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Almodovar costruisce il suo film sul cinema.
Arriva sempre un punto, nella carriera dei grandi cineasti, in cui la tentazione di parlare di sé - del proprio mestiere, di come ci si concepisce all'interno di quel grande carrozzone fantasmagorico che è il set, il dietro le quinte, il rapporto con gli attori, il lento modellarsi di una sceneggiatura, il rapporto con i produttori, immancabili antagonisti, il prodotto finito, la prima proiezione per quegli avvoltoi della stampa sempre pronti a spolparti fino all'osso, la spiegazione emozionale dei propri miti, dei propri riferimenti del passato - è troppo forte.
Tarantino l'ha sempre fatto, Peter Jackson ci ha provato a modo suo con King Kong, nel quale il regista si lamentava che sulla nave scelta come set si sarebbe sentito "il rumore del mare in sottofondo". A voler scomodare qualche mostro sacro, anche l'amatissimo Fellini su questo costruì una delle sue opere meglio riuscite, 8 e1/2, dopo aver esplorato più o meno la questione lungo tutto il corso della sua carriera.
Almodovar ci è arrivato con Gli abbracci spezzati, forse il suo film più maturo, in stringente e pregnante continuità con Volver, utilizzando la propria musa di (quasi) sempre, la poliedrica Penelope Cruz, ormai attrice densa di sfumature, indigesta per molti ma innegabilmente versatile con quei suoi grandi occhi malinconici e luminosi.
La storia è quella di un regista e sceneggiatore, cieco, del suo figlio, artistico e carnale allo stesso tempo, di un passato lacerato tra il successo professionale e la perdita dell'amore appena scoperto ed in un lampo perduto.
Un artista, uomo di cinema, solido, spregiudicato, ma anche lucido e profondo, che affronta a muso duro gli inciampi della vita. Un regista che non può vedere (più) le proprie opere, che dal braille è costretto a fantasticare su messa in scena, inquadrature, recitazione. Un film, quello dell'amore, quello del set in cui immergersi per amare, abbracciare, baciare la scoperta del sentirsi sentimentalmente preso, che riemerge per tutto il corso della pellicola.
Un film nel film, con la Cruz che si improvvisa autoironicamente attrice per caso, che assomiglia maledettamente a Donne sull'orlo di una crisi di nervi, quando sull'orlo dell'esaurimento, per una volta, perso nei meandri di Cupido, vi è il virilissimo protagonista.
Un film nel film talmente cruciale per il regista, sia quello della finzione che colui che realmente dirige la pellicola, che chiude, sfumandone i contorni da melò tragico, Gli abbracci spezzati. Lasciando aperta con il sorriso quella piccola, grande, possibilità di ripartire che si cela anche dietro il lato più oscuro delle cose.

RUBRICA A RISCHIO GIAPPO
Sconsigliatissima ai fans di Federico Moccia, a quelli dei fratelli Coen, a... beh basta. Nelle due categorie è compreso praticamente l’intero genere umano, no?
1 - E’ uscito Amore 14.
Ci stavamo disperando per l’infimo livello qualitativo.
Ci stavamo struggendo per la descrizione becera degli adolescenti di oggi.
Ci stavamo rammaricando per i soldi facili fatti con storie così futili.
Poi, all’improvviso, ci siamo accorti che almeno i primi 13 ce li siamo persi!
2 - Esce A serious man.
Evviva evviva i fratelli Coen.
Come sono fighi i fratelli Coen.
Come sono ebrei i fratelli Coen.
Come sono fighi ed ebrei i fratelli Coen.
Come sono fighi i fratelli Coen che da ebrei fanno una commedia sul mondo ebraico.
Come è figa e irriverente la commedia ebraica dei fratelli ebrei che sono un sacco fighi.
E’ stato detto tutto.
La nostra recensione consta di una sola parola: onanismo.
3 - Si avvicina il momento di Niko una renna per amico.
Una pellicola che promette sfracelli.
Il produttore: “L’unico concorrente che temiamo sono quei bastardi che hanno fatto uscire nello stesso periodo L’Albero Azzurro: il film”.
4 - Abbiamo visto il film di Yattaman.
E ci potranno tirare su il pilotto che non capiamo l’umorismo giappo, la valenza dei cartoni animati giappo, l’importanza culturale delle serie giappo, l’esilarante comicità propria solamente dei giappo, la morbosità esistenziale che diventa sarcasmo giappo (a noi poi, che fieramente quanto inconsapevolmente conduciamo una rubrica dal titolone e dall’aroma giappo che più giappo non si può)!
