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martedì, 09 giugno 2009
Wasabi

RUBRICA A RISCHIO IMPICCAGIONE

Poche righe ma buone, sconsigliatissime alle esponenti dei circoli femministi, agli allevatori di polli, ai commissari di polizia, a chi ha sempre tifato per Bill, ai fans di Lost, agli estimatori della Golino.

1 - Attenzione attenzione.
Torna il maestro, il mito, la leggenda.
Torna Jean-Luc Godard.
Torna con un film politico, intitolato Le socialisme.
D’Alema si è già dissociato, la Illy contenta, le vendite della miscela forte saliranno alle stelle.

2 - Ca$h è un classico polar francese, dice il giornalista bello.
Ca$h è un film dall’intreccio esaltante, dice la collega brava.
Ca$h è scritto in modo eccellente, dice il conduttore esperto.
Ca$h è estremamente elegante, dice quello che passava lì per caso.
Ma solo a me è sembrato girato come un porno anni ’70?
E senza nemmeno mostrare una tetta per giunta!
P.s.: ci è corso un brivido giù per la schiena. Che l’esergo iniziale “Non c’è truffa senza un pollo” fosse indirizzato al pubblico pagante...?

3 - La Golino è la punta di diamante di Ca$h.
All’inizio si rimane stupiti per la sua interpretazione fredda e glaciale di un commissario di polizia.
Dopo venti minuti inizia a venire qualche dubbio.
Dopo un’ora la certezza che sia, per quanto incredibile a credersi, peggiorata rispetto alle ultime uscite si solidifica negli occhi e nel cuore.
A un certo punto se ne esce dicendo “Non puoi fare nulla per aiutarmi?”.
Abbiamo urlato fortissimo: “Si! Ti paghiamo un corso di dizione per la miseria!”

4 - Udite udite.

Torna Emilie De Ravin nel cast di Lost.
Erano sette/ottocento puntate che il suo personaggio era scomparso dall’isola della mitica serie.
E resusciterà nella sesta ed ultima serie.
Quali misteri celerà? Quali sordidi intrighi nasconderà la sua presenza sullo schermo?
La spiegazione di Abrams? “Ci serviva un pò di gnocca”.


5 - Non gli sono bastati due film.
No.
Bill è dovuto andarsene una terza volta.
Fine della parte terza.

E anche questa settimana chiudiamo qui, invitando tutti i fan della Golino ad indirizzare le proprie rimostranze alla casa al mare. Perchè, dopotutto, come disse Carradine in Kill Bill vol. 2 “non sono una persona cattiva”.

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 20:53 | link | commenti (1) |
wasabi, moviesushi

venerdì, 05 giugno 2009
Cash

Non c’è truffa senza un pollo.
Questo l’assunto di base da cui parte (nel senso letterale della parola con un esergo in apertura) Cash, anche se correttamente andrebbe scritto Ca$h, ma ci asterremo per comodità nostra e del lettore, storia di rapinatori e poliziotti nella Francia ricca, laddove il covo di una banda consta di oltre trenta tavoli da biliardo e gli uffici di un commissariato sembrano la direzione amministrativa di un resort di lusso.
Siamo anni luce lontani dalle atmosfere stropicciate di Olivier Marchal, dai sottoscala polverosi e dalle caserme dai muri scrostati.
Per intreccio, per ambientazione e per trama Cash appare uno strano ibrido, richiamando in qualche modo la struttura e la velleità di pellicole quali Inside man (o, più modestamente, The score). La storia di una rapina, anzi, di tanti piccoli colpi che occorrono al narratore per immergerci nei complicati incastri di una storia, conducendoci per mano fino all’ultima, decisiva azione, che spariglierà il campo e rivolterà le carte in tavola.
Il plot è complicato da riassumere in poche righe.
Cash è il nome d’arte di un truffatore, privato dell’amico di una vita ucciso in un colpo andato male, che viene incastrato due volte. La prima dal commissario Julia Molina, spregiudicato, incurante di qualsiasi protocollo o regolamento. La seconda da Maxime, vero leader del “settore”, il criminale che tutti i poliziotti francesi vorrebbero arrestare per dar lustro al proprio stato di servizio.
Attraverso Cash le strade dell’investigatore Molina e di Maxime si incroceranno, con esiti imprevedibili.
Ma attenzione, perchè se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, tutto può succedere in un finale che spiazzerà anche lo spettatore più accorto.
Classico film ad incastro, Cash ha sicuramente alcune frecce al proprio arco. Elegante, dal ritmo sincopato, non si perde in un autocompiacimento estetico fine a sè stesso.
Ma d’altra parte risulta un pò freddo, calcolato, studiato troppo meticolosamente negli incastri della trama che rivelano come il regista, Eric Besnard, sia nettamente più portato alla fase di scrittura che non a dirigere la macchina da presa. D’altronde lo stesso Besnard si è formato proprio nel mondo degli scrittori da cinema, avendo diretto solo un’altra pellicola oltre a Cash nove anni fa.
Si aggiunga una musica elegante ma ossessiva, un Jean Reno imbolsito e fuori ruolo, e una Valeria Golino monoespressiva ai limiti dell’irritante, e si capirà perchè il cocktail stenti a decollare.
Il retrogusto che rimane è quello di una grande occasione persa. Alcune battutine, ammiccamenti, tentazioni didascaliche che pervadono l’intera pellicola, una realizzazione abbastanza approssimativa, una direzione del cast lasciata (sciaguratamente) all’improvvisazione dei singoli, una colonna sonora invasiva e fastidiosa, rendono la struttura del film stantia e difficoltosa da gustarsi appieno.
Si poteva fare di più con la tanta carne al fuoco offerta dalla trama, e con la perizia di Besnard che aveva costruito un’impalcatura perfetta.
Il rischio, alla fin fine, è che i polli si rivelino gli spettatori paganti.

