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Un film in due parole: Batman Begins
Christopher Nolan mette in scena un buon film, "primario e primordiale", come diceva qualcuno in giro per la rete, con una ricerca scenografica e fotografica di tutto rispetto. Un buon fiilm dunque, che sottolinea in modo quasi feroce la piena umanità dell'unico supereroe senza superpoteri. Un buon film. Ma qualcosa non quadra. Non è quel mondo pesantemente gotico che ci descrive Tim Burton, non è quell'uomo schivo, riservato, che abbiamo imparato a conoscere e che si è sedimentato nell'immaginario comune. In una botta sola Bruce Wayne/Batman insulta pesantemente gli invitati a una sua festa, lascia demolire dalle fiamme la sua reggia, provoca maxi-tamponamenti autostradali e crolli strutturali della metropolitana. Altro che eroe schivo e silenzioso. Drammatica l'elisione della storica battuta "Hai mai ballato col diavolo nel pallido plenilunio?", su cui si costruiva metà della fascinazione dell'inizio della saga, durante il rifacimento della stessa scena.
Un buon film, quasi un ottimo film. Ma non è Batman. E non sappiamo se non cedere alla bontà del lavoro, o rassegnarci a questa nuova misura nella descrizione del personaggio e del suo mondo. Il tempo chiarirà un pò di cose.

Un film in due parole: La notte dei morti viventi
Romero confeziona (con due lire) quello che diventerà un classico e lancerà un intero genere. A breve uscirà il nuovo capitolo di quella che è diventata nel tempo una quadrilogia (dopo "Zombi" e "Il giorno degli Zombi"), che si andrà a innestare in un filone ormai inflazionatissimo. A differenza degli ultimi casi del genere, si pensi a "28 giorni dopo" di Danny Boyle o a "L'alba dei morti viventi" di Zack Snyder, che presentavano mostri scattanti e velocissimi, Romero conferma le origini, cioè la costruzione di una figura (quella del suo primo film del '68) impacciata e lenta, che proprio per questo spingeva le sue vittime a sottovalutarla. Patrimonio del cinema horror, ma anche di tutta la cinematografia in senso lato, "La notte dei morti viventi" non mostra, a distanza di ormai quasi quarant'anni, l'usura del tempo. Mantiene al contrario tutta la propria carica espressiva e comunicativa

Tullio Kezich, noto critico cinematografico del Corsera, si inserisce nel dibattito innescato da Galli della Loggia e rilanciato da Paolo Mereghetti prima, e Aurelio Lepre poi
Ma a Hollywood comanda il mercato
«Narrate, uomini, la vostra storia». Cinematograficamente, secondo Ernesto Galli della Loggia, l’invito espresso nel suggestivo titolo di Alberto Savinio sarebbe oggi raccolto soltanto da Hollywood. La tesi non manca di fondamento, però a un’ipotesi tanto intrigante vorrei opporre un po’ di pragmatismo. Quando si collocano sotto un’unica insegna film come Troy (Wolfgang Petersen), Alexander (Oliver Stone), Il gladiatore e Le crociate (Ridley Scott) e magari anche The Passion (Mel Gibson), c’è il rischio di ipotizzare che dietro la tendenza storica o metastorica del cinema Usa ci sia un Goebbels redivivo (in versione democratica, per carità) impegnato a prescrivere temi e fissare direttive. Mentre la logica delle scelte di produzione è quella del profitto e basta: in questo momento ha una buona risposta al botteghino un certo genere di film e allora si fanno quelli. E poi, di che americani parliamo? Fra gli autori chiamati in causa sono nati in Usa solo Stone e Gibson, che però è cresciuto in Australia; degli altri, Petersen è tedesco e Scott inglese. E di che Hollywood parliamo? Troy è stato girato a Londra, Malta e Messico; Alexander in Marocco, Thailandia e Regno Unito; Il gladiatore in Marocco, Inghilterra, Malta e solo in parte in California; Le crociate in Marocco e Spagna; The Passion a Matera. Tanto per dire che queste produzioni, reggendosi in equilibrio precario su ammucchiate multinazionali sotto l’egida del dollaro, non sono concepite né realizzate nella cornice degli Studios come ai tempi di De Mille. Sono idee arrivate da fuori e realizzate fuori. Per alcuni titoli, anzi, la copertura a stelle e strisce è stata raggiunta attraverso difficoltà enormi, vedi il film su Cristo rifiutato dalle majors che poi Gibson, con audace mossa vincente, si è prodotto da sé.