Nonostante il pilotto dei benpensanti, alla fine del film non ci viene in mente che la nota critica che il ragionier Ugo Fantozzi mosse contro l’ermeticità dell’etica filmica di Eizenstein...
5 - Flash Forward si candida a sostituire Lost.
E’ la serie del momento.
Tutti in fissa con Flash Forward.
E’ psicosi collettiva da Flash Forward.
Roba che se non ti procuri con mezzi dalla dubbia legalità la puntata dopo 7 minuti che è stata trasmessa negli States la tua ragazza ti conduce contro una tutt’altro che sottile guerra psicologica (e non).
E in realtà ci piace anche un pò Flash Forward.
Ma per favore, per favore, glielo volete dire all’accigliatissimo e concentratissimo Joseph Fiennes che non sta impersonando i panni calzamagliati di un sensibilissimo Shakespeare ma quelli cazzuti di un duro agente FBI?
E anche questa settimana ce ne andiamo in ferie (da un lavoro che non abbiamo, per altro), raccomandandovi di seguirci sempre su Faccialibro, e raccomandandovi di essere sempre presenti a voi stessi, per non dover rispondere alla fatidica domanda che lo sceneggiatore sbronzo di Flash Forward ha usato come ispirazione per ammorbarci per 25 interminabili puntate: “Dove sono stato negli ultimi 137 secondi?” (ps: non vi illudete, nessun mistero, la risposta è prosaicissima e ve la immaginate tutti quanti).
Flash Forward: il nuovo fenomeno del momento
Li abbiamo visti sparsi per i muri di tutta Italia.
All’uscita della metropolitana, sul 6x3 fuori dall’ufficio, dalla vetrata del solito bar.
I poster di Flash Forward hanno invaso da una decina di giorni il paese intero.
Di che stiamo parlando?
Nulla di misterioso, anzi. Si tratta dei prosaici effetti del massiccio investimento della Fox, la sezione italica della grande major d’oltreoceano, per promuovere, dopo averne acquistato i diritti per la distribuzione, l’ennesimo gioiello di casa ABC, lo storico network televisivo nato e cresciuto all’interno della galassia Disney, che ha negli anni sfornato serial di qualità e di successo come Grey’s Anatomy, Desperate Housewives e, rullo di tamburi, Lost.
Come avrete capito il volto accigliato di Joseph Fiennes, presumibilmente arrovellantesi sulla domanda posta in calce al manifesto “E se potessi vedere il tuo futuro per 2 minuti e 17 secondi?”, preannuncia semplicemente l’inizio di una nuova serie, sollucchero per il palato dei fans paganti della tv criptata, invidia per chi dovrà aspettare qualche mese in più per vederla in chiaro.
Una serie, dunque, L’ennesima?
Forse no. Se il prodotto è targato ABC, raramente delude le aspettative. Se, oltretutto si considera il dispendio di mezzi e di risorse della Fox, forse converrebbe indugiare un attimo in più per vedere di che si tratta.
Joseph Fiennes (ve lo ricordate con l’accento seicentesco in Shakespeare in love?) è l’agente dell’Fbi Mark Benford, che si trova a dover sbrogliare il caso più intricato della storia dell’agenzia.
Un bel giorno, mondo si è infatti fermato per 137 secondi. Tutti gli abitanti del pianeta sono crollati al suolo senza apparente motivo, con tutte le conseguenze del caso, tra disastri automobilistici, incidenti aerei e chi più ne ha più ne metta. Ma come se non bastasse, in quei 137 secondi si è palesato agli occhi di ognuno uno squarcio del proprio futuro. Un flash forward, per l’appunto, un pezzetto di ciò che sarà da qui a sei mesi nella vita di ognuno. Come questo condizionerà le vite dei nostri protagonisti? Quel che si è visto è modificabile, o bisogna piuttosto rassegnarsi anche alla più atroce delle visioni?
Ma soprattutto, perchè? Perchè il mondo si è fermato, nello stesso momento, per lo stesso lasso di tempo, provando tutti la stessa sensazione di salto nel futuro?
A queste e ad altre domande dovranno rispondere gli sceneggiatori.
E l’aspettativa è alta.
La ABC sta per perdere il proprio gioiello di famiglia. Stiamo parlando ovviamente di Lost che, giunto alla soglia della sesta serie, raccoglie sempre più un pubblico di fans incalliti faticando ormai ad espandere il proprio zoccolo duro, e che, soprattutto, chiuderà i battenti dopo anni di onorato servizio e di qualche passaggio a vuoto.
