Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 29 settembre 2005
Romanzo Criminale

A botta calda Michele Placido, insieme agli sceneggiatori Rulli e Petraglia (La meglio gioventù, Le chiavi di casa), è stato accusato di aver tentato di fare il verso a "Quei bravi ragazzi", film cult di Scorsese, sul mondo delle bande (in quel caso mafiose) e dei relativi rapporti di "fratellanza" al loro interno. Ci sentiamo di prendere le distanze da un accostamento di questo tipo. Romanzo Criminale è un film che senza l'humus culturale, politico e sociale tipicamente italiano non avrebbe avuto motivo di esistere, inserendosi, in particolare, in modo preciso e coerente in un tessuto di rapporti e in un sentire comune propriamente caratterizzante dell'ambiente romano. Tuttavia nulla toglie al respiro omnicomprensivo di un film che descrive, passando per un'umanità rischiosa, quella della famosa banda della Magliana (che sparse terrore tra la seconda metà degli anni '70 e la prima degli '80), che costituisce ancor oggi un'anomalia nel panorama della criminalità organizzata del centro-nord Italia....

continua su Filmup

Pubblicato da: Xanadu |alle 21:08 | link | commenti |
recensioni, filmup

mercoledì, 28 settembre 2005
Passo a due

Dalla verve immaginifica dell’onnipresente e omnicomprensivo Maurizio Costanzo, nasce, sorprendentemente con la benevolente comprensione di mamma Rai, la consacrazione cinematografica del ballerino markettaro (sorprendente come il film lo prenda in giro senza che lui se ne accorga) Kledi Kladiu.
Bisognerebbe ricordare a chi intraprende una qualsivoglia carriera televisiva, seppur costellata di successi e soddisfazioni, che non occorre a tutti i costi cercare una consacrazione sul grande schermo, e che anzi questa potrebbe nuocere all’immagine del malcapitato ben più rispetto al ritorno d’immagine che il suddetto pensava di avere.
Il film orchestrato da Andrea Barzini, onesto mestierante del cinema, regista televisivo, è uno di quei lungometraggi appassionanti perché talmente prevedibili, che ci si ritrova tutto il tempo ad esultare della propria intuizione come esperti cinefili revisori di trame. A bocce ferme, tuttavia, nonostante una difficoltà nel dover smontare il proprio ego di novello Bazin della critica nostrana, si deve riconoscere che è la costruzione dello script e la banalità della messa in scena che fanno tutto da sole nel tentare in ogni modo di rendere scontato il proseguio della pellicola.
Troviamo così gli stereotipi (tutti, ma proprio tutti) di un certo tipo di cinema americano alla Footlose, come anche tutta una serie di rimandi alla tv-verità, gran scoperta dell’istrionico Costanzo nei suoi programmi di varietà. Stereotipi che reggono bene in televisione, assetata di disgrazie altrui e grandi drammi dall’immancabile lieto fine per stordire la possibilità di giudizio di un vissuto pseudo-normale, ma che al cinema, se non si corrisponde a quella fascia d’età (che si spera 0-16) che pone il proprio idolo televisivo a feticcio del suo personalissimo modo di porsi di fronte alla realtà, può, nel migliore dei casi, provocare un’ottima dormita dopo una giornata di duro lavoro. Ma per questo, si obietterà, c’è il proprio letto, più comodo, e soprattutto gratis.
Vero. Ma il film, un film che, cinematograficamente, non ha alcun motivo di esistere, non ha nulla più da offrire. Intervallato da numerose e per lo più estemporanee coreografie di Kledi (alcune delle quali, ci dicono, molto belle), ilKledi Kadiu e Andrea Barzini tentativo del regista è quello di porre l’accento sulla drammaticità della situazione di un ballerino albanese in Italia, sfruttato e senza permesso di soggiorno. Ma Barzini non fa nulla per ovviare alle palesi carenze attoriali del protagonista (che si sussurra per le scene dialogate abbia usato un comodino come controfigura), ma le incancrenisce, sottolineando, con ridondanti effetti sonori e movimenti di macchina, momenti del film che di emozionante recano solo la consapevolezza che si è un minuto, un secondo, più vicini ai titoli di coda. L’effetto che ripetutamente cerca di creare, anche attraverso l’uso incomprensibile di immagini in trasversale, non solo non è quello voluto, ma ha la capacità di sfiorare il ridicolo in più momenti dunque, rendendo ancora più amara la visione al povero malcapitato. Ovviamente, parallela a quella del ballerino emigrante, c’è la storia della classica figlia di papà tormentata, lacerata, dall’incomprensione familiare nei confronti della sua passione e trascurata dal ragazzo in carriera. I due s’incontreranno, e nulla ci si sente di dire per rovinare la sorpresa di un finale insolito (ma provate a immaginarlo, è proprio quello che avete pensato).
Prodotto della (sotto)cultura televisiva italiana, Passo a due si rivela, costanzianamente, un’esaltazione della televisione come consacrazione di un perché della vita, come mito e aspirazione ultima nella scala sociale. Ricordando al sistema paese, di come occuparsi di una piccola-media impresa sia in realtà roba da insensibili falliti.