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 20:11 | link | commenti (2) |
recensioni, cineclandestino

martedì, 02 giugno 2009
Uomini che odiano le donne

Finalmente le avventure di Mikael Blomkvist e di Lisbeth Salander, i due eroi del monumentale romanzo di Stieg Larsson, trovano volto e corpo nell'omonima pellicola interamente di marca svedese a firma di Niels Arden Oplev. Il primo capitolo della "trilogia Millennium", come è stata ribattezzata dai fans, giunge così sugli schermi incarnatasi in un film della durata ben superiore alle due ore, tante, ma anche poche, considerando la molteplicità e la stratificazione di una storia che occupa all'incirca un migliaio di pagine.
La vicenda è quella di Blomkvist, giornalista finito sotto inchiesta per un reportage nel quale accusa un magnate di traffici illegali, che aspetta di scontare tre mesi di detenzione dopo aver perso la causa. Nel lasso di tempo che intercorre fra la sentenza e l'apertura delle porte del carcere, l'anziano proprietario di uno degli imperi economici più floridi della Scandinavia lo assume per fare luce sul delitto comminato più di quarant'anni prima ai danni della sua nipote prediletta, omicidio mai risolto e denso di lati oscuri e indecifrabili. Nella sua ricerca della verità, il giornalista viene affiancato da Lisbeth, ragazza difficile che cela un orribile passato di violenze. I due si avvicineranno fin troppo alla soluzione dell'enigma...
Un thriller dalle cupe e riflessive atmosfere svedesi, che è permeato da un retrogusto in salsa yankee che ha fatto storcere il naso a molti puristi del genere, ma che effettivamente sostiene la pellicola non facendola mai calare di tono per tutta la lunga durata del plot.
Un thriller che scava aspramente, e senza mediazioni nella rappresentazione scenica, nella piaga della violenza a danno delle donne, problematica quanto mai viva e sentita in particolar modo in Svezia, dove sono circa ventimila i casi di questo tipo denunciati all'anno.
Ma se da una parte il doppiaggio ha lo sgradevole effetto di rendere i personaggi più rarefatti, più distanti (e questo è un problema prettamente legato alla versione italiana), dall'altra la fattura pur di discreto livello viene minata da alcune banalità di regia e da alcune eccessive semplificazioni di narrazione, concentrate in particolar modo nel finale nel quale l'esigenza di tirare le fila della complessità del libro di Larsson porta ad una sequela di pedisseque esplicazioni che fanno perdere di mordente all'indiscutibile fascino del racconto.
In definitiva, il più grande errore commesso da Oplev è quello di non riuscire a farci innamorare dei suoi personaggi, che rimangono distanti, là, sul grande schermo, senza riuscire a penetrare nei cuori di chi ne segue le (complesse) gesta.