È difficile insomma rilevare nella tendenza storica una matrice prettamente yankee; ed è perciò difficile condividere l’opinione di Galli della Loggia che questi film siano «l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana» alla ricerca di una superidentità occidentale da evidenziare e proteggere. Tanto più che al traguardo del botteghino alcuni titoli negli States sono affondati nell’indifferenza delle masse e da noi hanno trionfato. Tipico il caso di Le crociate , che ha rastrellato domestically la miseria di 46 milioni di dollari e nel resto del mondo è arrivato a 156. Non è dunque per disinteresse al passato che l’Europa non produce più kolossal, come ai tempi del Napoleone di Gance e di Scipione l’Africano , di Ivan il Terribile di Ejz
enstejn e di Waterloo di De Laurentiis, ma perché i costi di simili imprese sono diventati irraggiungibili. Se vogliamo vedere film di questa taglia, noi continentali li dobbiamo comperare con il marchio made in Usa; e gli americani non li fanno per loro, ma per venderli oltremare.
Espressi i dubbi sulla consistenza di un filone autenticamente americano del cinema ispirato alla storia, va segnalata invece un’altra tendenza, davvero americanissima questa, che riguarda il tentativo di edificare una nuova mitologia. L’esempio più clamoroso è Star Wars , che in quasi trent’anni, attraverso sei capitoli, ha fabbricato con residuati provenienti dal sottobosco della fantascienza una saga del futuro (o del trapassato remoto?) sostitutiva dei poemi omerici, della Chanson de Roland , dei Nibelunghi e dei romanzi del Ciclo Bretone. L’esempio più recente è Batman Begins . Qui c’è davvero il tentativo di riciclare e pantografare l’arte povera dei comics fino a farle assumere dimensioni imponenti e significati universali. Su questa strada sono in arrivo l’ennesimo King Kong e numerosi altri progetti di monumentalizzazione dell’effimero. Il motto potrebbe essere, parafrasando Savinio: «Narrate, uomini, la vostra leggenda».
Dopo Dogville il pubblico italiano (il poco pubblico che potrà vedere Bonjour Michel) ha il piacere di ritrovare Ben Gazzara, e per di più in un ruolo da protagonista.
Arcangelo Bona
ccorso è alla sua opera prima, ma può vantare vaste conoscenze nel mondo di un certo tipo di produzione (è amico di Lattuada, fu aiuto-regista di C'era una volta in America), che gli hanno permesso di agganciare il leggendario attore statunitense. Al suo fianco l'attrice televisiva Elena Arvigo, già intravista in Distretto di polizia.
Bonaccorso ha ambizioni che vanno ben al di là delle sue possibilità, finanziarie ed artistiche. Tutto il film è una ricerca di senso (senso nella vita, senso nella morte, senso cinematografico) che scorre via senza incidere né formalmente né contenutisticamente.
Le avvisaglie si manifestano sin da subito. La descrizione di un disorientamento, di un disagio esistenziale come è quello del protagonista si pongono subito su un piano che esula da una narrazione tradizionale, per porsi sul piano del richiamo epico-onirico. Ma la realizzazione è confusa e superficiale, e sin da subito mancano i presupposti per un radicamento della storia nell'immaginazione e nel sentimento dello spettatore. E l'impatto blando e confuso tende a confermarsi con il proseguire della pellicola, che non riesce a sfornare scene madri né a privilegiare una certa continuità di tensione. Tutto il film prosegue sbrodolandosi sulla novità iniziale, quella dell'incontro dell'anziano e stanco Gazzara con la giovane e aitante Arvigo, accontentandosi di far dipanare la storia mollemente, cercando di ridestare l'attenzione con malriusciti colpi di scena. La musica che sottolinea incessantemente e senza lasciar tregua ogni scena è pallida e fastidiosa fino alla noia. La fotografia svolge il suo compito diligentemente, anche se sorge qualche dubbio sulla costruzione di alcune scene, che sembrano tagliate da fasci di luce del tutto inspiegabili.