confronta la scheda su Castlerock



Conferenza stampa
durante le riprese
Alla conferenza stampa di presentazione di quello che il regista definisce “il primo film italiano sulla danza”, la star è lui, Kledi Kadiu, lanciato nel mondo delle starlette televisive da Buona Domenica e da tutto il panorama produttivo della ditta Costanzo. Fa un po’ impressione dunque vederlo seduto proprio a fianco, oltre che del regista Barzini e della bella co-protagonista Laura Chiatti, a Carlo Martella, in rappresentanza della Rai, maggior finanziatore del progetto.

 Domanda: La storia, così come è stata rappresentata, dà l’idea che alcuni passi siano stati addolciti. Sicuramente Kledi, nella sua vita, avrà vissuto cose ben peggiori, almeno immagino.

 Kledi: Mah, non saprei. Quando ho incontrato il regista e gli sceneggiatori, io non mi sono trattenuto nel raccontare quel che mi è successo realmente, quel che ho vissuto. Poi ci hanno pensato gli autori a trasformarlo in film.
Barzini: Noi comunque non volevamo fare un film neorealista. Volevamo mettere in scena una commedia di danza. I contenuti di un certo tenore sono presenti, ma utilizzati con i codici della commedia. Si cerca di raggiungere il pubblico amante della danza, che è un pubblico giovane. Anche per questo la realizzazione ha utilizzato un certo tipo di canoni filmici.

 D.: Una domanda sul vissuto di Kledi: ma fino a che punto per te è stato difficile ottenere il permesso di soggiorno?

 Kledi: Io sono stato un anno e mezzo senza permesso di soggiorno. Poi ho lavorato in una piccola compagnia di teatro, ma avevo un permesso legato esclusivamente a quel lavoro. Per il permesso definitivo ho dovuto aspettare altri due anni. Le mie prime audizioni “serie”, anche per la televisione, sono andate male proprio per problemi legati a quel fattore.

 D.: Oggi tu sei passato dall’altro lato della barricata, dirigi un’accademia di danza. Come vivi questo passaggio?

 Kledi: E’ un lavoro molto variegato e molto duro. L’idea, per i giovani ragazzi di oggi, di avvicinarsi alla danza in modo serio presuppone un impegno e una dedizione grandissimi, poiché è un’attività molto dura, e solo uno su mille ce la fa. Oggi però, a differenza di qualche tempo fa, se dici di essere un ballerino sei rispettato, è un lavoro che dà soddisfazioni.

 D.: Mi è piaciuta molto la sua regia, l’uso che fa di immagini in trasversale. Ce ne può parlare?

 Barzini: Negli anni ’70 giravo in super8, con il quale mi divertivo ad usare quel tipo di inquadratura. Mi sono molto divertito a sperimentare, in un film per le sale, quel che facevo a livello quasi amatoriale negli anni ’70.

 D.: Ci dice qualcosa a proposito del centro occupato di Ostia che compare nel film?

 Barzini: E’ un posto veramente interessante, ci sono stato realmente. Qualsiasi sono i problemi di chi si trova al centro trovi gente sempre di buon umore, che sorridono alla vita. Sono ordinatissimi. Per girare il film non abbiamo costruito nessuna scenografia, abbiamo preso tutto così com’è. Ci si trovano un’allegria e una dignità sorprendenti!

 D.: E’ molto importante la musica rispetto alle scene di ballo. Com’è avvenuto il missaggio? Immagino sia stato faticoso.

 (Interviene Roberto Vernetti, autore delle musiche)
Vernetti: E’ stato un lavoro molto duro. Le musiche per le scene di ballo dovevano essere scritte prima, e io non ero addentro alle dinamiche del film come chi ci lavorava ogni giorno. E’ stato un gran lavoro d’immedesimazione. Solo dopo ci siamo messi a lavorare sul lato più strettamente inerente alla colonna sonora vera e propria, alle musiche d’accompagnamento.

 D.: Kledi, forse avresti voluto che nel film ci fossero stati altri momenti della sua vita?

 Kledi: Magari nel prossimo film (lo dice ridendo). Noi in realtà non volevamo rappresentare la mia vita, ma l’amore e la passione per la danza. Volevo ringraziare veramente tutti. All’inizio infatti mi volevo ritirare dal progetto, poi l’affetto di tutti quelli che hanno partecipato il film mi ha convinto ad andare avanti.

 Kledi Kadiu e Laura ChiattiD.: Al produttore: fino a che punto avete creduto alla storia, indipendentemente dalla presenza di Kledi?

