante è ripensarci oggi. All’epoca si poteva sperimentare con una grandissima libertà, facendo una grande sperimentazione coniugata alla fruizione per un grande pubblico. E’ importantissimo accorgersi quanto un film del genere fosse piena espressione di un clima culturale.
Domanda: Com’è stato il restauro, quali sono state le difficoltà incontrate?
Rotunno: Terrei a sottolineare che la fotografia del film è del buon De Palma, io ne ho solamente curato il restauro. Come al solito, abbiamo cercato il negativo originale, quello pensato dall’autore, per riavere la pellicola così per come l’aveva pensata il regista. L’abbiamo trovato in condizioni rovinatissime purtroppo. La prima pulitura l’abbiamo fatta a mano, rischiando il restauro su una pellicola così rovinata. Poi in seguito, per eliminare le ulteriori impurità, abbiamo lavorato sulle immagini ingrandite. I fotogrammi generali su cui abbiamo lavorato sono 179.792, che hanno dato elettronicamente 674 metri di pellicola.
Domanda: Qual è il suo legame con il film?
Gassman: Quando fu fatto il film io ero piccolissimo, e tale fu il suo successo e la sua incidenza sul cinema e sul costume che per i miei primi 6/7 anni di vita ero incerto se fossi il figlio di Vittorio Gassman o di Brancaleone da Norcia. Poi ebbi un’altra picc
ola crisi quando andai militare, quando ci facevano marciare al celebre grido “Branca Branca Branca, Leon Leon Leon”. Poi finalmente ho riordinato le idee e oggi Brancaleone è solo uno dei film veramente più amati da mio padre, e uno ai quali era più legato.
Domanda: Anche lei, dottor Cecchi Gori, era piuttosto giovane all’epoca…
Checchi Gori: Eheh, non ero poi così giovane. Comunque vorrei ritornare un momento su quel che ha detto il sindaco Veltroni. E’ vero, oggi si ride poco. I film di ieri non avevano bisogno di imitare, erano originali, genuini. Nell’armata Brancaleone era presente un fenomeno unificante, che univa tutte le componenti della troupe. Il problema del nostro cinema è che oggi si fa difficoltà a fare film che facciano pure ridere all’estero, oltre che in Italia. Anche con Brancaleone avemmo difficoltà di distribuzione all’estero. Ad un certo punto se ne innamorò il produttore Broccoli, e fummo a un passo dal venderlo alla United Artists, ma alla fine non se ne fece nulla. Spaventava moltissimo la traduzione da quell’italiano così strano. Poco tempo dopo lo distribuimmo in Germania sottotitolato, e fu un successo grandissimo.
Domanda: Come fu lavorare con professionisti del calibro di Gassman, Volontà e Monicelli?
Spaak: Ricordo che l’ambiente era divertentissimo, ma per me anche difficile. Il cast e la troupe era quasi totalmente maschile, e si instaurò subito una certa goliardia fra uomini. Noi donne eravamo in netta minoranza, e non voglio dire che fosse un ambiente maschilista, ma… lo penso. La prima volta che arrivai sul set, fui accorta da goliardate di tutto il cast, battute e parolacce, e io all’epoca non capivo bene l’italiano, ma capivo benissimo il senso. Un giorno però finimmo prima le riprese, e Vittorio mi riaccompagnò a casa, e nel tragitto il clima era molto teso, ma con mia grandissima sorpresa il viaggio avvenne totalmente in silenzio. Quando arrivammo sotto casa mia, da gran signore, scese dalla macchina, mi aprì la porta e mi disse solo una parola: “Scusa”. Da quel giorno diventammo ottimi amici, e capii che quel suo modo di fare era un po’ dettato dall’ambiente, dal suo personaggio, e che in realtà lui era fondamentalmente timido e profondo, e da allora fummo sempre ottimi amici.
Domanda: Quali sono i progetti futuri dell’Associazione Philip Morris?
Giusti: Non so ancora le priorità che daremo, ma in cantiere ci sono “I mostri”, “Un sacco bello” di Verdone e forse un film di Luigi Magni.
A questo punto si collega, da casa, allettato dalla febbre, Mario Monice
lli per un breve scambio di battute.
Monicelli: Sono veramente desolato di non esser potuto venire oggi. Mi dispiace veramente di non poter ringraziare tutti di persona. Tra i non presenti in sala mi premeva ringraziare Tornatore, che ha fortemente insistito per il restauro del film.
Domanda: E rispetto l’affermazione che ha appena fatto la Spaak?