Non è di certo sulla tecnica che puntava questo Bonjour Michel, ma sulla densità di senso. Mancando di base la prima, e venendo a mancare la seconda, il risultato è, malgrado Gazzara, del tutto mediocre. Contribuisce in una certa misura anche lo script, che mette in difficoltà a tratti gli interpreti con una costruzione dei dialoghi sfasata.
Un discreto tentativo, che si lascia guardare per lunghi tratti (e che fa assopire per altri), ma che non si rende conto che non basta la presenza di un grande attore per rendere un film altrettanto grande.
Confronta la scheda su Castlerock

Continua la discussione aperta da Ernesto Galli della Loggia sull’importanza dei grandi film storici americani con l'inter
vento di Aurelio Lepre
Ma i sogni dell’Occidente non si possono fermare a Hollywood
La discussione aperta da Ernesto Galli della Loggia è di grande interesse e rilievo: da tempo ormai gli storici, senza nessuna pretesa di esprimere giudizi sulla loro validità artistica, considerano i film, anche di «fiction», come veri e propri documenti del tempo in cui sono stati prodotti. E non c’è dubbio che, nel loro complesso, le singole cinematografie danno una significativa immagine delle società nazionali. Concordo anche sul forte valore periodizzante dell’11 settembre 2001. In passato Hollywood, nella sua funzione pedagogica, cercava di offrire all’intero Occidente modelli di democrazia e di vita quotidiana da imitare (i due aspetti sono riscontrabili anche in molti film sulla seconda guerra mondiale); dopo l’attacco terroristico sembra stia tentando di proporre qualcosa di più: un’interpretazione dell’intera cultura occidentale, compresa quella epica. Data la libertà di cui godono i registi americani, non si tratta certo di un’interpretazione univoca, ma proprio le differenze mostrano la capacità di Hollywood di narrare l’Occidente in tutti i suoi aspetti, anche conflittuali. Vorrei ricordare che, grazie alle loro straordinarie capacità di racconto «nazionalpopolare» (peccato che proprio Gramsci, ancora troppo legato alla cultura letteraria del suo tempo, non abbia capito le potenzialità del cinema in questo campo), pure dopo Pearl Harbor i registi americani svolsero un’importante funzione pedagogica. E l’assolsero durante la guerra proponendo le ragioni degli Alleati e, nei decenni successivi, mostrando che Hollywood era, già allora, come ha scritto Galli della Loggia, «la depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta». Perché quasi tutti gli europei, compresi i tedeschi e gli italiani, si convinsero che erano stati sempre, fin dal 1939, a fianco dei «buoni» e contro i «cattivi». Questa consolatoria illusione, c
riticabilissima sul piano storico, ma molto efficace su quello politico, giovò grandemente alla nascita dell’Europa democratica del dopoguerra. Che aveva molte colpe da far dimenticare e anche per questo trovò difficile raccontare la sua storia.
Senza dubbio il passato pesa anche sulla possibilità della cinematografia europea di produrre oggi grandi film storici. Per gli americani è più facile assumere, più o meno a ragione, avvenimenti o figure dei secoli e dei millenni precedenti come tipici della civiltà occidentale, senza sottilizzare troppo. Ma il pubblico europeo stenterebbe ad accettare come proprie vicende che, quasi sempre, vedevano scontrarsi i loro antenati. A celebrarle, c’è il rischio di mettere in pericolo anche l’identità che si sta faticosamente formando.
Ma non è comunque questo il punto principale, che a me pare invece la diffusa incapacità a prendere atto in Europa di ciò che sta cambiando nel mondo, a causa del riemergere delle «civiltà» (l’islamica, la cinese, la russa, l’indiana), con economie talvolta simili a quella europea, ma con culture profondamente diverse. È una sfida alla quale soltanto gli Stati Uniti in questo momento sembrano attrezzati a fare fronte e ciò consente loro di presentarsi come gli eredi anche delle civiltà nate o affermatesi in Europa, dalla greca alla romana, dall’ellenistica alla cristiana. E - per tornare al cinema - di diffondere questa connotazione non tra i critici o gli intellettuali, che possono anche ironizzare su certe ingenuità o su grossolani errori, ma nel vastissimo pubblico che riempie le sale cinematografiche e che, in definitiva, ne rappresenta il destinatario che veramente conterà.