Conferenza Stampa

450 copie tutte già prenotate, 150 schermi che giovedì hanno fissato, pagandola, una proiezione di anteprima che ha fatto registrare il tutto esaurito, il libro da cui è tratto che ha sfiorato le 700 mila copie di vendita. questi i numeri che presentano Uomini che odiano le donne, attesissimo film tratto dal best seller di Stieg Larsson, venuto a mancare di recente mentre stava stendendo il quarto capitolo di una saga che, secondo le sue intenzioni, sarebbe dovuta andare avanti ancora a lungo.
"Ho parlato del quarto libro della saga con famiglia dell'autore e con l'editore - spiega Soren Staermose, il produttore del film - Non hanno intenzione di pubblicarlo, ne ha scritto solo 300 pagine sulle 400 previste originariamente, è incompleto. So solo era ambientato in Canada, in mezzo ai ghiacci. Larsson aveva pianificato la scrittura di addirittura dieci volumi della sua saga".
Un thriller di scuola scandinava, criticato anzi da molti che lo hanno accusato di strizzare fin troppo l'occhio alla narrativa americana di genere. Critica che non trova concorde il regista Niels Arden Oplev: "Non concordo con il fatto che si sia troppo americanizzato. La sua scrittura si innesta perfettamente nella tradizione svedese, magari c'è solo un po' più di intrattenimento, e forse qui può intervenire la prospettiva americana, assolutamente diluita però nel filone scandinavo al quale Larsson si rifaceva".
Né tantomeno Oplev vuole estendere la critica sociale che il film porta avanti a fenomeni di ben altra portato come quelli dei crimini nazisti, dei quali pur si trova accenno nel romanzo e nella pellicola. "In un certo senso nella storia di Larsson credo fosse importante tenere presente il passato, la storia, i rapporti della Svezia con la Germania nazista, ma non so se sia proprio questa la chiave di lettura della trama. La storia delle crudeltà dell'uomo è ben nota. L'enfasi è però posta più su un messaggio politico attuale, sull'idea che la società contemporanea è crudele nei confronti delle donne".
Quello della violenza sulle donne è d'altronde una ferita aperta nella storia recente di quella Svezia che troppo spesso viene percepita all'estero come una sorta di mondo perfetto, di paradiso sociale in terra. "Larsson aveva tratto ispirazione da tre casi reali - spiega Staermose - Negli archivi svedesi si trovano tracce di famiglie del genere raccontato nel film. Ogni anno in Svezia ci sono 20mila casi di denunce di donne che subiscono violenza, nonostante l'immagine idilliaca che si ha della Svezia nel mondo. E si calcola che i casi denunciati siano solo un quinto di quelli che realmente avvengono. Per questo Larsson ha posto l'attenzione su questo aspetto nella sua storia".
Da qui l'esigenza di stemperare gli aspetti più romanzeschi del libro pur rimanendone fedeli, come racconta il regista: "Nella costruzione dei personaggio abbiamo tenuto conto della biografia dell'autore. Il protagonista è una specie di alter ego di Larsson, anche se alcuni punti del libro diventano un po' troppo di fantasia, sono un poco realistici, mentre nel film ci occorreva renderli il più credibile possibile. Ci siamo allontanati dall'immagine idealizzata e abbiamo accentuato il realismo".
Aggiunge Noomi Rapace, l'attrice che impersona Lisbeth, l'eroina della saga di Larsson: "Nel libro anche il mio personaggio è un po' un eroe, scarsamente realistico, una donna anoressica, piccola piccola, ma capace di correre, combattere. Il mio obiettivo era renderla il più possibile reale, che fosse credibile al 100%".
Ci saranno riusciti? La parola al pubblico pagante.

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 10:36 | link | commenti (1) |
recensioni, conferenze stampa, zabriskie point

lunedì, 01 giugno 2009
Coco avant Chanel













Se dovessimo dire che vita era quella di Coco Chanel prima di diventare un business, oltre che al nome della fondatrice di una delle più grandi case di moda del mondo, a seguire il film di Anne Fontaine diremmo che magari il vero film lo devono ancora fare.
In confronto all’assaggio che la Fontaine ci offre di una Audrey Tautou lanciata nel mondo della moda artigianale parigina nella prima metà del Novecento, tutta la vicenda narrataci ci sembra una sorta di divertissement, uno stucchevole prologo alla vicenda che varrebbe veramente la pena che fosse raccontata.
Per fare un paragone, probabilmente improprio, sembra quasi di assistere ai primi venti minuti di La vie en rose, l’imperfetto ma potente biopic su Edith Piaf, dilatati nel corso di due ore che in fondo non hanno molto da dire.
Dopo un breve flash di un’infanzia perduta in un istituto ad aspettare invano il ritorno di un padre scomparso per sempre, ritroviamo Coco in compagnia della sorella a barcamenarsi tra il lavoro diurno in una piccola sartoria della provincia francese, e quello serale come cantante di avanspettacolo.
Due uomini, Etienne e Arthur, turbano poi l’inflessibilità di una ragazza che si era ripromessa di non innamorarsi mai, che sosteneva che “La sola cosa interessante dell’amore è fare all’amore, il guaio è che ci vuole un uomo per questo”. Il primo erede frivolo ma fino ad un certo punto di una nobiltà di rendita che la giovane e anticonformista Coco bolla come retrograda e anacronistica (a partire dall’abbigliamento, ovviamente), il secondo affascinante e taciturno faccendiere inglese, perdutamente innamorato ma stretto nelle convenzioni di un matrimonio di convenienza che rischia di allontanarlo irrimediabilmente dall’amata Coco. Una donna che, come ci informa banalmente una delle prime sequenze del film “Dice sempre quello che pensa”, che sfoga tutta la propria esigenza di diversità, di rottura di schemi sociali che le vanno stretti, nell’estrema creatività ed eccentricità nel vestire. Fine. Ovvero fine di una narrazione che lascia pochi spunti, fredda, distante, che non appassiona quanto avrebbe potuto, magari concentrandosi su un periodo differente della vita della grande stilista, o forse mettendone più a fuoco l’estro creativo, che non una vita affettiva, la quale, fra l’altro, non sembra affatto così travolgente ed appassionata quanto la promozione del film lascerebbe intendere.
Ne viene fuori una storia d’amore, di affetti, di passioni, estremamente diluita, distante, che  presta il fianco alla ripetitività. Stancante a tratti, il film non si risolleva neanche con una Tautou che, per quanto sembri ben calata nella parte, non riesce a conferire profondità al personaggio, nemmeno aiutata dalla fase di scrittura del personaggio, che costruisce una Chanel monodimensionale, arida, che non riesce a penetrare quello strato di diffidenza dello spettatore smaliziato, il quale non riesce a porsi sulla medesima lunghezza d’onda. Come purtroppo un pubblico che rischierà di annoiarsi ben presto.