Monicelli: Bah non saprei. Era per far uscire completamente quella che all’epoca era solo una ragazzina, per farla esprimere per quel che era, e può darsi che ci sembrava quello il modo migliore.
Domanda: Cosa rappresenta per lei il film?
Monicelli: Beh, innanzitutto una rottura con quell’immagine cavalleresca e giullaresca che all’epoca si aveva del medioevo, per ridargli quella brutalità e quell’aspetto selvaggio che in gran parte aveva. La troupe poi era fantastica, ne conservo un ottimo ricordo.
Domanda: Si parlava di un suo nuovo film…
Monicelli: Dovrebbe essere un film sulle battaglie d’Africa, al tempo di Rommel e compagnia. A questo punto la lavorazione è in mano ad una scommessa finanziaria, tutto dipende dai finanziamenti.
Confronta la scheda su Castlerock
Per il suo primo lungometraggio, Duncan Tucker sceglie un tema decisamente delicato e potenzialmente fautore di scomodi equivoci. Bree (Felicity Huffmann) è infatti un transessuale in attesa della operazione "definitiva", quando scopre di aver avuto, da una lontanissima relazione, un figlio, che oltretutto gli telefona dal carcere di New York.
Tutto il film, dunque, si poggia pesantemente sul dispiegarsi del rapporto padre/figlio lungo le peripezie del viaggio di ritorno a Los Angeles (città di residenza di Bree), e inquadra l'evoluzione di questo rapporto come unico motore dello spiegarsi della pellicola sullo schermo.
E nel punto stesso della necessità di scavare in un divenire non semplice tra due individui così vicini ma anche così lontani che al regista trema un po' la mano. Non nello specifico filmico. Il girato infatti, pur senza elevarsi nell'eccellenza, si presenta in una forma accettabile per cogliere, senza notare pecche di sorta, il senso del film...
Continua su FilmUP

Nessuna figura come quella sorniona ed enigmatica di Terence Malick ha acquisito nel tempo un fascino così perverso e quasi incomprensibile nel panorama cinematografico internazionale. Autore di due sole pellicole negli anni ’70, La rabbia giovane (Badlands, 1973) e I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978), ed altre due a distanza di vent’anni, La sottile linea rossa (The thin red line, 1998) e il recentissimo The new world (2005), Malick ha sempre rifiutato qualsiasi contatto con il grande pubblico e tantomeno con critica e giornali, che pur avevano esaltato i suoi due primi lavori. Sino a giungere all’ultima, assurda, clausola del contratto per il film sui nativi americani che prevedeva che non dovesse rilasciare interviste di alcun genere né potesse essere fotografato per scopi promozionali o sul set.
Episodio questo, che serve ottimamente allo scopo di tratteggiare una figura assolutamente non catalogabile in alcuno schema, seppur assurdo, del variopinto mondo del mainstream americano, offrendoci la cifra di un uomo non comune e, dunque, di un regista altrettanto insolito, di un autore dal carisma del tutto particolare e difficilmente confondibile.
Il clamoroso successo di critica (più che di pubblico) con il quale fu accolto Badlands, e l’ancor più difficile bis di applausi che riscosse Days of heaven, permisero al regista di ottenere, anche grazie al suo fascino da solitario, un grandissimo credito nel jet set hollywoodiano. Tanto che, al suo ritorno dietro la macchina da preso dopo vent’anni, tutti gli attori più importanti degli States si sono offerti per comparire nella pellicola. Non solo ne ha rifiutati la maggior parte, ma, al vaglio del montaggio, sono scomparsi, dopo aver girato alcune sequenze, nomi del calibro di Mickey Rourke e Bill Pullman.
Una parabola di vita e un percorso artistico del tutto insoliti. Fino ad arrivare ad oggi, a questo Nuovo mo
ndo che Malick ci svela con tanta accortezza e decisione.
Il film ci ripropone la solita cifra caratterizzante dei film di Malick, giostrati in un delicatissimo equilibrio fra la costruzione visiva delle sequenze, l’utilizzo non sempre omogeneo e lineare del sonoro diegetico, l’accorta orchestrazione della colonna sonora, e l’utilizzo preminente della voce fuori campo come elemento maieutico del rapporto interno fra i personaggi, ma anche di quello metateatrale con il pubblico in sala.
Malick dunque procede nella sua personalissima esplorazione del mondo ritornando, come nei suoi primi due film a rivolgere lo sguardo al rapporto di coppia, come punto di partenza, ma anche di arrivo, del percorso introspettivo e, tentativamente, conoscitivo del regista nel suo approccio alla realtà filmica (e dunque anche personale) che si sta affrontando.