Un film in due parole: Batman
Il talento immaginifico di Burton si presta per una volta ad uno scenario non retorico ed artefatto. La connotazione fumettistica di sicuro aiuta, come aiutano le ottime interpretazioni di Michael Keaton e Jack Nicholson (quest'ultimo caratterizza un Joker entrato nell'immaginario collettivo. Traendo forza dall'ambiente culturale da cui deriva, ma caricato di una fortissima valenza cinematografica, il primo Batman di Tim Burton si connota come un film da manuale. Poche (e non incidenti su una valutazione complessiva) le sbavature.

Non c'è dubbio che Nick Cassavetes sia cresciuto a pane e cinema, letteralmente. Con una madre come Gena Rowlands ma soprattutto un padre del calibro di John, il piccolo Cassavetes teoricamente non può sbagliare un film. E in effetti il teorema regge perfettamente anche con "The notebook", tradotto in un italiano marzulliano come "Le pagine della nostra vita". Il mestiere nel maneggiare la macchina da presa lo si riconosce senza fatica, Cassavetes si muove senza problemi nel territorio non agile di un tipo di cinema classico, un cinema in cui la trasparenza di montaggio guida docilmente per mano lo spettatore. Nulla è lasciato al caso, i climax, le scene madri, gli snodi narrativi sono tutti guidati docilmente dalla sequenza delle immagini e da una colonna sonora che sa giocare (anche troppo) bene con i sentimenti del pubblico.
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Paolo Mereghetti risponde all'editoriale di Galli della Loggia
Si può far cinema anche senza «buoni» e «cattivi»
Con la foga del polemista, Ernesto Galli della Loggia è intervenuto senza troppe sfumature sul tema del cinema come
strumento capace di raccontare anche l’identità storica di una nazione. Di fronte a una Europa «mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo», e quindi incapace di ripensare al proprio passato in termini epico-identitari, vede in Hollywood «la sola, incontrastata depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta». Si potrebbero avanzare molti distinguo di fronte a questa tesi: per esempio che per raccontare la storia dell'impero romano o delle crociate cristiane, Hollywood abbia dovuto ricorrere a un regista inglese come Ridley Scott, o che per finanziare il film su Alessandro Magno un regista statunitense come Oliver Stone abbia dovuto ricorrere a cospicui finanziamenti francesi, o, ancora, che a voltare le spalle al progetto di Mel Gibson sulla Passio
ne di Cristo siano state proprio le major hollywoodiane, costringendo il regista-attore australiano a finanziarsi da solo il film (e poi a incassare sempre da solo quello che un insperato successo planetario gli ha portato).
Così come il privilegio per l’America di avere un passato «pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva», senza «avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa» sembra essere una caratteristica tutta nuova, post 11 settembre: sicuramente non è stato così per molti decenni, anche recenti, quando i temi laceranti del massacro dei pellerossa o della schiavitù avevano trovato sullo schermo molte e convincenti rappresentazioni.
Ma l’intervento di Galli della Loggia non vuole essere una lezione di storia del cinema. Vuole, mi sembra, farci riflettere sull’abbandono, anche da parte del cinema, di quell’ideale identitario e di quella capacità di ripensare al passato sotto le forme dell’epicità con cui ci troviamo a dover fare i conti, quasi quotidianamente.
Perché, in altre parole, il cinema europeo, per non parlare di quello italiano, non è più capace di «inventare» personaggi appassionanti come il gladiatore Maximus? Oppure, ci permettiamo di aggiungere agli esempi fatti nell’articolo pubblicato ieri dal «Corriere», quando vuole raccontare la Francia rivoluzionaria e bonapartista, non sceglie le gesta marinaresche raccontate da Peter Weir in «Master and Commander» ma le riflessioni morali che Rohmer affida a «La nobildonna e il duca»? Se per rispondere dovessimo affidarci a una frase fatta diremmo che gli europei tendono a riflettere sulla forma e invece i più pragmatici americani puntano tutto sul contenuto. Nel senso che ripensando al modo di raccontare del cinema europeo, viene da notare che i suoi registi semb
rano preoccupati soprattutto di trovare un equivalente espressivo capace di riflettere i mutamenti che sono avvenuti nella sensibilità contemporanea.
Non solo una questione di stile, dunque, ma una riflessione più generale sui cambiamenti di prospettiva e sui modi per poterli raccontare al meglio. Con tutte le conseguenze che ne derivano e che possono portare, come nel caso citato di Rohmer, a ricostruire la Rivoluzione francese attraverso «stampe che si animano», per meglio sottolineare la scollatura tra il panorama storico e i personaggi che lo abitano.