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 10:20 | link | commenti |
recensioni, cinemaplus, cineclandestino

domenica, 24 maggio 2009
Wasabi


RUBRICA A RISCHIO INFARTO

Pensieri in libertà sconsigliatissimi agli avvocati di Gabriele Muccino, Martina Stella, Marco Bellocchio, ai fans di FilmCritica, agli storici e agli amanti di Cormac McCarthy e delle tachicardie notturne (che poi non sono tali).


1 - Polemica tra Martina Stella e Gabriele Muccino per il sequel dell’Ultimo bacio.
Talmente interessante che quando siamo andati a leggerla ci siamo ritrovati a sbavare sulle foto della Stella ignorando del tutto il resoconto del solerte redattore.
Pare che il succo della questione fosse che la Stella si sia molto offesa dalla mancanza di deontologia del regista.
In effetti a questo punto la pellicola precedente diventerebbe “Il penultimo bacio”.

2 - Bellocchio è un autore profondamente polisemico, immancabilmente complesso nell’estetica della messa in scena, psicologo sopraffino nel delineare la personalità e le complicate sfaccettature dei propri personaggi.
Vincere è un film che indaga nei meandri della storia, nelle polverose pieghe della vita privata e personale di un perverso dittatore del ‘900, scrutandone le pulsioni passionali e le freddezze caratteriali.
Fine pezzo da FilmCritica.
Inizio pezzo da Wasabi:
Bellocchio è un autore che se non fa un film complicxato si sputazzerebbe al guardarsi allo specchio, e per questo architetta delle sequenze affinchè i critici si scervellino fino all’inverosimile. Mena dei torroni immarsescibili sulla Psiche e sull’Amore della gente, che non lo seguiresti manco in Lamborghini, interessandosi di aspetti privati della vita di gente pubblica come il Duce che a parte il circoletto del salottino non interessa una beneamata a nessuno.
Sintesi.
Detto questo, se non l’avevate ancora capito, a noi Bellocchio, in fondo in fondo, piace.
A noi di FilmCritica, ovviamente.

3 - Il sangue dei vinti. Parliamone.
Dovrebbe essere il film sul libro di Pansa. In realtà è come dire che The Score è un film su una rapina dei casalesi.
Si, sempre dello stesso oggetto si parla (la resistenza da una parte, le rapine dall’altra), ma, per usare dipietrismi ormai in voga, che ch’azzeccano tra di loro (il “tra di loro”, non segnandolo Word come errore, non è ufficialmente dipietrismo)?
Nulla ovviamente.
Così Il sangue dei vinti (film) è uno degli accrocchi più imbarazzanti mai visti in assoluto sul telone di un cinema, e il film meno “ispirato da” che sia mai stato tratto da un libro.
Roba che se trovate uno che gli è piaciuto gli regalo un biglietto per andarselo a rivedere.

4 - Tarantino al solito stupisce tutti.
A cominciare da Google.
Provate a digitare Inglorious Basterds, il titolo del suo nuovo film.
Il saccentello motore di ricerca ti apostroferà con un saputo “Ma forse cercavi: Inglorious Bastards”.
Ma fatte l’affari tua!, direbbero a Roma.
Detto questo, e visto la concomitanza a Cannes con il film di Bellocchio, non è che poco poco anche il buon Quentin abbia tirato giù un polpettone su un figlio illegittimo della buonanima!?
Prevista una puntata di Porta a Porta per dirimere la fondamentale questione.
Ospiti Alessandra Mussolini, Alba Parietti, Clemente Mastella, Ferruccio de Bortoli.
Collegamento in esclusiva con il nipote del vicino di casa del cuoco di Villa Torlonia.

5 - Prime immagini per La strada, tratto da McCarthy.
Premesso che adoriamo il libro, gli spezzoni montati ci hanno lasciato con un sapore amaro in bocca.
Quando, nel cuore della notte (non è vero, era giorno, ma fa molto atmosfera), ci siamo resi conto che il trailer sembra un incrocio tra Io sono leggenda e Ultimatum alla terra il saporaccio è diventato principio d’infarto...


Ci ritiriamo nel buon ordine che contraddistinse Napoleone a Waterloo, invitando a rimettere i vostri cellulari in tasca e ad evitare di chiamare il vostro legale per querelarci. Poi ci costringete a dedicare l’intera rubrica di domenica prossima nello svillaneggiarvi e, sinceramente, abbiamo altre muccinate a cui pensare.
E poi "Morire è la cosa peggiore che mi sia mai capitata", come disse quello in Big Fish prima di aver visto Antichrist (che peraltro noi ancora non abbiamo visionato).

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 17:25 | link | commenti (1) |
wasabi, moviesushi

sabato, 23 maggio 2009
La vittoria che fa battere i cuori


Ovvero de La Rabbia e di una piccola grande opera che non c’era e che adesso c’è.