Non è un caso che Flash Forward, secondo i suoi realizzatori, si ponga proprio l’obiettivo di raccogliere l’eredità dell’illustre predecessore, come sfacciatamente ammette anche il lancio promozionale.
Lost puntava e punta ancora sulla più classica delle teorizzazioni del mcguffin hitchcockiano (il pretesto narrativo, in breve, che fa muovere la trama). Nessuna importanza riveste l’oggetto del contendere, il mistero da svelare, il rompicapo da risolvere. E’ tutto solamente un modo estremamente intrigante e suggestivo di portare avanti la storia, in un incastro continuo di scatole cinesi. Qualunque risposta verrà alla fine data, si rivelerà (al netto di colpi di genio), comunque inadeguata alle aspettative create. Ma ormai sarà troppo tardi, saremo all’ultima puntata, e non ci sarà più il tempo di protestare.
Flash Forward riprende - e sviluppa fino a farne elemento cardine dell’intera serie -
l’espediente sperimentato a partire dalla quarta serie dell’illustre predecessore, quello del salto avanti nel tempo. Lì era una necessità che liberava nuovi filoni narrativi, qui è il mcguffin principe, il motivo d’interesse dell’intera serie.
Come si muoveranno i protagonisti in relazione al proprio futuro svelato, in che modo le rivelazioni condizioneranno il presente. Queste alcune delle tematiche affrontate a partire dalle prime puntate, lungo le quali si sviluppa il progetto Mosaico, nome in codice dell’indagine dell’agente Benford, ma anche gigantesco social network governativo in cui il popolo della rete è invitato a condividere ciò che ha visto lungo i 2 minuti e 17 (ovviamente il sito ufficiale riproduce una versione arcade del tutto), creato a proprio a partire dal flash forward dell’agente del FBI.
Nel frattempo il papà di Lost, il geniale JJ Abrams, è emigrato televisivamente alla Warner Bros. Negli studios californiani ha messo a punto Fringe, altra serie di culto degli ultimi tempi (anche se i 12.4 milioni di spettatori del pilot di Flash Forward hanno polverizzato il rivale), rispolverando in parte un vecchio modo di fare televisione. Fringe, un bizzarro e affascinante incrocio tra Lost e X-files, recupera di quest’ultimo la possibilità di poter fruire di un singolo episodio anche da parte dello spettatore occasionale, che può ben lasciar sfilare via, se lo desidera, gli intrecci del quadro generale, per potersi dedicare unicamente all’avventura della singola puntata.
Tutto il contrario di Lost, un groviglio inestricabile e frustrante se non affrontato con pazienza a partire dal principio. Lasciato andare Abrams ai suoi progetti, la ABC pare aver voluto confermare il format vincente, senza cambiare di una virgola l’impostazione della nuova serie. Pare, perchè le prime puntate che abbiamo avuto modo di visionare ancora non svelano l’arcano, ma rivelano molti indizi. Chi perderà il treno delle prime puntate farà fatica a rimettersi in pari in una lunga stagione, che conterà al termine ben 25 episodi, al seguito, così come Lost, di un unico filone narrativo.
Una prova dura quella di Fiennes e soci, che si propongono di irrompere nel panorama televisivo, e narrativo più in generale, come nuovo punto di riferimento del genere.
L’avvio ha mostrato da subito qualche incertezza, soprattutto a livello di scrittura, ma anche di gestione delle sequenze e di recitazione.
Ma nel complesso l’idea è di quelle vincenti, il cast è ben assortito, la trama scorre e si lascia vedere volentieri.
Non siamo probabilmente ai livelli inarrivabili degli esordi di Lost, ma la ABC ha sfornato l’ennesima storia che con tutta probabilità terrà incollati milioni di spettatori davanti al televisore. Nel (vano?) tentativo di ricostruire un pezzetto di Mosaico.
26-10-09
Rubrica a rischio bulimia
Sconsigliatissima a chi ha apprezzato più del 20% dei film del Festival di Roma, a chi ama le storie tenerelle tenerelle, agli adoratori di Terry Gilliam, a chi si aspetta di leggere tra queste righe di film che vale la pena vedere.
1 - Scusateci. Scusateci davvero.
Ci siamo lamentati la scorsa settimana per la contemporanea uscita di Barbarossa e de
Le mie grosse grasse vacanze greche, noi, che siamo abituati alla sfida, a cavare il sangue dalle rape.
Ci prostriamo, andiamo a Canossa in ginocchio, sui ceci e sui cocci, ci cospargiamo contriti la cenere sul capo.
Non avevamo idea della bulimia che ci avrebbe assalito al Festival di Roma, una sinfonia di roba sconcertante, una settimana di endovena di Wasabi ininterrotta.