Il cinema popolare hollywoodiano problemi di questo tipo, para epistemologici, non vuole neppure prenderli in considerazione. Tutto deve essere finalizzato a dare quella impressione di realismo che sappia favorire l’identificazione tra spettatore e protagonista, che sappia cancellare dalla mente di chi guarda ogni dubbio che non sia pertinente alla domanda fatidica: vinceranno i buoni?
Con tutto quello che significa rispetto all’identità dei «cattivi», ma anche alla capacità di trovare sullo schermo la molla capace di far scattare l’orgoglio di una rinnovata identità.

Pubblico le riflessioni del professor Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera di martedì 21 giugno
E adesso la storia dell’Europa viene scritta solo a Hollywood
I film americani rivendicano con orgoglio l’antica eredità dell’Occidente mentre il Vecchio Continente non sa più neppure se possiede un’identità

Da poche settimane, le Crociate. Immediatamente prima Troia, Alessandro e il Gladiatore. Come tutti sanno, sono i titoli di altrettanti film apparsi negli ultimi anni: l’ordine in cui li ho citati non è quello della loro uscita effettiva, bensì quello cronologico degli eventi in essi narrati, il che serve a dare un’idea dell’ampiezza dell’arco storico coperto. Si va dal paradigma omerico di tutte le guerre alla dimensione dell’impero, a quella dello scontro tra grandi civiltà (le crociate, appunto) passando per la luminosa figura del giovane capo vittorioso, figlio dell’Ellade, Alessandro, cui toccò in sorte di unire simbolicamente sotto il suo genio l’Asia e l’Europa.
Come si vede, ciò a cui ci troviamo davanti è né più né meno che il primo tratto degli snodi fondamentali di quello che potremmo chiamare il canone occidentale. La narrazione, cioè, degli eventi, dei personaggi e delle situazioni chiave che hanno definito l’identità storico-culturale di questa parte del mondo. Naturalmente di film sull’anticaRomao sulla cavalleria medioevale ne sono stati sempre fatti, la novità sta nella rapida successione con la quale questi film di cui sto parlando sono usciti e nel fatto che raccontano sì storie, ma fin dal titolo ambiscono a prendere (e prendono effettivamente) di petto gli archetipi codificati della memoria storica dell’Occidente.
Credo che non sia affatto un caso che questi film siano tutti di produzione americana. Essi, infatti, sono l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana, dell’immagine di sé degli Usa e che modellano il ruolo anche culturale dell’America in rapporto al resto del mondo. Ciò che si muove è soprattutto l’idea che nella nuova temperie storica apertasi l’11 settembre—ma i cui segni premonitori si addensavano già da tempo—gli Usa sono qualche cosa di assai più grande di una sia pur gigantesca superpotenza. Sono i campioni di un’intera civiltà. Come già avvenne nel 1945, quando dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, l’impressione che l’opinione pubblica americana percepisce è non solo che si tratta di una sfida mortale, ma che essa proviene da un totalme
nte «altro», intrinsecamente ostile; ed è ciò che, proprio come allora, provoca nell’animo americano una sorta di autorappresentazione superidentitaria, in cui vocazione nazionale e universalismo si intrecciano strettamente. L’Occidente è per l’appunto questa superidentità, puntualmente riscoperta e riproposta. Ed è la condizione degli Stati Uniti come Impero d’Occidente e dunque come eredi attuali in prima persona di un’intera lunghissima parabola storico- culturale, che i film come Il gladiatore, Alexander o Le crociate più o meno apertamente rivendicano e illustrano.
Certo, l’analogia tra l’America attuale e una o l’altra delle vicende narrate non è esplicita,mabasta e avanza, mi pare, il fatto che quelle vicende con tutta la loro ovvia carica identitaria, percepibilissima da qualunque spettatore dell’emisfero Nord del pianeta, tornino oggi a circolare per iniziativa di quel massimo organo della cultura americana che è Hollywood, e dunque con la sua inconfondibile «aura», con il plot, le tipizzazioni umane, i modi emotivi, che da sempre sono nel tipico registro di quella grande macchina ideativo-produttiva.