Siamo in pieni anni ’60, e in Italia si respira ancora a pieni polmoni l’odore del contrasto ideologico, della contrapposizione aspra e senza esclusione di colpi tra i comunisti, termine la cui accezione non si era ancora impregnato del sapore grottesco che ha assunto oggi, e i democristiani, tra la destra e la sinistra, quando ancora tale linea di demarcazione, sia pur con tutte le sfumature del caso, era contenutisticamente e programmaticamente ben riconoscibile.
Un signore che rispondeva al nome di Gastone Ferranti decide che questi sono anni propizi affinchè un testaccia ostinata e geniale come quella di Pier Paolo Pasolini si cimenti in una declamazione del suo pensiero sul mondo e sulle cose attraverso una serie di testi, da abbinare ad immagini d’archivio che contribuiscano a esplicitare il parlato e ad imprimergli forza.
PPP, già nel lontano 1963 noto ai più come anticonformista poco malleabile, si mette al lavoro.
I cento minuti scarsi che compongono La Rabbia sono di una tale e tagliente disillusione che Ferranti, senza usare giri di parole, se la fa sotto, pensando, e probabilmente a ragione, che un materiale siffatto non avrebbe mai superato la censura.
La soluzione è presto trovata, secondo l’abitudine del tempo. Sacrificare una minima parte della pellicola originaria, accorciandola un poco per far posto al punto di vista di qualcuno che possa riequilibrare la bilancia.
Dopo qualche indecisione, ma soprattutto dopo aver convinto un recalcitrante Pasolini, depennati i nomi di Montanelli, Barzini, Fabbri e Vigorelli, la scelta cadde su Giovannino Guareschi, passato alla storia come il padre di don Camillo e Peppone ma che fu anche bonario e mordace critico del comunismo e dei comunisti (ad esempio, il celeberrimo manifesto elettorale recitante “Nella cabina Dio ti vede, Stalin no” è a sua firma).
I due non si conoscono personalmente, ma si detestano cordialmente avendo nozione l’uno del lavoro dell’altro.
Guareschi si mette all’opera, e in un mese confeziona un abbinamento di immagini e parole che se differisce in quanto a forma e contenuto dallo spezzone di Pasolini, risulta parimenti ostico e problematico.
E’ da questo momento che La rabbia inizia il proprio personalissimo calvario.
Dopo un timido tentativo di portarla in sala, il produttore si accorge che il tentativo di spettacolarizzazione era miseramente fallito. Come poi disse lo stesso Pasolini “La gente comune non era interessata ad argomenti così altamente politicizzati”.
Finita nei fondi di qualche magazzino, l’opera viene riesumata alla fine degli anni ’80 dal glorioso periodico Il Borghese, che viveva i suoi anni più duri (nel ’93 chiuderà bottega salvo poi riaprire nel 2000 con una nuova veste grafica), che punta ancora una volta sulla dicotomia ideologica dei due autori per attirare l’attenzione.
La custodia del VHS fiammeggia in una bicromia di rosso e nero, all’interno dei quali campeggiano nettamente le parole Destra e Sinistra, separate da un eloquente contro.
Ma ancora una volta non basta. Il periodico che fu di Longanesi veleggia in cattive acque, la sua radicalizzazione politica alla destra dello schieramento partitico lo rende marginale e privo di seguito. La rabbia viene così visionato da uno sparuto gruppetto di affezionati lettori e ripiomba nel dimenticatoio.
Tanto misconosciuta è la pellicola, che la copia ritrovata e poi editata da RaroVideo ha impresso sulle pizze un orrendo qui pro quo ortografico in salsa capitolina. Secondo il magazziniere, il film impresso sulle pizze s’intitola L’arabia...
Bisogna aspettare il 2007 e il paziente lavoro di Tatti Sanguineti e della Cineteca di Bologna perchè l’interessante film-manifesto venga nuovamente editato in una versione accuratissima, e filologicamente interessata al valore cinematografico e contenutistico dell’opera, più che alla sterile contrapposizione, pur voluta e cercata dai produttori, politico-ideologica.
Emerge così dal fulgore del restauro, che, tra le altre cose, restituisce le inedite tavole a colori create da Guttuso per la parte pasoliniana, il valore etico ed estetico di un film politico nella sua accezione più alta del termine.
E’ interessante mettere in parallelo così le due opere, che pongono a confronto due autori di indubbia levatura a confronto con il mondo moderno, che, partendo da opposte opposizioni, considerano entrambi in modo problematico e dolente, ma per motivi radicalmente divergenti.
Nella sostanza si può ben dire che entrambi gli scritti non rappresentano di certo l’acme dei due pensatori. E di scritti si parla perchè le immagini d’archivio che scorrono sullo schermo non sono altro che un corredo quasi formale e di contorno ad una sostanza che entrambi si preoccupano di comunicare attraverso la parola scritta.
Forse è maggiormente con Guareschi che il girato compenetra il testo, grazie alla sua mordacità più diretta e al sarcasmo distribuito a piene mani, che spesso si avvale della forte dicotomia tra ciò che si sente e ciò che si vede (memorabile l’accostamento tra il lungo tributo al Presidente degli Stati Uniti, il neoeletto Kennedy, identificato però unicamente attraverso le immagini dell’avvenente moglie giramondo).
Notevolmente più lirico Pasolini, che adopera le misurate voci di Guttuso e di Bassani per dare corpo ad una visione del mondo fortemente disillusa, mordace nel suo denunciare una modernità che si rinchiude arroccandosi nella sterilità di istituzioni che si autoalimentano, che spersonalizzano un potere sempre più lontano dal suo detentore formale, il popolo, sempre più impersonale e protervo.
Di suo Guareschi calca la mano in modo spesso grezzo e avventato. Difensore della tradizione (e per cui antimodernista per definizione), il rifiuto di Guareschi del mondo contemporaneo parte dagli stessi presupposti, ma si declina come la critica ad un mondo veloce e arido, in cui la massa indistinta e politicamente strumentalizzata dall’Unione Sovietica mina i valori lenti e concreti della piccola borghesia italiana, il nerbo vitale del paese.
Col senno di poi, alcune delle posizioni del fondatore del Candido appaiono lontane anni luce dalla bonaria lucidità con la quale pitturò e diede forma a Peppone e don Camillo, o raccontò di sè stesso e della propria famiglia nel Corrierino delle famiglie.
Appare in particolar modo inaccettabile il violento scagliarsi contro la decolonizzazione e l’incapacità all’autogoverno dei “negri”, motivo fondamentale per il quale Pasolini minacciò e cercò materialmente di non far apparire il suo nome accanto a quello di Guareschi, latore, a suo avviso, di un “anticomunismo che non è neanche missino, è da anni Trenta”.
La polemica fra i due intellettuali non fu di certo docile.
“Io so bene quale sarà la sua rabbia, Egregio Guareschi - scriveva PPP - la sua rabbia reazionaria. La rabbia di chi vede il mondo cambiare, cioè sfuggirgli, perchè i reazionari sono degli ammalati [...] Lei userà le armi della mediocrità, del qualunquismo, della demagogia e del buon senso, e per questo riuscirà vincitore in questa nostra polemica, lo so bene”.
“Lei è un borghese di sinistra e, come tale, conformista - replicava Guareschi - [...] La sua rabbia risulterà in regola con il conformismo e con tutti gli altri ismi di moda, la mia sarà di quelli che [...] sono nemici di coloro che vorrebbero arare la terra dove giacciono le ossa dei nostri morti”.
Un confronto così, purtroppo, di tale levatura e di tale intelligenza produttiva, non è mai più stato replicato, anche, ma non solo, per il flop de La rabbia al botteghino.
Una grande occasione dunque, quella dell’edizione RaroVideo, di un’opera altrimenti fino ad oggi introvabile.
Un’opera nella quale, si chiedeva Pasolini, la vera vittoria “è quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori?”.