 Martella: Fare un film sulla danza era una scommessa. Volevamo andare a suscitare l’interesse del pubblico giovane, under 20, quelli che oggi giorno si avvicinano a questo mondo. Il film, che vuole essere un film “medio” che incontri le esigenze di un determinato pubblico. E’ ovvio che poi un certo tipo di progetto nasce evidentemente sul coinvolgimento della figura di Kledi, ma c’è anche dell’altro.

 D.: Laura dev’essere un ottima ballerina, se è stata affiancata a Kledi nel film…

 Chiatti: Io in realtà non so ballare per nulla, sono proprio un palo. Spero, come penso, che sia stata scelta per la recitazione. Per tutte le scene di ballo è intervenuta una controfigura.

 

Pubblicato da: Xanadu |alle 22:37 | link | commenti (5) |
recensioni, conferenze stampa, castlerock

Four brothers

Un certo tipo di cinema agile, scanzonato e senza troppe pretese d’autorialità, come è nelle corde di buona parte cinema d’oltreoceano, rischia di soffrire e disunirsi proprio se tenta di affrontare in modo esasperato e al di sopra delle proprie possibilità le proprie storie. Ed è questo il caso dell’ultimo film di John Singleton, abituato da sempre ad un action movie piuttosto vivace e scanzonato (da Shaft a Rosewood, a L’università dell’odio, 2 fast 2 furious), che si addentra in una prova di film tentativamente interpretativo delle dinamiche umane, cercando di inserire il tutto in un contesto di pura azione, a lui familiare.
Il risultato è il pasticciato “Four brothers”, che si stiracchia senza infamia e senza lode per quasi due ore di inseguimenti degni dei precedenti lavori del regista, e dialoghi che corrono in affannosa ricerca della “battuta giusta”.
Un impianto narrativo di stampo shakespeariano (con tutti i dovuti distinguo del caso) viene mescolato con un montaggio serrato e una colonna sonora invasiva e incalzante che strizza l’occhiolino all’hip-hop e al rap di colore. L’amalgama, che ha un punto di sublimazione impercettibile, non riesce, e il film si muove macchinosamente alla ricerca di un’identità che non riesce a trovare. Si alternano così diversi registri di messa in scena, che fotografano le sequenze come momenti a sé, slegati in qualche modo da un’unità di intenti e di messa in scena che disperde quel che di buono c’è nel film in tanti rivoli.
Trade d’union del dipanarsi della trama (tra passaggi ottimamente costruiti e scene al limite del ridicolo) è Mark Walberg, favorito sicuramente dalla costruzione di un personaggio che pare il più credibile dello script, ma che, al di là di questo, si pone attorialmente come cardine vincolante dell’intera vicenda filmica. Il tenere insieme (un po’ forzatamente) quattro fratelli adottivi, ognuno con una sua storia molto caratterizzata (uno dei momenti felici dello script ne è la presentazione, che avviene con pochi tratti, decisi ed esaurienti), non sarebbe riuscito senza una presenza sullo schermo come quella di Walberg, che si cala bene nella parte e imprime il suo mesto vigore a tutta la vicenda. Tra ottime sequenze e paradossali incomprensioni, duole segnalare un finale che sembra voler essere consolante, che riporta ancor più (se ce ne fosse bisogno) allo modello “cassettaro”, qual è il film.
Un passo in avanti di Singleton, sicuramente. Mezzo passo di lato traballando per lo spettatore (quello mediamente esigente; chi cerca un’oretta e un quarto di action comunque non priva di un suo filo logico, troverà quel che cerca).
Da vedere in poltrona, con qualche fido pop-corn.

 

Confronta la scheda su Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 00:46 | link | commenti |
recensioni, castlerock

martedì, 20 settembre 2005

Un film in due parole: Good night, and good luck

Alla maniera dei grandi vecchi del cinema (vecchi ancor giovani, stando a vedere il recentissimo "La damigella d'onore") Clooney (dopo il primo, mediocre, "Confessioni di una mente pericolosa") confeziona un film che non lascia parlare se non se stesso, senza artifici narrativi di sorta. La grazia con cui s'intersecano diegesi ed extra-diegesi, meta-racconto e finzione d'immagine nel corso di un'ora e quaranta di film lasciano a bocca aperta. Un film attualissimo, film a tesi senza la presunzione di dover sottolineare la bontà di quel che afferma, ma che lascia lavorare di fino le immagini, gli sguardi. Si coglie anche un tentativo (in alcuni casi riuscitissimo, si pensi all'ultimo dialogo tra Strathairn e Wise) di costruzione di un'etica della messinscena, accennato senza troppa convinzione (piuttosto saggiamente, al contrario il film avrebbe potuto avere momenti eccessivamente didascalici), ma che pennellano determinate sequenze come raramente abbiamo visto in questi ultimi anni. Eccezionale la fotografia, che deve fare i conti (e ci riesce benissimo) con la coraggiosa scelta di un'inusuale, e poco commerciale, bianco e nero sgranato.
Qualche piccola falla, qua e là, la si trova senza colpo ferire. Una certa (alla lunga stancante) ripetitività d'inquadratura, un'asetticità del girato che, anche se solo in rari momenti, sembra non del tutto funzionale all'opera.
Un film per palati fini (si spiega così, anche se non a sufficenza, una distribuzione affannosa e balorda), con le sue pecche e i suoi tanti pregi. Ma segno di un coraggio sorprendente, che rifugge da un certo tipo d'intellettualismo artefatto e artificioso, per andare a incalzare il cinema nei suoi aspetti più palesi e (sic!) trascurati, nel far parlare da sè (e splendidamente) una garbata e affascinante composizione di messinscena, prova attoriale (qua e là eccezionale) e sapiente uso di fotografia e di dissolvenze.
Nella sua (naturale) imperfezione, questo è cinema.