Avevamo pensato di protestare con Rondi, De Tassis e compagnia cantante. Eccheccazzo! Una manciata di film interessanti, sbertucciare quei film che piacciono a tutti, che blandiscono il conformismo andante...
E invece niente, una sfilza di cagate che la metà bastava e avanzava per mesi e mesi di rubrica.
Cercheremo di condensare in quattro, scarni, miserabili punti.
E perdonateci, perdonateci veramente tutti.
2 - La tenerissima storia di Hachiko.
La tenerissima storia di Hachiko.
La tenerissima storia di Hachiko, il cane giappo.
La tenerissima storia di Hachiko, il cane giappo, e del suo padrone yankee.
La tenerissima storia di Hachiko, il cane giappo, e del suo padrone yankee che muore.
La tenerissima storia di Hachiko, il cane giappo, e del suo padrone yankee che muore e lei ritorna a trovarlo per nove anni.
La tenerissima storia di Hachiko, il cane giappo, e del suo padrone yankee che muore e lei ritorna a trovarlo per nove anni, che commuove tutti e tutti piangono.
La tenerissima storia di Hachiko, il cane giappo, e del suo padrone yankee che muore e lei ritorna a trovarlo per nove anni, che commuove tutti e tutti piangono e riempiono i fazzoletti di lacrime.
Vi siete rotti i coglioni?
Ecco, appunto....
3 - Ma che fico il dottorparnassus. Che genio Gilliam. Che tenero Gilliam che prende tutti gli amici di Ledger e finisce apposta il film. Che signore Gilliam che mette in coda “Un film di Heat Ledger e amici”. Il punto più alto della cinematografia di Gilliam, scrive qualcuno.
E allora il più basso?
La Fossa delle Marianne?
4 - Up in the air è un film su un tipo che vuole un sacco le miglia dell'aereo e ci riesce. Poi ci ripensa, vuole un sacco la f..., e non ci riesce. E il tipo è interpretato da George Clooney. Ora fate 2+2..
5 - Questo è lo spazio dedicato ai bei film che abbiamo visto:
FINE.
L’appuntamento con il Festival di Roma è rimandato all’anno prossimo (qualcosina di efficace c’era, spulciate tra le pagine dello specialone di Moviesushi), noi invece continuiamo a sentirci tutte le settimane su queste pagine, quotidianamente, tra le notifiche del nostro gruppo Facebook.
E in campana, perchè come disse Rondi parlando al nipotino: “Oggi ci sei, del doman non v’è certezza”.
Jason Reitman ci piace. Decisamente ci piace. Thank you for smoking era già un gioiellino. Poi ha incantato tutti con Juno, che sbancò due anni fa il Festival del Film di Roma aggiudicandosi il Marco Aurelio d'Oro come miglior film.
A distanza di due anni torna ancora una volta a calcare il red carpet dell'Auditorium. Questa volta il regista canadese, completamente a suo agio tra le sale e gli stand della capitale, scorta un ospite d'eccezione: George Clooney.
L'affiatata coppia è al seguito di Tra le nuvole, nuova brillante piece del regista, che forse non raggiunge la semplice intensità di Juno, ma che ancora una volta è quanto di migliore offerto dal concorso del Festival veltronian-rondiano.
Clooney è Ryan, americano mediamente danaroso, che combatte contro la possibilità di instaurare qualsiasi legame. Il suo mondo è il duty free dell'aeroporto, i sedili di businness class. Il suo lavoro è quello di licenziare la gente, saltando di azienda in azienda, di città in città, per dire al primo impiegato che si ritrova di fronte "Lei è licenziato. Ma guardi i lati positivi!".
Il lieto fine c'è, ma non è del tutto consolatorio, come di consueto per Reitman, come già visto in Juno. Ma al pari della piccola mamma, la vicenda di Ryan colpisce per semplicità e forza espressiva, per la facilità di rendere ineluttabili le semplici verità che la frenesia del mondo contemporaneo mette in discussione. Questa volta tocca alla famiglia, migliore di qualsiasi rapporto occasionale, più accogliente di qualsiasi vestito firmato, dell'effimera libertà concessa dalla mancanza assoluta di vincoli e rapporti.
Reitman spiega che la scelta del finale era quella fin dall'inizio. "Si parla della scoperta della virtù compagnia attraverso una perdita anzichè attraverso il lieto fine. Ma esiste la possibilità di sperimentare un amore anche attraverso una mancanza. Non è importante sapere cosa avverrà al personaggio principale, il film non lo dice chiaramente il pubblico si dividerà a metà sulle sorti che toccheranno al protagonista".