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 22:06 | link | commenti |
approfondimenti, cinemart

venerdì, 22 maggio 2009
Il sesto potere


Quello di finanziare con soldi pubblici il cinema nazionale è un esercizio laterale e ininfluente per come è applicato, che rischia di sprofondare nel baratro dell’etichetta di “spreco inutile dei soldi dei contribuenti”, ma che potrebbe rivelarsi incredibilmente utile e proficuo se correggesse la deriva comoda e banale che ha assunto negli ultimi anni



Partiamo da un dato empirico.
Secondo le fonti del Ministero dei beni Culturali, tra il 2001 e il 2005 il Ministero stesso ha erogato come finanziamento pubblico per il cinema una cifra che si aggira intorno ai 428 milioni di euro.
Tutti (o quasi) destinati al favorire la produzione e la consequenziale distribuzione di valenti pellicole di registi del belpaese.
Ora qualcuno obietterà a quello che stiamo per dire con l’assoluta valenza artistica, morale, etica, delle opere finanziate. Tant’è le suddette, ben 243, hanno incassato appena 73 milioni di euro.
Ma c’è di più. Dei duecentoquarantaepassa, ben 50 non hanno mai visto la luce (o
forse sarebbe meglio dire il buio?) della sala, mentre altre 60 hanno avuto meno di 10.000 spettatori paganti.
Qualcun altro ci obietterà che non è detto che un film che venga ritenuto valido, meritevole anzi, in sede di sceneggiatura abbia poi un iter che lo porti fino a sfondare al botteghino.
Ed il problema è proprio questo, oltre a considerare che il dato empirico aggregato delle oltre 200 pellicole rispetto ai miseri incassi rivela che qualcosa non va se non altro come spreco di denaro pubblico.
Detto questo, poniamo la fatidica domanda: il finanziamento pubblico al cinema è utile o no?
Con tutti i sotto-commi che ne conseguono (il sistema adottato, i criteri di selezione,
la distribuzione dell’importo erogato), ma che sostanzialmente non ne cambiano il profilo.
La Repubblica italiana sostiene di si. Il dl 28 del 22 gennaio del 2004, quello che il sito della Direzione Generale per il Cinema definisce sinteticamente come “Legge cinema”, è interamente dedicato alla sistematizzazione del comparto cinematografico in Italia.
In particolar modo, negli articoli che vanno dal 5 all’11, stabilisce modalità e criteri secondo i quali pellicole di provata matrice italica possono concorrere ad un finanziamento statale, nelle quantità delle quali abbiamo dato un’idea con le cifre prima snocciolate.
Finanziamento che viene erogato da
apposite sottocommissioni ministeriali composte ad hoc specificatamente per la valutazione delle opere ritenute meritevoli di essere sostenute dalle casse dell’erario.
E ce n’è per tutti i gusti. Oltre che una commissione deputata genericamente al finanziamento dei film di “interesse culturale”, altre sono incaricate della valutazione di cortometraggi, di opere prime, o di film cosiddetti d’essai, pellicole già prodotte e che potenzialmente sono già state distribuite, che vengono sostenute economicamente perchè “contribuiscono alla diffusione della cultura cinematografica ed alla conoscenza di correnti e tecniche di espressione sperimentali”  made in Italy (tra gli ultimi, ad esempio, Gomorra, I demoni di San Pietroburgo, Caos Calmo e Vogliamo anche le rose).