Pubblicato da: Xanadu |alle 22:52 | link | commenti (8) |
un film in due parole

La damigella d'onore

Il ritorno di Chabrol

Sorprende notare come determinati soggetti ultimamente molto in voga (con scarsissimi esiti qualitativi) nel cinema italiano, se affrontati da un certo tipo di cinema francese (quello con la C maiuscola, quello che ha radici profonde), diano risultati sorprendentemente (?) piacevoli.
E così un grande vecchio del cinema francese, a quasi cinquant’anni dal suo debutto, costruisce, partendo da un romanzo della scrittrice inglese Ruth Rendell, un soggetto che in altre mani avrebbe dato vita ad una storia intimista e involuta, una piccola, grande, storia di follia metropolitana con un garbo, una serietà e un’ironia latente che colpiscono.
Chabrol introduce al suo mondo con una morbida carrellata per le strade di una qualunque provincia francese, per offrirci subito, irruentemente, un indizio, un accenno del dramma che ci apprestiamo a vivere, per spostare poi subito il fuoco dell’azione ad altro, alla vita (più o meno) pacifica di una famiglia qualsiasi. E’ subito introdotta e palesata allo spettatore la modalità di scrittura del film, che avanza discretamente nelle maglie di una realtà alle prese con i suoi piccoli problemi, palesandoci a poco a poco, senza ricorrere ad una costruzione delle sequenze forzatamente ansiogena o ad un uso ingordo e strabordante delle musiche e degli effetti sonori, il dramma e la mostruosità che un’ambiente così qualunquista cela.
Il regista si serve dell’uso ripetuto del primo piano come unico momento di scoperta delle dinamiche in gioco, ma anche come paradigma di un uso della macchina da presa che aggredisce gli spazi, calamitata dai corpi in scena. Non conta il dove, il come. Conta il chi.
L’incedere della tensione nel procedere delle sequenze viene costruita rifuggendo da qualsiasi artificio della postmodernità, riscoprendo un classicismo d’altri tempi, non dimentico, tuttavia, di una storia di decostruzione delle regole della trasparenza che ha visto Chabrol come tra i più grandi maestri ed interpreti. E così lo schema del “puro montaggio” viene eluso dal francese in agili e nervose panoramiche, con la macchina da presa che ruota sempre e comunque intorno alla figura degli attori. Tra questi ultimi, oltre alla splendida Aurore Clément, spicca il giovane protagonista, Benoit Magimel, che si adegua perfettamente allo stile sommesso e misurato del regista.
Dopo un ultimo periodo poco entusiasmante, Chabrol ritorna con un film sorprendentemente moderno e ben calibrato, che una distribuzione schizofrenica ha tenuto al palo per un anno, salvo poi distribuirlo a settembre, nel calderone delle uscite veneziane.
Ma tutto questo si riesce a scordare, di fronte ad un’opera così profonda e garbata

Confronta la scheda su Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 15:44 | link | commenti (5) |
recensioni

venerdì, 16 settembre 2005
Viva Zapatero!