Un personaggio nelle corde di Clooney, a suo agio nelle parti scanzonate del latin lover che rifugge impegni e legami, che rifiuta però qualsiasi accostamento: "Sono diversissimo da Ryan. Io ho una vita stupenda, degli amici stupendi, una famiglia stupenda. Molto raramente, come invece capita a lui, mi sento solo!".
Anche se, a scavare, in effetti qualcosa in comune esiste. "Beh sì, da quando faccio il mestiere dell'attore non mi è mai capitato, ma prima sono stato licenziato tantissime volte, quando ho fatto lavori strambi, come il venditore di polizze assicurative porta a porta, il rappresentante di calzature per donna...".
La pellicola si cala profondamente nel contesto statunitense, così visceralmente legato al mondo del lavoro, al successo professionale ad ogni costo, e così scosso, anche psicologicamente, dalla crisi che lo sta falcidiando. Il regista arriva a riconoscerlo con profonda onestà intellettuale "E' effettivamente un film molto americano - spiega -Gli americani si identificheranno con questa storia, sia gli uomini che le donne. Sono orgoglioso dei personaggi, di quello che comunicano, sono riusciti benissimo! E questo è fondamentale in quello che è un film sugli individui, perchè il mio paese dà molta importanza all'individuo. In effetti siamo molto individualisti, viviamo in un mondo dove è facile sentirsi interconnessi, ma in realtà ti ritrovi molto solo".
E' proprio questa la visione che il film mette con intelligenza in discussione, il vero pregio di questa commedia seria e scanzona
ta nello stesso momento, alla quale Clooney presta volto e sorriso smagliante.
E se il presente dell'attore riserva un grande entusiasmo per il nobel ad Obama, del quale è stato sin dall'inizio sostenitore - "Sono fiero di vivere in un paese che l'ha eletto -afferma orgoglioso - e spero che il Nobel aiuti il Presidente a portare avanti il suo programma di politica estera pacifista. Continuo ad avere molte speranze in lui. Era un momento della storia in cui serve qualcuno di veramente grande, è uno di quei momenti, e noi abbiamo trovato questa persona!" - il futuro è denso di aspettative: "Ho un paio di progetti - ci svela - uno su un caso giudiziario del tribunale di Guantanamo, sul quale vorrei lavorare, ma c'è anche una commedia che mi interessa, sto aspettando un buon copione!".
Un cast bene assortito, emozioni dosate con intenso garbo, nessuna voglia di strafare.
Si inaugura con una pellicola inconsueta la quarta edizione del Festival del Film di Roma.
Danis Tanovic, premio Oscar per No Man’s Land nel 2001, è il direttore d’orchestra.
Un profondo Colin Farrel, una discreta Paz Vega e il solito, statuario Christopher Lee (lo ricordiamo con la barbona e il mantello bianco di Saruman nella trilogia jacksoniana de Il signore degli anelli) gli esecutori.
Lo spartito quello del dolore, della sofferenza, della catarsi e della redenzione.
Fisica e interiore.
Mark e David sono due amici per la pelle. Condividono tutto, a partire dal lavoro. Reporter di guerra, per dodici anni si ritrovano a districarsi negli scenari e nelle situazioni più disparate e pericolose.
Ma all’ennesima avventura, nel Kurdistan iraqeno, qualcosa di nuovo accade.
Tanovic incastra la trama, mescola i piani temporali e non offre punti di riferimento al proprio spettatore.
Ben divisi sullo schermo, le impervie montagne iraqene e la rassicurante periferia irlandese sono in realtà più intricati di quanto non potrebbe apparire di primo acchito.
Mark, lo spericolato Mark, andando dietro all’avventura, riesce lo stesso a far ritorno prima del prudente David.
Ma porta in grembo un peso del quale non riesce a liberarsi.
A metà tra il film di denuncia ed un intima riflessione psicologica, Tanovic costruisce un melodramma che dividerà pubblico e critica. Duro nella selezione delle immagini ed estremamente propenso ad accontentare lo spettatore in cerca di emozioni poco sofisticate, la pellicola risulta però ben scritta, in definitiva efficace.
Si sorvola bene a qualche passo falso nel portare avanti un plot che mostra alcuni momenti di stagnazione, ma che nel complesso scivola fluido verso un finale che può essere intuito già da prima ma che non perde per questo di potenza espressiva.
Un esordio strano per un Festival, un film complesso e melodrammatico.
Se si pensa che possa essere una delle massime espressioni artistiche della settimana capitolina ci dovremmo preoccupare.