I rivoli attraverso i quali scorre e si dirama il contributo del Ministero al cinema sono dunque innumerevoli e frastagliati.
Ma il fluire principale è sicuramente quello dedicato a quelle pellicole che sono di “interesse culturale”. Che cosa si intende con il termine?
L’articolo 2 al comma 7 lo spiega in questi termini: “Per film di interesse culturale si intende il film che corrisponde ad un interesse culturale nazionale in quanto, oltre ad adeguati requisiti di idoneità tecnica, presenta significative qualità culturali o artistiche o eccezionali qualità spettacolari”.
La cultura cinematografica viene dunque intesa a tutto tondo, non ridotta alla sola valenza contenutistica, ma considerata estensivamente nelle sua accezioni più generali.
Bene.
L’ultima seduta della Commissione giudicatrice ha diviso gli oltre 10 milioni euro tra undici pellicole, beneficiarie dunque di quasi un milione di euro a testa. Tra queste le uniche che abbiamo avuto modo di visionare solo Due partite, di Vincenzo Monteleone, ed Ex di Fausto Brizzi.
Per il primo, la motivazione del finanziamento è che “la scelta dello “sdoppiamento” del cast appare efficace ed interessante quale opportunità di assistere al confronto di due
diverse generazioni di attrici di valore. Progetto che presenta un solido impianto produttivo”.
Il secondo viene ritenuto una “commedia corale con episodi intrecciati  leggera e fluida ma non scevra anche di elementi di commozione. In essa i personaggi sono cuciti su misura degli attori”, ha un “cast di livello e un notevole sforzo produttivo che vede una coproduzione anche con la Francia, dove è in parte ambientato il film” e “anche per merito dell’elevato punteggio automatico ottiene un giudizio di apprezzamento e l’approvazione
per il contributo”.
Ogni lettore, vedendo entrambe le pellicole, potrà farsi un’idea di quanto il giudizio sia pertinente all’effettivo valore delle due opere.
Ma qualcosa non torna a prescindere. Evidentemente per ovviare alla facile (e spesso facilona) critica che mette alla gogna i finanziatori per i magri risultati ottenuti al botteghino dai progetti finanziati, si prova a puntare su progetti consolidati e che in partenza rivelano un certo appeal.
Registi conosciuti, un cast di richiamo, produzioni consolidate.
L’effetto è quello di elargire finanziamenti che di per sè avrebbero comunque una diffusione assicurata, riconoscendo quale valenza culturale dati di sistema relativi agli attori o ai produttori che, presi in esame al di là del progetto nel quale vengono inseriti, non sono rivestiti in quanto tali da quel valore “culturale” così con cura codificato dalla norma.
Luckyred, Fandango, Cattleya, Rai Cinema, Aurora. Queste le spalle dei film che ottengono un finanziamento.
Da una parte si scommette dunque su film che se andranno male sarà solo per propri demeriti oggettivi, avendo la possibilità finanziaria di una produzione che li sostenga proficuamente che ne organizzi un adeguato battage pubblicitario, e che portano in dote spesso e volentieri solo etichette e nomi di richiamo.
Dall’altra si penalizzano quei film del sottobosco produttivo che, pur privi di spalle solide e di un cast noto al grande pubblico, con un adeguato finanziamento potrebbero dispiegare quelle “significative qualità culturali o artistiche o eccezionali qualità spettacolari” che la legge richiama.
Un finanziamento così organizzato non può che lasciar perplessi, adagiandosi a quelle regole del mercato che già di per sè farebbero emergere alcuni per penalizzare altri, non andando ad incidere sul panorama della cinematografia nazionale se non per alcuni esergo di “film finanziati con il contributo ecc. ecc.” che spesso fanno sorridere e ironizzare anche il pubblico pagante.
L’unica elargizione che sembrerebbe opportuna sulle una tantum, vale a dire sulle singole pellicole, tralasciando i pur giusti (e scarsi) investimenti alle “infrastrutture” cinematografiche del paese, sarebbe quella volta a valorizzare tutto ciò di buono e potenzialmente valido che oggi, in un mercato asfittico e chiuso, trova ostacoli insormontabili nel suo tragitto verso la sala cinematografica.

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 20:37 | link | commenti (3) |
approfondimenti, cinemart

mercoledì, 20 maggio 2009



Mi giungono voci da Cannes che accreditano Tarantino di "tentato capolavoro"...



Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 14:14 | link | commenti (2) |
varie

martedì, 19 maggio 2009

Cos'è sta roba??

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 18:18 | link | commenti (2) |
varie, anteprime, trailer

lunedì, 18 maggio 2009
Wasabi

Più Demoni che Angeli, alla faccia di... Von Trier!