Dopo l’inopportuna e pretestuosa soppressione dal palinsesto notturno di Raitre del suo programma (più o meno) satirico, Sabina Guzzanti opta per armi più fini (se così si possono definire), dedicandosi al cinema, e scrivendo un film di denuncia sulla sua trasmissione di denuncia. Un’involuzione di generi e espressioni comunicative paurosa, che dà però vita al frizzante “Viva Zapatero”, film/documentario di accusa/propaganda che di tutto tratta tranne che degli spagnoli e del loro primo ministro.
La Guzzanti si rifà agli ormai celeberrimi film a tesi di Michael Moore, costruendo il documentario per metà con interviste realizzate ad hoc, per l’altra con sketch e parodie ripresi dai suoi programmi o da programmi di satira internazionali. La tesi che enuncia si distingue in modo netto nel film dal (brutto) cinema di Moore per due principali motivi: il primo, non indifferente, l’afferenza della Guzzanti al mondo della satira informativa, tutt’altra cosa rispetto al documentarismo d’inchiesta. Il secondo, non meno importante (anzi) del precedente, è l’autoreferenzialità della costruzione del prodotto cinematografico. Sono questi i due aspetti fondamentali che segnano “Viva Zapatero”, al di là dell’enunciato della tesi che, rispolverando argomenti e teorie un po’ lise a dire il vero, si concentra sulla possibilità di far televisione e sul limbo di confine tra satira e informazione nel servizio di Stato.
Il primo punto su cui la Guzzanti costruisce (non si sa quanto consapevolmente) la sua identità di cineasta, smarcandosi da facili analogie con un certo tipo di documentarismo d’assalto, è la sua identità pubblica di show-woman del mondo della satira impegnata. Ed è dunque sull’impegno che la regista (o si dovrebbe dire montatrice, o protagonista?) fonda il suo film, creando una dissonanza tra il tono con il quale affronta (in voice off) la vicenda, con la relativa costruzione dell’impianto musicale e sonoro, e il materiale che funge da contenuto vero del film, materiale che, raccogliendo in gran parte spezzoni di programmi satirici (di casa Guzzanti e non), non si presta agevolmente ad un tipo di lettura seriosamente militante. Non si capisce se sia una dicotomia cercata, ma si avverte un’inadeguatezza del ritmo delle immagini rispetto al tentativo ricerca di un tono pacato e incedente.
Secondo punto (a nostro avviso, in questo caso, di debolezza) interessante nell’analisi della costruzione del film è l’autoreferenzialità del racconto a tesi portato avanti dalla pellicola. Essendo parte in causa, la Guzzanti non esita ad affiancare alla sua tutte le situazioni di “precarietà del posto di lavoro”, chiamiamole così, del mondo televisivo, ma non solo. Finisce addirittura per avocare alla categoria degli emarginati dal potere l’ottimo Ferruccio de Bortoli, oggi silla sella del direttore nel più grande quotidiano economico italiano. Esempio di come l’analisi della Guzzanti sia in diversi punti fumosa, senza uno scopo preciso, pur venendo aiutata da interviste imbarazzanti (per gli intervistati) dell’establishment politico italiano.
La sequenza (?) finale è paradigmatica di questi due grandi vizi (?) da cui il film trae linfa, presentando in maniera drammaticamente partecipe e accorata quella che è stata la grande festa dell’Auditorium romano nella serata della seconda puntata del programma.
Un buon film di propaganda, che sarà duro terreno di scontro fra le parti, ma che non aggiunge nulla di nuovo né di decisivo nell’autunno cinematografico, se non per un’eco che con il cinema (anche quello veramente politico) non c’entra nulla.

Confronta la scheda su Castlerock

Pubblicato da: Xanadu |alle 01:14 | link | commenti (3) |
recensioni, castlerock

domenica, 11 settembre 2005

Un film in due parole: Seven Swords

Evento inaugurale dell'ultima mostra del cinema di Venezia, ci si augura che Seven Swords sia stato anche il punto qualitativamente più basso, onde fugare tutti i (legittimi) dubbi sulla bontà della rassegna di quest'anno che altrimenti sorgerebbero spontanei.
Tsui-Hark mette in scena una logorroica presentazione di duelli all'arma bianca e sfoggio di abilità nelle arti marziali, unico vero nocciolo del film. Tutto il resto è fumo negli occhi, scaturendo da uno script che evanescente è dir poco (un paio di volte ci siamo ritrovati a ridere per l'assurdità di alcuni passaggi), non riuscendo a risolvere in maniera chiara e incisiva uno (che sia uno) degli snodi narrativi. La messa in scena sembra non seguire un filo logico, e la ricerca dell'inquadratura mozzafiato spesso conduce la mdp in luoghi assurdi o impensabili. Qua e là cade anche la fotografia, che abbonda in uso di filtri cromatici, in diversi casi in modo stucchevole.
Speriamo proprio che Hark torni a fare film con Van Damme. Almeno in quel caso, non gli si prentende nulla.

Pubblicato da: Xanadu |alle 08:45 | link | commenti (31) |
un film in due parole

sabato, 10 settembre 2005
Festival di Roma

Chi ha paura di liberare il panda?