Se vuole viceversa offrire una prospettiva nuova e innovativa di un Festival che ha ormai abbandonato le paillettes e i lustrini delle prime edizioni, l’operazione potrebbe rivelarsi tutta da scoprire.
Conferenza stampa
La stampa italiana e internazionale si crogiola con i riferimenti a Che Guevara, Tanovic assalta alla baionetta l’Onu, Christopher Lee rievoca i bei vecchi tempi con i compagni d’arme in Italia negli anni furiosi della Seconda Guerra Mondiale.
Ce n’è per tutti i gusti al primo incontro stampa della quarta edizione del Festival del Film di Roma.
Il convitato di pietra è Triage, particolare film d’esordio della kermesse festivaliera, che viene toccato solo tangenzialmente dal brain storming che avviene in sala Petrassi, al punto che la bellissima e impalpabile Paz Vega, nonostante l’avvenenza, fa fatica a farsi notare.
Si parla con Tanovic, si parla di un film di guerra. E’ inutile dire che le domande sulla Bosnia, paese d’origine del regista, e sulla “sua” guerra fiocchino incessanti.
Ma a scatenare il buon Danis è in realtà una domanda sul ruolo della stampa nei contesti di guerra.
“La guerra in Bosnia sarebbe stata peggiore se non ci fosse stata la stampa che ne parlava, che diffondeva in continuazione notizie - dice, per poi continuare combattivo - I media hanno un grande ruolo, ma l’interrogativo è come si va a fondo della realtà, quanto si scava. Io non credo più a tutta questa storia dell’oggettività, ci vuole un atteggiamento morale, non una neutralità, alla neutralità non ci credo, perchè anche se scavi sei comunque condizionato dal tuo punto di vista”.
Le organizzazioni terze (o presunte tali) nei teatri di conflitto sono il pallino di Tanovic. E’ la stampa, i fotoreporter, in Triage, erano le Nazioni Unite in No man’s land, film che nel 2001 arrivò all’Oscar.
Ma se l’atteggiamento nei confronti della stampa è positivo, anche se un pò interlocutorio, per l’Onu non c’è attenuante: “Ho passato una serata a New York quando è stato proiettato No man’s land, c’era un sacco di gente dell’Onu e dopo il film una signora ha chiesto se le Nazioni Unite fossero così pessime. Io ho detto “No molto peggio!”. In Bosnia hanno imposto un embargo, ma a senso unico. E’ come guardare un uomo che stupra una donna e non fare nulla. Penso che le nazioni unite vogliono essere neutrali, ma io non credo alla neutralità, cosa vuol dire, che non se ne fa nulla? che non si prende posizione? Non funziona mai per le vittime, la neutralità, in genere favorisce gli aggressori. Penso che anche le Nazioni Unite spariranno un pò come è successo un tempo con la Società delle Nazioni”.
Forse tormentato dal dubbio che assilla il suo protagonista, che solo chi ha vissuto l’orrore della guerra ne possa avere piena coscienza, Tanovic ha chiamato nella sua pellicola Christopher Lee, noto al grande pubblico per aver interpretato il perfido stregone Saruman ne Il signore degli anelli. “Ho conosciuto Lee a Berlino una sera a cena - racconta Tanovic - Gli ho detto che venivo dalla Bosnia. E mi ha raccontato della sua esperienza di guerra nel 45, quando in Jugoslavia si combatteva contro i tedeschi e c’erano i partigiani di Tito. Quando hai avuto un’esperienza di guerra ci sono forti emozioni che entrano in gioco, per questo ho voluto Christopher nel mio film”.
L’anziano attore ci scherza su, ma non si risparmia nel rievocare episodi e sensazioni. “Devo dire che ho passato 10 anni ad Hollywood ed anche lì è davvero una lotta per la sopravvivenza! Sono anziano ma lavoro ancora, ho 7 film in uscita, mi fermerò solo quando non ne avrò più. Io ho fatto per 5 anni la seconda guerra mondiale senza mai tornare a casa. La guerra è stata terribile e tutte le guerre sono questioni di politica. Mi ricordo di aver visto medici sparare ai feriti che non ce l’avrebbero fatta, proprio come succede in Triage. Ma questo film non è solo un film di guerra, anche e soprattutto grazie a Colin Farrell, che è un attore eccellente. Per questo penso che il film meriti di avere un grande successo in tutto il mondo”.
Poco spazio alle suggestioni iniziali che hanno pervaso alcuni a rintracciare nelle immagini iniziali di un Farrell caduto sotto il peso delle ferite un riferimento alla morte di Che Guevara.
“Voi dite? - se la sbriga Tanovic - Se l’ho fatto, è stato del tutto inconsapevole”.
Allora, spazziamo subito il campo da qualsiasi tipo di dubbio.
Up, ultimo nato della prolifica famiglia Pixar è un piccolo gioiello, uno dei migliori film dell’anno.
Volendo togliere dal computo Gran Torino e The Wrestler, probabilmente la miglior commedia dell’anno.
Ma ormai si sa che i film di animazione sono sdoganati. L’attempato Carl Friedricksen (si potrebbero spendere fiumi di inchiostro su uno dei primi anziani ad essere al centro di un cartone animato, con tutte le problematiche annesse e connesse al merchandising e alla promozione che questo comporta) è stato addirittura protagonista in passerella a Cannes, inaugurando l’ultima edizione del festival più autorevole del mondo.
Il gusto è assicurato, per grandi e piccini, che lo si assapori in 3D o alla vecchia maniera. La trama surreale, incredibilmente ingarbugliata non solo nella sua idea di base, ma anche in tutti gli sviluppi successivi, incolla allo schermo. Risate, grandi amori, amicizie antiche e nuove si incrociano a piccole e grandi delusioni, alla voglia di ritornare in un passato ormai inesorabilmente dissolto.
Carl Friedricksen perde Ellie, la compagna di una vita (la loro incredibile storia d’amore è un piccolo film nel film, dieci minuti posti all’inizio che spiazzano per intensità e profondità di sguardo, che incollano allo schermo, ad assoluto rischio immedesimazione, che da soli valgono il prezzo del biglietto), e il consolante vicinato, abbattuto per far posto agli imponenti simulacri della modernità, alias grattacieli.
Che fare?
Niente di più semplice che stendere due lenzuola alle finestre come vele, usare un vecchio macinino da caffè come timone, e agganciare attraverso il caminetto migliaia di palloncini colorati, in modo da poter fare, con tutta la casa, il viaggio della vita.
Ad aggregarsi in modo più o meno volontario e rocambolesco è Russel, una specie di grassoccia giovane marmotta in cerca della sua buona azione quotidiana. Un cane parlante ed un uccello preistorico che sembra un dodo ma che viene chiamato dai nostri beccaccino, completa la combriccola, che darà vita ad una serie fittissima di siparietti e di storie nella storia che rendono Up una pellicola intensa e serrata, adattissima per il pubblico più giovane, ma che incanterà anche i più attempati accompagnatori.
Se vi aspettate di trovare fra queste righe l’ennesimo campione dell’assalto a baionette innestate di Barbarossa, potete tranquillamente cambiare letture.
Arriva nelle sale il film di Martinelli, che ha goduto del pessimo lancio - presso una critica che non ci sembra di esagerare se ci arrischiamo a definirla conformista - dell’esaltazione leghista per il primo film che in qualche modo celebra l’arraffazzonata mitologia lumbard.
Ma c’è anche dell’altro, in un film che, a voler usare un criterio pagellistico, non arriva di certo alla sufficienza, ma non raschia nemmeno il barile dell’1 o 2 al quale l’hanno relegato in tanti. La Lega Lombarda (quella che nel XII secolo si battè contro Federico di Hohenstaufen, ovviamente, non le camicie verdi di lotta e di governo), le riunioni nel monastero di Pontida, la retorica dell’unione dei popoli del nord, i mitici carrocci che furono decisivi nella battaglia di Legnano a respingere il Barbarossa conquistatore. Ma soprattutto quell’Alberto da Giussano che campeggia sui simboli della Lega Nord e che fu animatore della Compagnia della Morte, movimento popolare sotto la cui spinta i comuni lombardi si riunirono per respingere gli invasori.

Martinelli spende male i suoi 30 milioni di dollari di budget (almeno a stare alle cifre ufficiali) operando una digitalizzazione soprattutto nelle scene d’insieme che non sempre è efficace e fluida. Così come la ricostruzione degli interni stona rispetto a una paesaggistica ben curata, restituendo una sensazione che si avvicina più alla scarna asciuttezza dei vecchi peplum che non alla minuziosa ricostruzione storica che ci si era prefissi di raggiungere.
Il registro ricercato è quello dell’epicità, e spesso l’obiettivo viene centrato, ma gli schemi usati per creare il climax alla lunga risultano ripetitivi, andando a smorzare un primo impatto tutto sommato positivo. Gli escamotage sono poi antichi, segnano il passo: il ralenty è largamente abusato, arrivando perfino a scadere nel fermo immagine e in soluzioni grottesche quali quelle utilizzate nella battaglia finale.
Anche la direzione degli attori, viziata da un doppiaggio non felicissimo, appare incerta.
Il tentativo non è comunque da cestinare a priori, e pur non riuscendo nel suo intento, segna una strada che, se percorsa con meno ambizione e più accortezza, non sarebbe male veder percorrere in futuro dal cinema italiano.
Usciti dalla sala al termine del film, non si capisce bene cosa c’entri Ang Lee con tutto
questo.
Il regista due volte Leone d’Oro a Venezia - nel 2005 con I segreti di Brokeback Mountain e nel 2007 con Lussuria - due volte Orso d’Oro a Berlino - bisogna tornare indietro agli anni Novanta, con Banchetto di nozzeRagione e sentimento del 1996 - ma soprattutto due volte Oscar - nel 2001 si è infatti aggiudicato il riconoscimento per il Miglior Film Straniero con La tigre e il dragone, nel 2006, ancora con I segreti di Brokeback Mountain quello per la Miglior Regia - si cimenta con un plot da commedia generazionale e nostalgica (nostalgica in quanto generazionalmente associabile alla classe degli “anta”) che sulla carta non sembra essere esattamente nelle sue corde.
Non sulla carta, e nemmeno sullo schermo.
La storia è quella piana e rasserenante di Elliot, inconsapevole palla di neve di quella valanga mitica e mitizzata che passa agli annali con il nome di Woodstock, abitante della placida e un pò addormentata cittadina di Wallkill (Woodstock Ventures era infatti il nome della produzione del concerto, e non, come pensano in molti, quello della località in cui si svolse il raduno) che ospitò la kermesse grazie a una sua geniale per quanto inconsapevole intuizione.
Motel Woodstock ha tutte le caratteristiche che servono perché lo si etichetti come un film “carino”.
Personaggi pittoreschi e ben delineati, al limite dello stereotipo (su tutti la madre di Elliot, Sonia, prende meravigliosamente le fattezze di Imelda Staunton, ottima caratterista per l’occasione), un plot che si snoda allegro fra equivoci e sentimentalismi, dirigendosi fluido proprio laddove ti aspetteresti, un cast bene assortito e mescolato, che alterna volti poco noti come quello del protagonista, Demetri Martin, a personaggi gustosi interpretati da star (o quasi) quali Emile Hirsch e Liev Schreiber, uno spaccato di un pezzo di storia americana che il pubblico, soprattutto quello più giovane, ha sempre percepito ma mai toccato con mano.
Il problema è che non c’è molto di più, e se Lee sostanzia con alcune scene davvero gustose (i siparietti familiari, o la riunione di una sgangherata Camera di Commercio paesana) il proprio girato, condendolo con un uso forse anche eccessivo dello split-screen, non riesce comunque a renderlo nulla di più che una commediola come tante altre.
L’ultimo quarto presenta addirittura una frammentarietà e uno scollegamento fra sequenze, alcune ben riuscite, e altre meno, che rischiano di dare il colpo di grazia a una pellicola che già ingrana poco.
Si rimane dunque con la stessa domanda di partenza: cosa c’entra Ang Lee con un film del genere?
Up in the air
Triage
Up
Barbarossa
Motel Woodstock
Whiteout
Dogma
Si può fare
La ragazza che giocava con il fuoco
Bastardi senza gloria
Videocracy
Ca$h
Uomini che odiano le donne
Coco avant Chanel
Gomorra
Angeli e Demoni
Vincere
Soffocare
Il canto di Paloma
State of play
Orizzonti di gloria
Star Trek
Riunione di famiglia
Tulpan
Intermission
L'ora della fuga
Intermission
Che l'Argentino
La rabbia
Ponyo sulla scogliera
Diverso da chi?
Nemico pubblico N.1
Gran Torino
Chromophobia
La città incantata
Valzer con Bashir
Fino a prova contraria
Eagle Eye
La mia miglior nemica
Religiolus
Questo Piccolo Grande Amore
Frost/Nixon
Southland tales
Inkheart
Il primo respiro
Katyn
Operazione Valchiria
Il dubbio
Tutti insieme inevitabilmente
Milk
Revolutionary Road
The Horsemen
Appaloosa
Australia
The Strangers
L'ultima missione
Redacted
Michael Clayton
The Illusionist
Baby love
Il proiezionista
The spirit
Ultimatum alla terra
Lasciami entrare
Yes Man
Come dio comanda
Saw V
The Millionaire
Eagle Eye
Solo un padre
Never Back Down
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