Avvertenza: RUBRICA A RISCHIO CENSURA

Inizieremo fin da subito ad essere politicamente scorretti, senza se e senza ma, poi vediamo che succede. Onde evitare di querelarci, astenetevi se siete fans di Dan Brown, membri della LIAS (Lega Internazionale AntiScollature), estimatori dei film d’autore peruviani e se non avete mai dubitato dell’infallibilità di Lars von Trier.

1. Piccolo prontuario snob per spiegare agli amici perché Angeli e Demoni è un film da evitare, anche senza averlo visto. C’è Cannes nell’aria, per cui le uscite in sala diventano più rarefatte. Tutte sono poi fagocitate dal faccione di Tom Hanks che si sporge da una qualsivoglia finestra svettante sul colonnato del Bernini di fronte a San Pietro (che poi, per impressionare tale inquadratura, o ci sfugge qualcosa, o c’è un grattacielo sul Lungotevere che non avevamo mai visto).
Come non vantarsi con gli amici di aver già visto il film del momento e sconsigliarlo caldamente?
Ecco tre semplici passaggi:
- Dan Brown scrive tendenzialmente in modo elementare.
- Il codice da Vinci era un libro scritto in modo elementare ma con uno spunto avvincente.
- Angeli e demoni è un libro scritto in modo elementare e uno spunto che al massimo avvincerebbe il fumettaro nerd dei Simpson (se qualcuno ha aggrottato le sopracciglia chiedendosi “Chi?!” si vada a leggere il pentamestrale da 900 pagine Epistemologia del cinema turco degli anni ’70, che non ha lo stomaco abbastanza duro per questi lidi).
Facile no?

2. Sempre su Angeli e Demoni (dopotutto anche a noi, mestieranti squattrinati privi di pass e sovvenzioni per la croisette, le sale non offrono piatti più succulenti di questo).
Dopo aver saputo che Angeli e demoni precede come stesura Il codice da Vinci e fu inizialmente rifiutato dall’editore ci immaginiamo la scenetta:
Editore: Brown, questo da Vinci è andato benino in effetti.
Brown: Sì signore, grazie signore.
Editore: E come si chiamava quella schifezza che ci portasti quella volta, che si potrebbe mettere la solita frase “Dall’autore di...” come lancio, che tanto la gente ci abbocca?
Brown: Mah non so signore, in effetti ho riletto il libro e non mi sembra che sia un granché...

3. Ci sarebbe da parlare anche dei fischi alla Bellucci e a Sophie Marceau.
È successo che a Cannes hanno presentato insieme Ne te retourne pas, un film che definiscono un incontro tra Kubrick, Hitchcock, De Palma e Kafka.
Un pappone che, con questa definizione, ci riporta tanto a quella roba di Coppola di un paio d’anni fa, Un’altra giovinezza, che se sono riusciti a fare un film ancora più approssimativo e sconclusionato con due pezzi di figliole di quel calibro meritano senz’altro la Palma d’Oro.
Insomma, ha fatto talmente schifo che è stato sonoramente fischiato.
Non crediamo per la mancanza di bravura recitativa, in quel caso avremmo dovuto sentire fischi da anni indirizzati alla nostra Monica nazionale, e non è (quasi) mai successo.
No, il motivo è diverso e ben più grave: pare che sia la prima pellicola in assoluto in cui la Bellucci non mostra le tette.
L’Adiconsum ha già fatto ricorso al Tar.

4. Parliamo infine de Il canto di Paloma. Film bellissimo, toccante, peruviano, lancinante, illuminante, peruviano, sofferente, estenuante e ancora una volta peruviano.
Tutto vero per carità. Ma se a Berlino ha vinto la storia di una patata dentro una patata (e chi ha avuto l’onore di gustarsi la pellicola ci capirà), o c’è un complotto della lobby dell’ortofrutta, o ai festival ultimamente inizia a non passare più una beneamata.
…Ora non dite però a Dan Brown della possibilità della lobby ortofrutticola che Tom Hanks tra rape e cavoli ve lo sciroppate voi eh!

5. Ve l’avevamo detto che siamo grandi fans di Lars von Trier?
No?
Vabbè, ora ve l’abbiamo detto.
Per cui bello bellissimo Antichrist.
Dissacrante e conturbante Antichrist.
Il primo horror per il danese volante Antichrist.
Ancora con il grande Defoe per Antichrist.
Ma volete mettere un regista così a svariare per il genere con Antichrist?
Il film definitivo Antichrist.
Ecco, va bene tutto. Ovviamente mica l’abbiamo visto, ancora.
Ma l’atroce dubbio che possa essere una sorta di ciofeca alla “Idioti” solo con un po’ di succo di pomodoro e girato al buio non ha assalito anche voi?

Se siete arrivati fin qui e ancora non avete preso contatti con il vostro avvocato vuol dire che o siete molto spiritosi voi, o stiamo perdendo lo smalto noi. In ogni caso, se non saremo impegnati a sventare cause multimilionarie dalla lobby dell’ortofrutta, l’appuntamento è per la prossima settimana (domenica però, puntuali). Perché domani è un altro giorno (come disse Rossella O’Hara prima di aver visto la quinta serie di Lost).

Pubblicato da: Pietro Salvatori |alle 18:45 | link | commenti (4) |
wasabi, moviesushi



Eccomi

Utente: Bonekamp

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