Non è passata di certo in sordina l’ufficializzazione della prima “Festa internazionale di cinema di Roma”, che vedrà come centro nevralgico il recente Auditorium romano a partire dall’ottobre 2006 e con scadenza annuale. Lo scenario, in effetti, sembrava quasi provocatorio. La conferenza stampa programmata al lido ha riscosso più successo di stampa e di pubblico che un Clooney in gran forma qualche giorno addietro.
Ma la cassa di risonanza mediatica risuona di tutt’altro fragore che non quello che accompagna le più classiche immagini in movimento. Ad attirare l’attenzione è stata la levata di scudi delle istituzioni venete, nel timore che una mostra romana, a così poca distanza temporale dalle scadenze solite della kermesse del lido, tolga respiro (e introiti) alla città lagunare.
Timori sicuramente fondati e degni di essere valutati come elemento del dibattito complessivo. Appare tuttavia sterile e fazioso un atteggiamento che valuti esclusivamente un problema di visibilità o di possibilità di guadagno. Segno di una endemica debolezza e carenza della biennale in fatto di strutturazione politico-mediatica e di reperimento fondi. Se non si riesce a camminare con le gambe proprie è ovvio che si soffre del vincolo forzoso di fronte ai finanziatori, vincolo che si complica e ingarbuglia ancor di più se il finanziatore è lo Stato italiano.
Il tutto s’incastona perfettamente (sigh) nel sistema-Italia, un sistema produttivo e distributivo che ha perso ormai da più di vent’anni la convinzione che il cinema sia uno strumento d’utilità sociale, ancor più disilluso dalle potenzialità d’incasso di film che non siano commedie natalizie pecorecce.
Detto tutto ciò, e tenendo ben presente che patrimonio di spettacolo e di cinema sia Venezia, una certa preoccupazione sollevata da Cacciari (“…la competizione è sana, buona, utile. Ma solo se è ad armi pari: In questo momento Venezia non è in grado di sostenerla:”) sembra quantomeno pretestuosa. Pretestuosa perché sì considera una serie di fattori importanti e imprescindibili nell’analisi di una modifica di questa portata dell’offerta festivaliera italiana, ma ne taglia fuori quello fondante: il cinema. Tra l’ironico e lo sdrammatizzante la risposta di Veltroni, sindaco romano che ha voluto fortemente questa nuova kermesse: “Il cinema non è un panda da mettere sotto vetro, una maggiore offerta crea maggior pubblico”. Contenti per l’iniziativa dell’amministrazione capitolina, un po’ delusi dal tenore della risposta. Come Cacciari (e Galan, presidente forzista del Veneto) Veltroni si sofferma sugli aspetti tecnico-economici del problema. Il discorso, a nostro avviso è un altro. La formazione di un polo di distribuzione cinematografica a Roma non potrebbe che far bene al sistema-cinema italiano, sia come polo di attrazione globale (insieme a Venezia) per il cinema internazionale (pensiamo in particolar modo a quello europeo e mediterraneo), sia per un’effettiva rilancita e nuovo stimolo per il cinema italiano che, sulla scia del film della Comencini, saggiamente inserito in concorso al Lido, inizi a guardare di più al mondo dei festival come ad una intelligente e sapiente calibratura tra qualità e fruibilità.
Ovvio che per far ciò occorrerebbe un organo, meglio se formale, di coordinamento tra i due festival, per definire strategie e ritorni d’immagine in modo mirato e oculato.
Senza che per questo Venezia si debba sentir defraudata di qualcosa. Un certo tipo di programmazione (pensiamo allo strombazzato e imbarazzante esordio di “Seven Swords”) è tranquillamente depennabile, altra ridimensionabile senza che per questo si debba subire un calo in qualità del programma o nel ritorno pubblicitario. Sicuramente una coordinazione tra le due kermesse sarà fondamentale, data la programmazione così vicina, onde evitare sterili contrapposizioni o sovrapposizioni d’idee o progetti.
E soprattutto, al di là di un meritorio riconoscimento all’iniziativa e una doverosa supervisione generale, che il cinema venga svincolato da polemiche politiche che tutto fanno tranne che il bene e l’interesse della settima arte.

 

Pubblicato da: Xanadu |alle 10:18 | link | commenti (1) |
news, approfondimenti

giovedì, 08 settembre 2005
Dogville: una discussione

C'erano una volta tre allegri amici, che si misero a parlare di un film. Non partorirono null'altro che qualche elucubrazione sparsa sul senso e significato di un certo tipo di cinema, che qui, comunque, vi offro

Pietro Salvatori: In concomitanza con la presentazione a Cannes del nuovo lavoro di Lars von Trier, ci vogliamo soffermare un attimo su Dogville, prima che sorpassi la linea della attualità cinematografica e si vada a depositare nella monumentale storia del cinema.
L’aspetto principale sul quale mi piacerebbe soffermarmi e partire è quello di un presunto rifiuto del Dogma, inteso come il “Dogma95”, manifesto che ha preceduto la realizzazione di “Idioterne”. A mio avviso v’è una duplice considerazione da fare. In primo luogo è pretestuosa la leggenda che il Dogma95 sia una sorta di manifesto programmatico della filmografia di von Trier, e che di conseguenza sia stato man mano rinnegato. La considerazione, presa a sé stante, non regge per il semplice fatto che il danese volante è solito far precedere ogni suo film da una sorta di dichiarazione d’intenti, un manifesto esplicativo della sua poetica filmica (rimando, per una raccolta, quasi, completa a “Il cinema come Dogma, intervista a Lars von Trier” edizioni Mondadori). D’altra parte, però, è innegabile che il Dogma95 abbia condizionato profondamente la filmografia dello stesso Trier, arrivando a fare della Danimarca una sorta di grande laboratorio di un certo modo di fare cinema (pensiamo a Vitenberg, o al recente “Brodre” di susanne Bier).
Ecco, in sostanza affermare che Dogville sia un definitivo rifiuto del Dogma95 mi sembra sia concettualmente sbagliato, ma anche errato in sé. Tracce ed evoluzioni del Dogma mi paiono ben riscontrabili.