E la dinamica che vede scaturire tutta la riflessione sul reale a partire dal rapporto, più o meno dialogico, del nucleo di coppia (variamente articolato e delineato di volta in volta) viene ripresa in The new world dopo che La sottile linea rossa, anche per una certa funzionalità del girato, si era rivelato un film corale, da un certo punto di vista narrativamente multicentrico. E, a differenza di quest ultimo, che
parte da una coralità d’impianto per riferirsi ad una lettura abbastanza univoca (pur nell’abbondare di svariate sfumature) del girato, l’ultimo film di Malick pare suggerirci una strada assolutamente inversa, eppure formalmente e contenutisticamente non dissimile. La polisemia di significati dell’ultima opera di Malick, la sua apertura a una vasta gamma di possibilità interpretative, si fonda sulla costruzione dell’unico elemento narrativo caratterizzato dal rapporto di John Smith con la giovane nativa. Un ritorno alla possibilità d’apertura sulla realtà offerta dal rinchiudersi nel rapporto amoroso come punto d’incontro e di scontro con la tragicità del reale.
Così nella tragica fuga di morte di Holly e Kit (in Badlands) nelle infinite steppe del Montana (ai quali, visionariamente, tanto devono gli assassini nati di Stone), per i quali l’unica possibilità di aggancio con la vita risiede nella negazione della stessa, in un circolo vizioso che finirà per distruggerne il fondamento di unitarietà che ne era genesi.
Allo stesso modo per Bill ed Abby (Days of heaven) il disvelamento dell’avventura nella vita, generato dal proprio incontro amoroso, e il totale affidamento alla certezza del proprio rapporto, sarà la causa stessa dell’implodere di quel nesso con la realtà che si fa autoreferenziali, dunque insostenibile.
Gli anni ’70 incidono in maniera profonda sulle dinamiche contenutistiche dei film di Malick, e ne formano al contempo gli stilemi visivi e formali, che verranno ripresi a distanza di trent’anni. Superata la fase de La sottile linea rossa, digressione sostanziale anche se non narrativo/formale nell’opera di Malick, The new world ci ripresenta nuovamente la tematica del rapporto di coppia, del fiorire di un amore, come possibilità di nesso con tutte le cose. E la riflessione va al di là delle conclusioni dei precedenti lavori, superando quell’innato germe di autodistruzione che
veniva precedentemente descritto come alfa e omega della dialettica con la realtà.
Traspare così, più marcatamente che prima, l’urgenza “politica” nel raccontare una storia d’amore, che parta dalla possibilità assoluta di realizzazione per scontrarsi con la realtà successivamente. Scompare così quel germe innato d’impossibilità comunicativa insita nei rapporti precedenti descritti dal regista, per lasciar spazio al confronto, alla maturazione di uno scontro/confronto con le dinamiche storiche ed umane, dalle quali non poter prescindere. A differenza dalla mentalità e dalla cultura dei turbolenti anni ’70, nei quali Malick si forma, si avverte una maturata esigenza di rapporto con le cose, d’impegno nel reale, e, soprattutto, s’intravede lo spiraglio di una possibile via d’uscita, di catarsi non tragica nel percorso di vita generato dal combaciare di due destini. Possibilità aperta dunque, alla quale Malick suggerisce la risposta nelle ultime, maestose, sequenze del film. Risposta coerentemente in linea al registautore che conosciamo, ma gravida della certezza di essere solo una possibilità fra le tante.
Seppur, tragicamente, forse la più probabile.
Confronta Castlerock

Un film in due parole: Munich
Spielberg di maniera, della sua maniera. Cura maniacale (ma mai ridondante) del particolare nell'immagine, tensione estrema a far ballare gli occhi del suo pubblico sul telo del cinema, affinamento e ricerca curatissima nelle inquadrature. Tutto questo è Munich. Ma è anche, e soprattutto altro. Regia come al solito nulla più che accademica, che lascia spazio ad altri fattori (vedi la fotografia, stupenda, di Kaminski) rinunciando al concorso di costruzione delle sequenza (e dunque del film). Un sintagma narrativo - che vede alternarsi momenti di azione (sono 11 i terroristi palestinesi che dovranno essere uccisi) a momenti di riflessione sul come e perchè di un'azione simile, momenti tanto più patinati e distanti, sovraesposti, dal resto della pellicola per il ruotare ciclico nella parte del "grillo parlante" di turno tre dei quattro compagni di strada di (un bravo) Eric Bana - che viene ripetuto senza soluzione di continuità per cinque o sei volte in modo identico nell'arco di quasi tre ore, facendo alla lunga cadere il film in una fase di stanca dal quale non si riprende (se non per una sequenza finale che, per riferimenti semantici e incisività, colpisce assai).
Tenendo anche conto di una morale facilona e cerchiobottista, che condanna la strage dell'Olimpiade ma anche no, che identifica come terroristi i...terroristi ma anche no, che condanna la vendetta come strumento di perseguimento della pace ma anche no, che esalta il decisionismo di Golda Meier ma anche no, che mette in mezzo strumentalmente figure non secondarie nella costruzione del processo di pace come Barak ma anche si, che equipara i metodi terrostici delle due parti ma anche no. Eccetera eccetera eccetera.
Insomma: Munich, ma anche no

Dopo sette anni, tempo cinematograficamente lungo ma cortissimo se consideriamo i vent'anni che intercorrono tra il secondo e il terzo film del regista de "La sottile linea rossa", Terrence Malick torna nuovamente dietro la macchina da presa, e ci presenta alla sua maniera una favola nota al grande pubblico, quella dell'amore impossibile tra una giovane e bellissima indiana d'America e John Smith, capitano delle guardie di sua maestà. Il pretesto narrativo è banale e conosciuto, eppure, come ha di recente insegnato il King Kong di Peter Jackson, pieno di una vitalità e di uno smalto che lo rendono comunque nuovo e degno d'essere raccontato.
Il regista dell'Illinois sfoggia tutta la sua arte e la sua tecnica al meglio delle proprie possibilità, dando un'impronta autoriale al film riconoscibile fra mille altre, costruendo sulla voice-off e sulla fotografia (quest ultima coadiuvata dalle splendide location) tutto l'impianto visivo e narrativo del film
Continua su FilmUP
Un fil
m in due parole: Lo spaccone
Terz'ultimo film dell'ormai (a torto) dimenticato Robert Rossen, The Hustler è un piccolo gioiello del cinema del montaggio invisibile. Non eccelle in nussuno dei suoi aspetti peculiari, ed è forse per questo che è stato ingiustamente accantonato, ma presenta un'organicità d'insieme assortita alla perfezione. Ottima e umile la gestione della macchina da presa, buona la fotografia, da manuale il montaggio, il tutto corroborato da una grande prova attoriale. Su tutti uno splendido Paul Newman, ma anche un sorprendente Jackie Gleason, giunto non più giovanissimo a calcare il suo primo set cinematografico, per andare a comporre un film sporco, vissuto, girato e prodotto da gente che col cinema si sporcava i vestiti, perdeva sonni e appetiti. Hustler ci descrive un uomo attaccato solo al suo ego, che si compie nella sua umanità (ma è un lampo) quando accorge di aver perso la cosa più importante della sua vita, e che questa cosa era altro da sè. Un gran film, sicuramente da riscoprire e rivedere.
Il treno per Darjeeling
L'ultima missione
Tutti pazzi per l'oro
3Ciento
Jimmy della collina
Il matrimonio è un affare di famiglia
L'altra donna del re
Alla ricerca dell'isola di Nim
All'amore assente
In amore niente regole
I padroni della notte
L.A. Confidential
Non pensarci
Next
Interview
Nessuna qualità agli eroi
MissTake
La guerra di Charlie Wilson
Spiderwick
Colpo d'occhio
Una storia americana
10.000 AC
Io non sono qui
Per uno solo dei miei due occhi
Jumper
Fine pena mai
Un uomo qualunque
Sweeney Todd
Away from her
Parlami d'amore
Cloverfield
Non è un paese per vecchi
Non c'è più niente da fare
La promessa dell'assassino
Non è mai troppo tardi
steutd in Il treno per Darjeel...
Bonekamp in 3Ciento
utente anonimo in 3Ciento
P72 in Sweeney Todd
steutd in Il treno per Darjeel...
masanjella in L'ultima missione
enricogiani in 3Ciento
Bonekamp in 3Ciento
enricogiani in 3Ciento
Bonekamp in L'ultima missione
anteprime
approfondimenti
articoli
castlerock
cinefile
cinemaplus
citazioni
coming soon
conferenze stampa
discussioni
effettonotte
eventi
festa di roma 2006
festa di roma 2007
filmfilm
filmup
ilgrido
immagini
interviste
ioma
le stanze del cinema
meltin pot
news
recensioni
retrospettive
spaziofilm
un film in due parole
varie
zabriskie point