Con in più qualcosa d’altro, assolutamente decisivo: l’afflato etico, la proposizione, per così dire, dell’esemplarietà morale della trama e dei personaggi, l’intento consapevolmente pedagogico tipico di ogni autentica prospettiva nazionalpopolare, com’è appunto quella di Hollywood. Non per nulla al centro della produzione cinematografica americana post 11 settembre c’è un film come The Passion di Mel Gibson. In The Passion la riproposizione del canone occidentale tocca un apice, vuoi per l’ovvio carattere fondante di quel canone medesimo che ha la narrazione cristiana, ma vuoi anche perché ne illustra il valore ultimo, che non può che essere un valore religioso. Tra l’altro il cristianesimo gibsoniano, intriso di fisicità e di dolore, tutto ridotto quasi al sanguinoso sacrificio di sé del Dio-uomo e al martirio inflittogli dai suoi carnefici, si presta bene a essere sentito come il più congruo ai tempi di ferro verso i quali forse siamo avviati. Non solo: di certo è anche quello che meglio è in grado di rappresentare una linea divisoria netta tra «noi e loro», tra i cristiani e gli altri.
Dopo l’11 settembre, insomma, gli Usa avvertono il bisogno e si assumono il compito di raccontare l’identità occidentale, di percorrerne le tappe con ovvio orgoglio identitario. C’è bisogno di aggiungere che si tratta di un’identità democratica, attenta agli obblighi del politicamente corretto? No, naturalmente: si pensi per esempio a certe ridicolaggini «multiculturali» delle Crociate, ovvero alla trattazione del tema omosessuale in Alexander o a certe autocensure presenti pure in Gibson.
La portata ideologico-culturale dell’impresa si manifesta in pieno se si pensa alla situazione che c’è da quest’altra parte dell’Atlantico. Da quanto tempo gli europei non fanno non già un grande film «in costume», ma un grande film storico? Cioè un film che affronti complessivamente una pagina decisiva della nostra storia, dandocene altresì un’interpretazione «forte»? Se si sta alla produzione cinematografica, si direbbe che l’unico uso della storia che è ormai possibile alla cultura di massa del Vecchio Continente è quello che consiste o nella rivisitazione del passato generazionale (tipo La meglio gioventù), ovvero nel ricordo delle catastrofi belliche e dei connessi nazismi e fascismi. La nostalgia e la deprecatio
, insomma, sembrano essere le uniche due dimensioni memoriali consentite al discorso pubblico europeo, gli unici usi possibili del passato.
In America, invece, il passato è ancora pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva, da grande ispirazione identitaria. È decisivo, naturalmente, il fatto di non avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa e che ne hanno determinato la sconfitta epocale riassunta simbolicamente nelle due date del 1945 e del 1989.Adifferenza dell’Europa, l’immagine positiva della storia americana significa, invece, la possibilità di una lettura altrettanto positiva dell’intero, lungo processo che ha portato fino all’oggi: lettura che si estende all’intero percorso storico dell’Occidente, con relativa appropriazione- identificazione nel medesimo.
È precisamente ciò che consente agli Usa di fare i film storici di cui si sta dicendo, perché è precisamente l’insieme della positività e della possibile appropriazione- identificazione che ne consegue, è questo insieme dei due fatti che consente di esperire adeguatamente il registro epico, connaturato a quei film stessi e che a sua volta produce nuova costruzione di identità.
Hollywood si riconferma così ciò che essa è da oltre mezzo secolo: la sola, incontrastata, depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta. Non solo per ciò che riguarda il presente, ma pure per il passato: anzi, si direbbe, sempre di più proprio per quel che riguarda il passato. Anche in questo ambito, infatti, l’Europa, la sua anima, la sua cultura e la sua arte, non sembrano capaci di dire più nulla. Mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo, essa non sa neppure se possiede o no un’identità, e semmai quale sia, né di conseguenza sa più cosa fare del proprio passato. Se proprio vuole averne un’idea, non le resta che andare al cinema a vedere un film americano.

Un film in due parole: Zabriskie point
Un Antonioni legato visceralmente ai suoi temi, i temi di sempre, e al suo manierismo, il manierismo di sempre. Si nota, soprattutto nella prima parte, una tentativo di mettere in discussione il contenuto attraverso la messa in scena, con richiami paralleli di montaggio e di tecniche di ripresa in contesti antitetici. La seconda metà del film diventa accademia e puro divertissment. Come testimonia la sequenza finale.
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