Mattia Matteucci: Il Dogma non è mai esistito. E nessuno ci ha mai creduto. È stato un gioco divertente, interessante e accentratore, ma nulla di più e forse già molto.
Prima della fantomatica dichiarazione d’intenti il Dogma esisteva già. O meglio si stavo formando un certo tipo di approccio al soggetto da riprendere (storia da raccontare + personaggio da seguire).
Con Idioti effettivamente nasce una nuova modalità di fare cinema, più esplicita e libera. Un nuovo approccio al cinema, quasi un ritorno al naturalismo e al naive. La regia diventa sempre più frammentata e isterica. Selvaggia e naturale. Quasi una rappresentazione della coscienza visiva. Costruita come si costruiscono i ricordi visivi pensati. Lars Von Trier è al massimo della sua sintesi.
In questo periodo si inserisce Vintnberg con Festen (primo film ufficiale di Dogma). Il linguaggio è ancora più estremo di Von Trier. Quasi davvero troppo ricercato, ma efficace. Tornano i temi drammatici de Le Onde del Destino che si erano perduti dopo e con The Kingdom.
Dogma sembra quindi rivolgersi a quegli aspetti della vita drammatici e paranoidi. Situazioni al limite. Vite spezzate e esistenze malate. Viene imboccata una strada precisa di ricerca fatta di un cinema che se comunque viene intaccato da quegli aspetti narrativi poco trattati nel cinema contemporaneo resta comunque un modo di fare cinema. Un cinema che segue le sue regole e i suoi dogmi di costruzione, ma cinema che si articola.
Il passaggio successivo segna un impoverimento irrimediabile. Tutto ciò che era stato pianificato e sempre vissuto come una passione libera e abilmente frivola viene improvvisamente a mancare. Dancer in the dark di Von Trier e Italian for begginers della danese Lone Scherfig portano Dogma su ‘nuovi’ propositi di ricerca. Paul Bettany e Nicole Kidman
Eccezione fatta per le parti musicate di Dancer in the dark la costruzione cinematografica dello spazio viene abbandonata del tutto per privilegiare l'aspetto umano dei personaggi. Grandi e lunghi primi piani degli attori, dei loro visi, sono ciò che resta di questo cinema. Il centro, che era già stato scardinato, viene ad appiattirsi ai confini dei controcampi della macchina da presa. Il centro di equilibrio di questo cinema, distrutto ma portato lentamente in una concatenazione continua di inquadrature e salti visivi, di errori grammaticali viene ora a stabilizzarsi in un'involuzione verso il primo piano. Questa scelta registica diventa, o cerca di diventare, il punto di (in)stabilità di questo ennesimo nuovo tipo di cinema.
La sensazione è duplice infatti. Se da una parte abbiamo un inaridimento lessicale e quindi una perdita di volontà costruttiva, dall'altra invece ci viene presentata con insistenza una vaga sensazione di nausea attraverso l'uso di questa regia. Certo questa rimane una scelta volontaria e conscia, ma a mio avviso questo cinema si lascia cadere negligentemente verso una "teatralità" dove l'attore, il suo viso, il dramma interiore del suo personaggio diventano le uniche e sole risorse possibili.
È un cinema che cambia e che si muove rapidamente, è vero, ma i risultati dell'ora e dell'adesso, per me, non sono assolutamente soddisfacenti. E Dogville, lo dico subito, è un film insopportabile.


Giuseppe Mariani: Da spettatore assai poco entusiasta delle pellicole di Lars Von Trier fin qui visionate, proverò a parlare di Dogville senza tener conto di Dogma 95 che non ho mai cercato di approfondire, per noia, data l’artificiosità vanamente provocatoria di suoi precetti, a prima vista riscontrata. Che tale “manifesto” programmatico sia nato con intenzioni serie oppure facete, e che data una regola se ne possa fare cibo per porci, mi lascia del tutto indifferente. Nella fattispecie. L’arte cinematografica non ha bisogno di ricorrere alla provocazione scorretta, al limite antipatica, modaiola, quindi priva di futuro, per rinascere a se stessa. Sta di fatto che, abbandonate, o tradite, o superate (sia quel che sia, lo trovo ininfluente ai fini del risultato) le regole dogmatiche, Lars Von Trier realizza un’opera sostanzialmente scontata ed irrisolta, dove le buone intenzioni e le ambizioni tradiscono un’autorialità affatto manierata e fintamente innovativa, a riprova che l’esperienza Dogma sia servita a poco. Citando Mattia: “Dogma sembra quindi rivolgersi a quegli aspetti della vita drammatici e paranoidi. Situazioni al limite. Vite spezzate e esistenze malate.”. A me sembra che lo stesso cinema di Lars Von Trier che si prefigge di rappresentare tutto ciò, contenga in sé il seme di una malattia che corrode estetiche e contenuti. Ho detestato Le onde del destino, Dancer in the dark; trovato propriamente idiota, irritante, di un intellettualismo artefatto e snervante Idioti. Aldilà della studiata insincerità dello stile e dei contenuti, della messinscena che ha pretese di originalità, L’Elemento del crimine mi ricorda troppo gli “acquitrini” di Stalker di Tarkoswskij (ma ora sto parlando di un genio del cinema). Caso a parte, The Kingdom l’ho trovato divertente.
Dogville. In sintesi. La spoglia scenografia di tipo teatrale, teatro brechtiano, che ricorda inoltre le prime sequenze di Le valigie di Tulse Luper di Peter Greenaway (case senza muri e dentro/fuori un’umanità affastellatala e promiscua, nascosta/scoperta), ed anche gli allestimenti spesso in voga nei teatri dell’opera musicale, avrà anche il suo fascino al primo impatto, e comunque fino a quando non ci accorgiamo di trovarci non esattamente di fronte ad un allestimento originale. Dogville è un riproporre lo stesso modulo narrativo/figurativo, senza soluzione di continuità, in assenza di significativi sviluppi della messinscena . Tarato il suo obiettivo su tre o quattro tecniche di ripresa (zoom, macchina a mano, inquadrature dall’alto, primi e primissimi piani), il regista da lì non schioda e tira la corda ostentando per circa 180 minuti circa la stessa inquadratura. La noia è sempre in agguato. La drammaturgia ha infine la meglio sul cinema; il teatro filmato sull’inquadratura fotogenica. E si tratta di cattiva drammaturgia che ripropone l’idea fissa, ricattatoria/provocatoria, quaquero-bigotta, la misoginia endemica, l’idea oramai consunta e davvero irritante della donna sfigata, suffragetta, vittima sacrificale da “tutti” (?) maltrattata, di un regista che regredisce attingendo direttamente alle tematiche di Le Onde e Dancer. C’è però da dire che la macchina a mano viene stavolta utilizzata in modo più discreto del solito, senza provocare quel fastidioso mal di mare che costringeva lo spettatore ad assumere una pastiglia di Xamamina prima di intraprendere il viaggio…

Pietro Salvatori: Un’analisi del dogma, però, a mio avviso non può essere condotta se non guardando, come fine ultimo, al valore metaforico e contenutistico del Dogma stesso. Illuminante è, a questo proposito, la visione di “The five obstructions”, noto al pubblico italiano come “Le cinque variazioni”, piccolo documentario di von Trier girato a quattro mani con Jorgen Leth. Questo piccolo film, potrebbe essere considerato, sotto molti aspetti, il vero manifesto del “fare cinema” di von Trier. Il concetto da cui parte il danese, concetto su cui fonda tutta la sua poetica registica, è quello di privazione. Interessante notare come, alla base di una cinematografia, ci sia, caso più unico che raro, un filosofia del cinema. Fatto di per sé non condivisibile, ma comunque ammirabile. Dicevamo della privazione. E’ il limite il cardine della messa in scena di Lars. Il limite, la privazione di spazi, filtri, bracci meccanici o scenografie, è la tara (temporanea) su cui si fonda la messa in scena di qualsiasi film del danese (fatte salve le primissime esperienze). Proprio per questa visione della privazione come strumento utile per incanalare il genio dell’artista, ci è utile per inquadrare il filo rosso che lega Idioti (film che anche io ritengo tra i peggiori del regista, ma emblematico) e Dogville. Il limite cambia, ma non scompare. Non viene rinnegata quindi un’idea di fondo, quell’idea che è il seme di tutti i film di von Trier, così come si sente dire spesso. Anzi. Dogville è il rafforzamento di quell’idea che, scaturita dal Dogma, si è evoluta, alla faccia dell’ottusità di una certa critica che parla ancora di rinnegamenti e terremoti. No, non è così. Tutt’altro. Una visione contraria dovrebbe essere eliminata in un’analisi della cinematografia von trieriana. Che poi piaccia o no, è un altro paio di maniche.

Pubblicato da: Xanadu |alle 09:38 | link | commenti (11) |
approfondimenti



Eccomi

Blogger: Bonekamp

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami